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 2019  novembre 09 Sabato calendario


È morta Lucette, la vedova di Céline

Quando, il 17 giugno 1944, poco dopo lo sbarco in Normandia, Louis-Ferdinand Destouches, meglio noto come Céline, e su cui grava l’accusa di collaborazionismo per i famigerati pamphlet antisemiti, si prepara a fuggire dalla sua casa a Montmartre verso la Danimarca, non dimentica di portare con sé due capsule di cianuro. Lucette Almansor, diventata Madame Destouches nel febbraio del ’43, infilerà invece nel bagaglio due nacchere, fondamentali per esercitarsi alla danza di carattere ovunque il caso li avesse condotti. In queste piccole conchiglie di legno, nella fiducia nella danza, nella grazia aerea del proprio gesto, è riassunto il ruolo di complicità e ispirazione che Lucette rivestì per lo scrittore: dall’incontro, nel 1935 – lei ballerina alla scuola di Madame Alessandri, lui autore del Viaggio al termine della notte – alla scomparsa di Céline, nel 1961, e per il tempo successivo, fino alla morte, sopraggiunta ieri a 107 anni a Meudon, vicino a Parigi, nella casa in cui la coppia aveva vissuto. Alla vedova più longeva, indipendente e fedele della storia della letteratura, il destino ha riservato una lunghissima e da lei imprevista sopravvivenza (sulla propria tomba accanto a quella del marito, aveva fatto incidere “Lucie Destouches, néé Almansor 1912-19...” ); quasi un risarcimento dopo i 25 deliranti e spericolati anni vissuti a fianco di Céline. Un tempo che lei ha adoperato per tutelare un’eredità e una fama controversa.
Nata nel quinto arrondissement parigino, figlia di un normanno (come il marito), cresciuta con una scimmia per animale di compagnia, entrata al conservatorio di danza a quattordici anni, a 23 conosce Céline, che ne aveva 41 e aveva già sposato la ballerina Suzanne Nebout, l’illustratrice Édith Follet, da cui aveva avuto l’unica figlia, Colette, e coltivato passioni per altre “colleghe” di sbarra, tra cui la ballerina americana Elizabeth Craig, cui è dedicato il Voyage. L’inizio della relazione con Céline è contrassegnato da violente controversie. Nel 1936 Céline pubblica Mea culpa, l’anno dopoBagatelle per un massacro seguito da La scuola dei cadaveri. È l’epoca dei pamphlet, dell’ossessione antisemita e delle accuse gridate contro sinistra, chiesa, Pétain e l’universo ma anche di un pacifismo viscerale, il sogno delirante di salvare l’umanità da un’altra guerra. Lucette vive con lui in rue Girardon gli anni dell’Occupazione nazista; i sospetti di collaborazionismo nei confronti del marito, poi la fuga, insieme all’attore Robert Le Vigan e al gatto Bébert nascosto nella borsetta, gettandosi senza esitazione in sette anni d’esilio.
Da Baden-Baden al castello di Sigmaringen, attraverso la Germania in fiamme (episodi trasposti da Céline nella straordinaria trilogia Da un castello all’altro, Nord e Rigodon), verso la Danimarca dove, prima della guerra, Céline aveva nascosto dell’oro. Lucette vive lì sei inverni terribili, ha accanto a sé un uomo ferito, rancoroso e spaventato di finire come altri autori collaborazionisti. Condannato in contumacia e all’indegnità nazionale, poi amnistiato, nel luglio del 1951 torna in Francia. Lucette ha vissuto gli ultimi anni del genio e del furore dello scrittore, una quarantena amara alleviata dal successo della trilogia del Nord e dei romanzi più lievi composti sotto le bombe, in prigione, al confino, Pantomima per un’altra volta e Normance, e dal tardivo riconoscimento come il più grande innovatore della lingua francese dopo Rabelais.
Di Lucette, Céline ha scritto che era «un piccolo angelo di fedeltà e genio», è l’amata Lili della trilogia. Danzatrice, incarnava tutto ciò che per Céline contasse: una poesia di onde. In lei vedeva l’incantesimo ( féérie), che lui tentava di trasportare nello stile, antidoto alla pesantezza degli uomini. Dopo la scomparsa dello scrittore in un’intervista del 1965, Lucette disse che «la vita non le interessava più. È come se con lui avessi nuotato in un fiume puro e trasparente, per ritrovarmi in un’acqua sporca, fangosa».
Lucette ha avuto l’accortezza di scegliere l’aiuto dell’avvocato François Gibault, céliniano e autore di una biografia in tre volumi. In questi decenni, rannicchiata sul divano, con i collant da danza e un turbante rosa sui capelli, la vedova ha riunito, ogni domenica sera, un cenacolo fedele ed eterogeneo di estimatori e amici: Arletty, Marcel Aymé, Michel Simon, Aznavour, Carla Bruni, il calciatore Dominique Rocheteau...
Insegnante di danza fino a 85 anni, Lucette è tornata alle cronache nel 2017, quando, per procurarsi i soldi necessari alle sue cure, ha concesso a Gallimard il permesso di ristampare i pamphlet antisemiti (contro le disposizioni lasciate dal marito, che lei fino a quel momento aveva invece scrupolosamente seguito): il progetto fu bloccato per le proteste della comunità ebraica. Nell’intervista citata, aveva detto: «La danza mi ha salvato dal mondo». Interpellata sul significato della relazione con Céline, rispose che avevano entrambi protetto l’indipendenza dell’altro. «Io ho cercato di farlo quasi senza esistere». Quand’era in prigione a Copenaghen, Céline scriveva a Lucette lunghe lettere riconoscenti. Insisteva perché non smettesse di danzare: «lavora piccola mia, mantieni la grazia eccezionale che hai». E così è stato, fino al giorno, com’è scritto nel Viaggio, in cui «non si ha più abbastanza musica in sé per far danzare la vita».