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 2019  novembre 09 Sabato calendario


Ritratto di Barbara Lezzi

«Ha sempre creato problemi, sin dall’inizio. Con la differenza che ora siamo al governo e i problemi hanno un prezzo». Ai piani alti del Movimento 5 stelle, tra i dirigenti e i parlamentari vicini a Luigi Di Maio, quando si fa il nome di Barbara Lezzi la lingua si fa d’un colpo tagliente, velenosa. La senatrice salentina, ex ministra per il Sud ai tempi del governo gialloverde, è diventata infatti la prima spina nel fianco del governo e di Luigi Di Maio sul dossier Ilva. Una battaglia per lei identitaria, certo, ma che sta già attirando i mugugni dei suoi colleghi di partito e alimentando il sospetto che questo possa essere il primo passo di una più lunga e ampia campagna di disturbo contro Di Maio. 
È lei a guidare la truppa di senatori pronta a bocciare un eventuale ripristino dello scudo penale per i dirigenti di Arcelor Mittal, il colosso siderurgico che minaccia di abbandonare Taranto. Si racconta che durante l’ultima assemblea dei senatori M5S abbia raccolto l’ovazione di tutto il gruppo, al termine dell’intervento con cui ribadiva i motivi della sua battaglia. Ed è sempre lei a covare del risentimento per il metodo con cui Di Maio l’ha defenestrata dalla squadra dei ministri nei giorni della nascita del governo Conte II. Non le è piaciuto sapere che sarebbe stata esclusa un po’ alla volta, come «una lenta agonia», così l’avrebbe definita sfogandosi con chi le è vicino. E non le è piaciuto nemmeno l’aver lasciato il ministero per il Sud agli alleati del Pd, con tutte le battaglie per il Mezzogiorno promesse in campagna elettorale dal Movimento. Vedere poi giurare da ministri altri due pugliesi come la renziana Teresa Bellanova e Francesco Boccia è stato il colpo finale. Perché Lezzi aveva sconfitto proprio Bellanova nel suo collegio alle ultime elezioni, e perché a Boccia è stato assegnato il dicastero per il Federalismo, «un tema sul quale io ho fatto da argine alla Lega per un anno – avrebbe detto –, spesso andando avanti da sola».
Eppure, il leader dei Cinque stelle non è tra quelli che vorrebbero metterla all’angolo. Non adesso, almeno. E la prova di un rapporto complesso, sfibrato, ma ancora integro tra i due, si ottiene accendendo la televisione: Lezzi continua a essere ospite di talk show e telegiornali. Un elemento, questo, che nel bizzarro mondo grillino simboleggia la benevolenza dei vertici nei confronti di un parlamentare. O quantomeno, la loro non aperta ostilità. La verità è che Di Maio ha bisogno di non andare allo scontro con «la leonessa» – come la chiamano da sempre, un po’ per la chioma bionda, un po’ per il carattere difficile –, perché anche da lei passerà la strategia che il leader grillino ha approntato su Ilva. Verrà appoggiata la battaglia di Lezzi contro lo scudo penale che i renziani vorrebbero ripristinare, praticamente identico a quello che lei aveva contribuito ad affossare. Ma nel frattempo, Di Maio guarderà con attenzione alla possibilità che venga organizzata una grossa manifestazione di piazza a Taranto per scongiurare la chiusura dell’impianto. Se così fosse, la pressione sui pugliesi potrebbe salire e allora il discorso sull’approvazione di uno scudo più «soft» – di cui Delrio ha già iniziato a parlare con i Cinque stelle – potrebbe diventare digeribile. Se non per lei, che è già arrivata alla seconda legislatura, almeno per chi la sostiene e si gioca ancora la possibilità di fare un altro giro in Parlamento. Se Lezzi non si piegasse – è il piano studiato dai vertici M5S – rimarrebbe comunque isolata, senza la forza di alzare un muro.
Chi conosce i pensieri della senatrice grillina sul futuro del suo Movimento, nelle ultime settimane, li descrive a tinte fosche, ravvivati solo dal desiderio di dare battaglia sull’Ilva. Come uno spartiacque, per lei, tra il Movimento che è stato e quello che sarà. Come quando ridendo diceva di voler «sposare Beppe Grillo, perché sono sempre d’accordo con lui». Altri tempi, altri leader.