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 2019  novembre 09 Sabato calendario


Oliver Sacks: «Penso perché nuoto»

Eravamo tutti tipi acquatici, i miei tre fratelli e io: nostro padre, che amava nuotare più di qualsiasi altra cosa al mondo ed era un campione (vinse per tre anni di fila la quindici miglia al largo dell’Isola di Wight), fece conoscere l’acqua a ciascuno di noi quando avevamo a malapena una settimana di vita. A quell’età nuotare è istintivo e quindi, a prescindere dai risultati, noi non dovemmo mai «imparare» a farlo.
Tutto questo mi è tornato in mente in Micronesia, visitando le Isole Caroline, dove ho visto bambini di neanche due anni tuffarsi impavidi nelle lagune e nuotare, in modo caratteristico, con una specie di «stile cagnolino». Là nuotano tutti – nessuno «non è capace» – e le abilità natatorie degli isolani sono superbe. Magellano e altri navigatori arrivati in Micronesia nel Cinquecento ne rimasero sbalorditi e, vedendo gli isolani nuotare e tuffarsi riemergendo fra le onde, non poterono fare a meno di paragonarli a delfini. I bambini, soprattutto, erano talmente a proprio agio in acqua da sembrare, come osservò un esploratore, «più simili a pesci che a esseri umani». (Fu proprio dagli abitanti delle isole del Pacifico che, agli inizi del Novecento, noi occidentali imparammo il crawl, quello splendido stile di potenza, adatto al mare aperto, da loro perfezionato: di gran lunga migliore e più adatto alla forma umana di quello a rana usato fino ad allora).
Quanto a me, non ricordo che qualcuno m’abbia mai insegnato a nuotare; credo d’aver imparato i movimenti nuotando insieme a mio padre, benché il suo stile lento e misurato – bracciate che divoravano chilometri – non si confacesse molto a un bambino piccolo (papà era un uomo possente, pesava quasi 115 chilogrammi). D’altra parte, potevo constatare che il mio vecchio, enorme e impacciato sulla terraferma, in acqua si trasformava, diventava elegante come una focena; e io – imbarazzato, nervoso e anche piuttosto maldestro – scoprivo in me stesso la medesima piacevolissima trasformazione, e trovavo in acqua un nuovo essere, un nuovo modo di essere. Ho un ricordo nitidissimo di quando – il mese dopo il mio quinto compleanno, durante una vacanza estiva al mare, in Inghilterra – corsi nella stanza dei miei genitori e diedi uno strattone a mio padre, alla sua gran massa da cetaceo. «Vieni papà!» gli dissi. «Andiamo a farci una nuotata». Lui si girò lentamente e aprì un occhio.
«Ma ti pare, svegliare così alle sei di mattina un vecchio di quarantatré anni». Adesso che mio padre è morto, e che io ho quasi il doppio dell’età che aveva lui allora, questo ricordo tanto lontano ha su di me l’effetto d’uno strattone e mi mette voglia di ridere e piangere allo stesso tempo.
L’adolescenza fu un periodo difficile. Sviluppai una strana malattia della pelle: «eritema anulare centrifugo» disse un esperto; «eritema con lesioni figurate persistenti» fece un altro. Parole elaborate, roboanti, pompose – ma nessuno dei due specialisti poté far nulla, e io ero coperto di piaghe essudanti; e poiché sembravo un lebbroso, o per lo meno era così che mi sentivo, non osavo spogliarmi in spiaggia o in piscina, e solo di rado riuscivo a trovare, se avevo fortuna, un lago o un piccolo specchio d’acqua isolati.
A Oxford, all’improvviso, la mia pelle guarì, e il senso di sollievo fu così intenso che desideravo nuotare nudo per sentire l’acqua scorrere senza ostacoli su ogni singola parte di me. A volte andavo a nuotare al Parson’s Pleasure, un’ansa del fiume Cherwell riservata, almeno dagli anni Ottanta del Seicento, a chi voleva fare il bagno nudo, e frequentata – la sensazione era quella – dai fantasmi di Swinburne e Clough. Nei pomeriggi estivi prendevo un punt, un barchino a fondo piatto, cercavo un luogo isolato dove attraccare lungo il fiume, e poi me ne stavo pigramente a mollo per il resto della giornata. Qualche volta, la sera, facevo lunghe corse sull’alzaia dell’Isis dopo Iffley Lock, ben oltre i confini della città. E poi mi tuffavo e nuotavo nel fiume finché io e lui non sembravamo scorrere insieme, diventare una cosa sola. 
A Oxford il nuoto divenne una passione potente: fu il punto di non ritorno. Quando arrivai a New York, a metà degli anni Sessanta, cominciai a nuotare a Orchard Beach, nel Bronx, e a volte facevo il giro completo di City Island, una nuotata che mi prendeva diverse ore. Fu così, in effetti, che trovai la casa in cui poi abitai per vent’anni. Mi ero fermato pressappoco a metà percorso, a guardare un bel gazebo vicino alla riva; uscii dall’acqua per fare due passi sulla strada, quando vidi una casetta rossa in vendita. Ancora tutto gocciolante, la visitai guidato dai proprietari sconcertati, e poi andai a piedi dall’agente immobiliare e la convinsi del mio interesse (non era abituata a clienti in costume da bagno); infine rientrai in acqua sull’altro versante dell’isola e tornai a nuoto a Orchard Beach, dopo aver comprato casa a metà della nuotata.
Da aprile a novembre ero solito nuotare all’aperto – ero più forte, allora –, ma d’inverno mi allenavo all’ymca locale. Nel 1976-1977 fui proclamato Top Distance Swimmer all’ymca di Mount Vernon, nella contea di Westchester (ny): durante la gara feci cinquecento vasche – nove chilometri e mezzo abbondanti – e sarei anche andato avanti, ma i giudici dissero: «Basta! Vada pure».
Uno potrebbe pensare che fare cinquecento vasche sia monotono, noioso, ma io non ho mai trovato il nuoto monotono, e nemmeno noioso. Nuotare mi trasmette una gioia, un senso di benessere, talmente estremi che a volte diventa una sorta di estasi. Nell’atto di nuotare, in ogni bracciata, c’è un totale coinvolgimento, e allo stesso tempo la mente può fluttuare libera, lasciarsi incantare, in uno stato simile alla trance. Non ho mai conosciuto qualcosa di così potente, di così euforizzante, e al tempo stesso sano: ne sono dipendente, e quando non posso nuotare m’innervosisco.
Duns Scoto, nel Duecento, parlava di condelectari sibi, ovvero della volontà che trova piacere nel proprio stesso esercizio; e Mihály Csíkszentmihályi, ai nostri giorni, parla di «flusso». Come in tutte queste attività fluide e, per così dire, musicali, nel nuoto c’è qualcosa di essenzialmente giusto. E poi c’è la meraviglia del galleggiamento, dell’essere sospesi in questo mezzo denso e trasparente che ti sostiene e t’avvolge. In acqua ci si può muovere, ci si può giocare in un modo che non ha corrispondenza nell’aria. Si può esplorarne la dinamica, il flusso, in un verso e nell’altro; si possono muovere le mani come eliche o utilizzarle come remi; ci si può trasformare in un piccolo idroplano, o in un sottomarino, indagando con il proprio stesso corpo la fisica dei fluidi. 
Al di là di questo, poi, c’è tutto il simbolismo del nuoto: i suoi echi poetici, le sue potenzialità mitiche.
Mio padre definiva il nuoto «elisir di vita», e di certo per lui sembrò esserlo davvero: nuotò tutti i giorni, rallentando appena con il passare del tempo, fino alla veneranda età di novantaquattro anni. Spero di poter seguire il suo esempio, e di nuotare fino a quando non morirò.
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