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 2019  novembre 08 Venerdì calendario


Nello studio donne più brave degli uomini

Sono 4.277.599, pari al 56% degli oltre 7,6 milioni di laureati, le donne giunte alla fine degli studi accademici. Le dottoresse sono in continua crescita: negli ultimi cinque anni sono aumentate del 22,7%, mentre i dottori del 16,8%, secondo l’ultima indagine del Censis. Insomma, le femmine studiano più dei maschi e ci viene il sospetto che abbia ragione il direttore Feltri: le prime sono superiori ai maschi per intelletto. Nel 2018 hanno conseguito un titolo 183.096 ragazze, pari al 57,1% del totale. Inoltre, nel medesimo anno risultano iscritte all’università 938.816 studentesse, che costituiscono il 55,4%. Pure nell’ambito della formazione post-laurea esse primeggiano, rappresentando il 59,3% degli iscritti a un dottorato di ricerca, o ad un corso di specializzazione, o ad un master. 

PIÙ BRILLANTI
Attenzione: le signorine non trascorrono soltanto più tempo sui libri ed i manuali rispetto ai giovanotti, ma ottengono altresì risultati di gran lunga più brillanti in tutti i cicli scolastici, fin dalle elementari. Alle scuole medie il 5,5% delle alunne si licenzia con 10 e lode contro il 2,5% degli alunni. Il voto medio di diploma è 79/100 per noi e 76/100 per loro. All’università il 55,5% delle allieve si laurea in corso, contro il 50,9% degli allievi. Come se non bastasse, il 24,9% delle femmine si laurea con 110 e lode, contro il 19,6% dei maschi; mentre il voto medio conseguito alla laurea è pari a 103,7 per le prime e a 101,9 per i secondi. Le materie predilette dalle fanciulle sono le scienze umane, le lingue, gli studi classici e anche artistici. All’università i gruppi disciplinari con il più alto tasso di femminilizzazione sono: insegnamento, con il 91,8% di studentesse sul totale; linguistico, 81,6%; psicologico, 77,6%. Di contro, il nostro genere appare poco interessato all’informatica e alle tecnologie (13%), all’ingegneria industriale e dell’informazione (22%), alle scienze motorie e sportive (28,8%). 

UNIVERSITÀ ROSA 
Dunque, se fino a qualche decennio fa le università erano uno dei luoghi-simbolo dell’esclusione del genere femminile, oggi il gentil sesso se ne è impossessato, sebbene occorra menzionare un altro dato, stavolta negativo: in Italia i dirigenti scolastici sono di sesso femminile nel 69% dei casi, contro una media dei Paesi Ocse del 47%, tuttavia nelle nostre facoltà le docenti e le ricercatrici sono 27.677, solamente il 40,5% del totale. Non ci resta che farci ancora più strada negli atenei, dove un tempo accedevano soltanto poche di noi. Infatti, perché una ragazza potesse dedicarsi alle attività intellettuali era necessario che fosse molto benestante, come specificò provocatoriamente la scrittrice Virginia Woolf nel saggio «Una stanza tutta per sé» (1929). Una camera in cui ritirarsi per l’appunto al fine di immergersi nella scrittura, una camera preclusa alle donne delle classi umili, costrette alla promiscuità, ossia a campare in un unico locale con tutta la famiglia. Difficile in tali condizioni ritagliarsi un posto nella società, più facile restare guardiane del focolare domestico, vivendo nascoste, allevando figli e rammendando calzini. Le cose oggi sono cambiate, sebbene – è inutile negarlo – l’emancipazione culturale sia legata, anzi vincolata, a quella economica. Esse si accompagnano. E, forse per attitudine naturale allo studio, o forse per il desiderio e la volontà di emergere conquistandosi la propria piena autonomia, uscendo da quel silenzio in cui per millenni siamo state relegate, le giovani dei nostri giorni hanno superato gli uomini in preparazione. 

LIBERE 
È bizzarro forse, ma più progrediamo, più diventiamo colte, più facciamo carriera, meno prendiamo marito, meno coltiviamo il sogno romantico di diventare mogli e madri, sentendoci complete pure senza un compagno accanto. La cultura apporta questo grande beneficio: ci induce a compiere un passo di questo tipo, ossia quello di sposarci, soltanto per amore e non perché è giusto che sia così ad una certa età. Oggi siamo libere di sfidare le convenzioni, di essere noi stesse, di scegliere ciò che ci fa stare bene e di mandare al diavolo chi ci nuoce. Continuiamo ad essere giudicate, criticate e condannate per avere osato di fare valere la nostra libertà, eppure – padrone come siamo dei nostri pensieri – ce ne importa sempre meno. Dal momento che, con l’82% degli insegnanti di sesso femminile, il sistema educativo è nelle nostre mani, tocca a noi trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza che quella tra i sessi è la più assurda di tutte le guerre.