Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  novembre 09 Sabato calendario


Lega, i soldi spericolati dal “pirla” Patelli

Si vorrebbe essere precisi, al limite anche pedanti, ma la storia della Lega, ormai il più vecchio partito politico in Italia, è buffa e al tempo stesso desolante nelle sue vertiginose e anche spudorate trasformazioni.
E però. Se mai esiste una linea di continuità che tenga insieme la stagione degli esordi lumbàrd, quella fantasy della Padania e, senza dimenticare i vari impicci e sbandamenti, l’odierno sovranismo del Capitano, beh, la lieta novella dell’investimento di 300 mila euri proprio alla società che vuole tagliare la corda da Taranto risuona come la conferma che tra i soldi e quel mondo non c’è proprio speranza, che sarebbe un modo rassegnato per dire che al peggio non c’è mai fine.
All’inizio, 1993, fu uno steccone di 200 milioni di lire graziosamente elargito dal gruppo Gardini-Ferruzzi. Venne fuori in piene Mani pulite. Dapprima Bossi lo giustificò con una storia di buste transitate in cassetti e smarrite, poi s’inventò un “trappolone” dei servizi segreti, quindi un capro espiatorio, nella persona del baffuto ex idraulico Patelli che con occhi da cane bastonato affidò agli annali della cronaca la seguente sentenza: «Sono stato un pirla».
A ripensarci oggi, tutto sommato fu almeno un segno di rispetto. Il primo e l’ultimo, però. Perché queste faccende si dimenticano in fretta e così, già alla metà degli anni 90 a via Bellerio partirono con razzi e astronavi per il trip indipendentista. Oltre che abbastanza assurdo, questo era megalomane e quindi costosissimo. Siccome la Padania era, o meglio doveva sembrare una nazione a sé stante, si trattava semplicemente di duplicare tutto ciò che già esisteva, dalle previsioni del tempo ai francobolli, dai riti nuziali alle associazioni cinofile.
Tutto questo non era gratis. Ma poi, a capriccio del Grande Capo, si aggiunsero un quotidiano, un settimanale, una radio, una tv, una casa discografica, una sede del Parlamento (in affitto e presto morosa), una del governo Sole (un palazzetto acquistato a Venezia), un certo numero di gazebi. E poi le camicie verdi, i matrimoni celtici, le Miss Padane, gli orsetti padani, la scuola Bosina della signora Manuela (Bossi), l’acquisto del sacro pratone di Pontida, la coreografia dell’ampolla con elicotteri e catamarani, il Nerone Express e altre stravaganze compresi i piccioni rituali durante il rito di sversamento dell’acqua santa del Po nella laguna.
Mentre alcuni geniacci leghisti si lanciavano nel Bingo, in un empito di euforia imprenditoriale fu dato l’avvio ai supermarket Made in Padania, un disastro, e poi alla costruzione in Slovenia di un enorme villagio turistico, lo Skipper Resort, o “il Paradiso di Bossi”, che non cominciò nemmeno, ma i soldi persi furono tanti. E a questo punto la vera catastrofe, la banca padana Eurocredinord, perché con le banche non si scherza, come ebbero modo di rendersi conto Calderoli e Giorgetti.
Quando la Lega tornò al governo con Berlusconi, quest’ultimo, che due conti se li è sempre saputi fare, non sapeva dove mettersi le mani nei pochi capelli faticosamente ricresciutigli. Ma il peggio, come si diceva, era solo in attesa. Gli diede il benvenuto un tipo facondo e rotondetto che si chiamava Belsito, per sua stessa definizione «il tesoriere più pazzo del mondo».
Dopo il coccolone, Bossi era out. Assistito da personaggi a loro modo fantastici, “l’Ammiraglio” e “lo Shampato”, Belsito investì da par suo: movimenti valutari a Cipro, diamanti in Tanzania. Nel frattempo aprì una cartellina che riguardava Bossi e i suoi cari e l’intitolò “The family”. Dentro c’erano spesucce di ogni genere, dai dentisti alle lauree albanesi del Trota, un altro che sin dalla più tenera età non fu mai frugale (nemmeno il fratello Riccardone, se è per questo).
Allora arrivò Maroni, il barbaro sognante, il purificatore, e tutti quanti a sollevare le ramazze, segno che bisognava far pulizia. Tempo un paio d’anni, e venne fuori che i leghisti di “Prima il Nord” avevano inguattato 49 milioni di finanziamento pubblico. Tempo un altro paio d’anni, e rivenne fuori che i leghisti di “prima gli italiani” avevano sì buscato dal palazzinaro Parnasi per lo stadio della Roma, ma oltre a investire su Arcelor-Taranto erano anche andati a bussare a quattrini a Mosca.