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 2019  novembre 09 Sabato calendario


I segreti del modello Atalanta

È tutto oro quel che luccica, anche i 70 mila occhi di San Siro per il partitone dell’orgoglio col City. Ma dietro c’è calce viva, tanta mòlta,che da queste parti è metafora e condizione dell’anima: impegno, sacrificio, passione per le cose fatte bene. Mattone su mattone. Eccola, in due parole, la costruzione dell’Atalanta. «Il nostro segreto è il territorio», dice Luca Percassi in una tiepida mattina di autunno. Lo stesso linguaggio asciutto del padre Antonio: allergici ai fronzoli come tutti quelli che hanno vissuto da mediani (in campo). Come Gasperini. Come l’ultimo dei magazzinieri che nel mondo Dea è tenuto in conto quanto Zapata. Come lo chef Gabriele, ovviamente indigeno, che cucina coniglio anche in trasferta perché «è carne bianca ed è il nostro piatto tipico». Per capire il “territorio” si può partire da mercoledì: 35 mila bergamaschi – un cittadino su tre – hanno violato la sacralità meneghina dello stadio Meazza per spingere l’Atalanta in fondo a uno dei pareggi più prestigiosi e sofferti della sua storia pluricentennale. Scomodando Nick Hornby: febbre a 90°. Hai riacciuffato il gigante, potevi vincere, non è andata, ci riprovi. È stato bello e hai pianto tanto (dall’emozione). «Il bergamasco si immedesima con la squadra, e la squadra con la città – ragiona Percassi jr, amministratore delegato del club di famiglia – Portiamo Bergamo in giro per l’Europa ma stiamo sempre coi piedi piantati al suolo. Questa è una terra di lavoro e di concretezza. È il nostro stile». Più che fusione, osmosi. Ma quali sono i segreti della “provinciale” che nonostante fragorose cadute («Siamo all’università per imparare», è la frase mantra del presidente, Percassi senior) balla ancora in Champions, quarta in campionato, primo attacco della Serie A (30 gol), prima in classifica – in trasferta – nel 2019? Bisogna scoprirlo qui, al primo piano di un moderno edificio color tortora tuffato nel verde. Un parco formato da otto campi, erba e piante curate che neanche un resort: Zingonia (Centro Sportivo Bortolotti), il quartier generale della Dea. Il “campo” della prima squadra e la “cantera” che sforna talenti – ma di questo si è già molto parlato. E poi un modello, un contenitore che fa da volano per l’indotto che gira intorno all’Atalanta: 250 aziende.
Al primo piano della palazzina della prima squadra c’è lo scrigno dei segreti della Dea: è una sala riunioni riservata alla proprietà. Si apre una volta alla settimana. Tavolone, dieci sedie, due foto, i gagliardetti delle trasferte europee. Nella sala entrano tre uomini. Hanno giocato tutti e tre a calcio. E tutti e tre hanno svoltato solo dopo avere appeso le scarpette al chiodo. I primi due, Antonio e Luca Percassi, hanno indossato la maglia dell’Atalanta. Sono l’unico caso in Italia di una società in mano (presidente e Ceo) a due ex calciatori: stessa squadra, stessa città natale. Ex calciatore è pure il terzo, Gasperini. «Abbiamo sempre avuto un rigoroso rispetto per tutti i nostri tecnici – dicono i Percassi – Dopodiché aver vissuto lo spogliatoio ti permette di capire certe dinamiche, i momenti dei giocatori ». Un valore aggiunto, certo. Le riunioni nella situation room di Zingonia, alla vigilia delle partite, si possono immaginare: i tre uomini parlano la stessa lingua. Il resto lo racconta il campo. Terza stagione da urlo ma mai come quest’anno perché la Champions è un inedito che a Bergamo ancora non ci credono. Si davano i pizzicotti, giovedì mattina, i tifosi atalantini leggendo le parole di Pep Guardiola («Giocare contro l’Atalanta è come andare dal dentista»). È tutto vero? Chi sono gli aiutanti del “mago” Gasperini? Uno è lo “scienziato danese”, al secolo Jens Bangsbo. Già a fianco di Ancelotti e Lippi alla Juventus, fisiologo, preparatore ma anche un po’ tecnico: certamente guru. Gasperini lo scopre quando lavorava nel settore giovanile bianconero. L’anno scorso lo porta a Bergamo. Se la Dea corre a manetta come è scritto nella sua mitologia, e anche quando è sopra di sei gol (visto con l’Udinese), dovete bussare al duo Gasp-Bangsbo. E a un signore calabrese, Domenico Borelli. Faceva l’insegnante di ginnastica a Crotone: il mister lo scopre e oggi è anche da lui che passa la resa muscolare di Ilicic e compagni. Un solo allenamento al giorno, ma “ad alta intensità”. È il metodo Gasperini. «È fissato con l’alimentazione», dice radio Zingonia. Almeno due-tre pasti settimanali i giocatori li consumano qui, al “campo”. Riuscire a tenere a stecca buongustai come Muriel e Zapata è un talento. E il talento, nell’era Percassi, è patrimonio. Per tirare su i ragazzi delle giovanili e metterli in riga anche fuori dal campo c’è persino una psicopedagogista, Lucia Castelli. Ogni anno viene premiato il calciatore più virtuoso (calcio-scuola-comportamento). È uno dei momenti del dietro le quinte da cui muove l’architettura, lontano dai riflettori della Champions. E qui arriviamo ai numeri. Che per un imprenditore come Percassi sono l’essenza. A che cosa servono i 19 milioni di introiti derivati dalla partecipazione alla più prestigiosa delle competizioni europee (i ricavi attesi nel 2019 sono 180 milioni)? «Reinvestimenti». Usano questa parolina magica in Atalanta. Sulla prima squadra lavorano 50 persone, sui giovani un centinaio. «Riuscire a far quadrare i bilanci e a far divertire la gente. Questo dà un’enormesoddisfazione», spiega patron Percassi. I tifosi se la godono: con la ristrutturazione del Gewiss Stadium la gloriosa curva nord degli ultrà è diventata “il muro”, stile Borussia Dortmund. «Lo stadio di proprietà è una scelta obbligata se vuoi crescere», dice il presidente dell’Atalanta, il re del retail italiano, patrimonio stimato 1,15 miliardi di dollari (l’attivo di bilancio della cassaforte Odissea), poco meno del gruzzolo (1,4 miliardi) messo da parte dallo sceicco di Abu Dhabi proprietario del Manchester City. Presidente, gli chiedono, «ma lo scudetto»? «Làsa pèrt», lascia perdere. Piedi per terra e correre.