Il Sole 24 Ore, 10 novembre 2019
Catalogo delle crisi industriale al Sud
Al Sud piove sul bagnato. Ma non si tratta di una pioggerellina da nulla: è una tempesta. Nel Mezzogiorno, secondo gli ultimi dati di Bankitalia diffusi qualche giorno fa, tra il 2007 e il 2017 il valore aggiunto della produzione industriale è crollato in media del 24,7 per cento. Un dramma, che non tiene conto ovviamente della tragedia in cui si trova il comparto costruzioni, cui si aggiungono le ultime drammatiche storie di crisi aziendali.
Ilva e Whirlpool sono la punta di un iceberg che affonda in un Mezzogiorno d’Italia ormai nuovamente alle prese – come attesta la Svimez – con la recessione. Jabil, Dema, Irisbus, Wartsila in Campania, e poi Dema ancora in Puglia cui si aggiungono le storiche aree di crisi siciliane: quella di Gela dove all’impegno di Eni non è seguito fin qui un altrettanto importante avvio della reindustrializzazione dell’area; quella di Termini Imerese il cui fallimento è stato certificato dalle indagini della magistratura su Blutec e i progetti di rilancio (mancati) dell’ex stabilimento Fiat. Vertenze all’ordine del giorno di incontri con i sindacati nelle sedi regionali e in molti casi titoli dei faldoni riposti sul tavolo della task force per le crisi da poco istituita dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli.
Dei 47 tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo Economico (su circa 100 tavoli di monitoraggio), 20 riguardano le regioni meridionali. «Nessuna reindustrializzazione può dirsi riuscita», dice il segretario della Fim Cisl della Campania, Raffaele Apetino. E infatti Invitalia cerca con il lumicino investitori. Si pensi alla ex Irisbus, di Flumeri, in provincia di Avellino. Il 9 ottobre si è tenuto l’ultimo incontro sulla vertenza IIA-Industria italiana autobus, perché a quasi cinque anni dalla nascita della newco che ha unito la Irisbus di Avellino e la Bredamenarini di Bologna e a quasi un anno dal salvataggio Invitalia-Leonardo non si trovano investitori privati disposti ad affiancare la Karsan e a ricapitalizzare per 9 milioni. C’è un contratto di sviluppo da oltre 30 milioni in ballo a Flumeri che è lettera morta da tre anni e la produzione di bus resta delocalizzata per lo più in Turchia. «Si stanno ridefinendo gli investimenti da realizzare ad Avellino – dicono fonti di Invitalia – pensiamo che si possano portare in Italia nuove produzioni di autobus elettrico». Oppure il caso Alcoa (si veda l’articolo affianco), sulla cui ripartenza dopo anni di crisi pesa il mancato riconoscimento delle agevolazioni sul costo dell’energia.
Eppure gli strumenti per incentivare investimenti industriali non mancano, ma la verità è che molti di questi non sono mai partiti o hanno avuto una scarsa applicazione. Si pensi alle Zes che avevano suggerito grandi speranze, riattivando anche i soggetti sul territorio come le autorità portuali e gli enti locali, sono rimaste in una palude di ripensamenti per oltre un anno. «Dal 25 settembre è operativo il modulo per la richiesta del credito d’imposta _ fa presente Pietro Spirito, autorità portuale di Napoli – sono solo poche settimane, attendiamo richieste e progetti». Poi aggiunge: «È chiaro che non servono solo incentivi, ma sopratutto la fiducia delle imprese».
Si pensi alle agevolazioni per le aree di crisi e di crisi complessa. Le Regioni hanno mappato una serie di aree (forse troppe) e per chi voglia investire sono disponibili credito d’imposta, contratti di sviluppo, aiuti alla ricerca e alla formazione. Eppure tutto ciò non basta a reindustrializzare. «Partiamo da una situazione di grave crisi – dice Vito Grassi, presidente di Confindustria Campania e di Unione industriali di Napoli – facciamo incontri in Regione Campania per aiutare le imprese che hanno già utilizzato tutta la cassa integrazione possibile». E racconta: «Cerchiamo anche di spingere le aziende in crisi a riconvertirsi – dice – ma è difficile convincere a reinvestire in aree con scarsa dotazione di strade, di banda larga, con servizi primari inadeguati, Purtoppo questo è un antico problema a cui non è stata data nessuna risposta».
E poi gli investimenti mancati, sia pubblici che privati. La regola del 34% degli investimenti da riservare al Sud è stata disattesa. A settembre il tasso di assorbimento dei fondi Ue 2014-2020 era fermo al 20%. E il Fondo sviluppo coesione, cioè la parte nazionale delle cosiddette risorse straordinarie per il Sud, al 30 giugno era all’11% di fondi impiegati su un programmato di 45 miliardi. I patti per il Sud, che dell’Fsc sono una quota, con le eccezioni di Campania e Puglia, sono fermi a livelli quasi impercettibili.
La mancanza di investimenti influisce su fiducia degli imprenditori e convenienze. Whirlpool per ora ha solo rinviato a marzo la cessione dello stabilimento di Napoli con 412 dipendenti: decisione adottata a ridosso della scadenza del primo termine (ultimatum) fissato dalla multinazionale al 31 ottobre. In ottobre la casa statunitense aveva annunciato l’intenzione di cedere alla svizzera Psr per la produzione di conteiner refrigerati. Ma la proposta non è piaciuta né ai lavoratori e sindacati, né al governo, poiché piano industriale (poco noto) e acquirenti vengono giudicati inaffidabili.
Il vertice di Whirlpool denuncia un problema di sostenibilità di una produzione che ha subito una flessione di mercato. Può il Sud competere con Slovacchia e Polonia, che offrono agevolazioni cospicue e basso costo del lavoro? Jabill, in provincia di Caserta, ha da mesi denunciato lo stato di crisi e per 350 dipendenti su 700, che vedono il lavoro a rischio. L’azienda produce componentistica elettronica e soffre di carenza di ordini.
Poi ci sono le imprese che sembrava avessero superato la crisi, ma ci sono state ricadute. Dema, azienda del settore aerospaziale, è stata pochi giorni fa oggetto di un incontro al ministero. Dopo l’acquisizione di due anni fa da parte del fondo inglese Bybrook Capital, si è riaperta la crisi. Dema tra Napoli, Brindisi, Benevento, conta 213 esuberi su 733 dipendenti. In generale al Sud anche settori un tempo forti cominciano a destare qualche preoccupazione come spiega il segretario regionale della Uil Claudio Barone: «Il principale settore industriale siciliano rimane l’Oil che rappresenta più del 60% dell’export isolano – dice il sindacalista –. A Priolo sono in programma significativi investimenti da parte degli algerini di Sonatrach, subentrati a Exxon. Preoccupazioni, invece, per i russi di Lukoil che minacciano di rinunciare alla raffinazione e a rimanere solo per lo stoccaggio mentre la Regione siciliana continua a non ascoltarli».