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 2019  novembre 08 Venerdì calendario


La tournée di Martha Argerich, la più grande pianista vivente

Si racconta che, una volta, appena atterrata all’aeroporto di Venezia, malgrado l’ora tarda, avesse chiesto di riprendere fiato bevendo un caffè in piena notte, in piazza San Marco. Da Venezia si fece poi accompagnare a Ferrara, dove l’indomani era attesa per un’esibizione. E lì, arrivata nella città estense, si fece aprire la sala del concerto, per iniziare a provare. Il marito del tempo – il pianista e direttore d’orchestra Charles Dutoit – le mosse qualche rimostranza. E lei, rivolgendosi a lui, con naturalezza fece: “Vedi, voi svizzeri avete gli orologi, noi argentini abbiamo il tempo”. Lei è Martha Argerich, argentina naturalizzata svizzera, la più grande pianista vivente, tra i maggiori interpreti del repertorio pianistico del XIX e XX secolo (suona regolarmente, a 78 anni, Beethoven, Chopin, Schumann, Liszt, Debussy, Ravel, Prokof’ev, Stravinskij, Šostakovic, Ciajkovskij, e l’elenco potrebbe continuare).
 
La vita del “ciclone argentino”
Martha nasce nel 1941 a Buenos Aires, nello stesso giorno di Federico García Lorca, come lei stessa ama sottolineare. Comincia a suonare il pianoforte da piccolissima. La madre la manda a lezione dall’italiano Vincenzo Scaramuzza. Nel 1955 i suoi genitori si trasferiscono a Vienna. Così Martha potrà seguire le lezioni di musicisti come Friedrich Gulda e Nikita Magaloff. Bellissima, per ricchezza di stati d’animo e temperamento aveva già scritto, fin da giovane, il suo posto nell’olimpo della musica. A 16 anni vince il Premio Busoni di Bolzano e il Concorso per piano di Ginevra. Poi il primo disco, inciso con la Deutsche Grammophon: le note di Chopin, Brahms, Prokof’ev e Ravel sotto le sue dita diventano una “bomba musicale”, come scrisse un famoso critico. Tutto sembra perfetto. Non per Martha Argerich.
Decide di non esibirsi più. Lo stress dei concorsi, le ambizioni soffocanti, l’improvvisa fama… “Amo suonare il pianoforte. Ma non mi piace essere una pianista. Davvero non voglio esserlo, anche se è la sola cosa che più o meno so fare”. Tre anni senza un solo concerto, tre anni di silenzio. Il ritorno in sala è per il Concorso Chopin di Varsavia, il più famoso al mondo: la Argerich lo vincerà. Aveva 24 anni. Oggi ne ha quasi ottanta.
Per lei non si può parlare di interpretazione. Quella di Martha Argerich è musicalità allo stato puro, libertà delle soluzioni, irruenza ed empatia. Non a caso si è detto, riferito a lei: “Concertismo allo stato adolescenziale”. Una immatura costretta a non poter mai invecchiare. “Quando mi guardo indietro – ha detto lei – vedo d’avere suonato moltissimo, d’avere dato migliaia di concerti, dunque a che scopo un concerto in più? Non ho mai pensato di avere ‘qualcosa da dire’ sulla scena, ho sempre trovato un po’ ridicolo crederlo. E poi ho letto su un giornale che solo il 4% della gente si interessa di musica classica. Noi musicisti siamo una specie di dinosauri, ammettiamolo”.
 
Ci sono i pianisti e poi c’è lei: la più grande
Suona come una donna? Suona come un uomo? No, suona come la Argerich. Perché ci sono i pianisti, e poi c’è lei. Il suo suonare è talmente naturale che sembra improvvisato, pur non essendolo (studia, enfant prodige, dall’età di 5 anni). Non ci sono filtri né compromessi, c’è una fusione di elementi, un continuo attingere a un proprio trasporto per la musica, un sistema di espressione – le sue dita, il suo corpo – che si rifà a quell’individuo, e solo a quello. C’è vita, e la vita di Martha. La sua istintività “zingaresca”, il suo essere brillante e ribelle che caratterizzerà tutta la sua biografia, le sue fragilità, le sue paure.
Martha Argerich ha tre figlie da tre padri diversi (tutti musicisti: Robert Chen, e i direttori d’orchestra Charles Dutoit e Stephen Kovacevich). Ha avuto molti uomini (anche se si definisce “persona incapace di amare”). E un tumore che, nonostante fosse stato vinto, per tre volte si è ripresentato. Oggi vive, a 78 anni, in una villa in centro di Bruxelles, in mezzo a un via vai di nipoti e di giovani musicisti, in una sorta di “maison des pianistes”.
“Un pianista passa così tanto tempo a studiare da solo, per così tanti anni, che non mi va più di suonare da sola”. È dalla fine degli anni Ottanta che si esibisce esclusivamente in concerti da camera con orchestra, o con altri musicisti. Oggi è in tournée col direttore Antonio Pappano, e la sua Orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia. Ha suonato all’Auditorium a Roma il Concerto per pianoforte e orchestra n.1di Liszt (regalando a sorpresa – lei così tanto restia ai bis – Liebeslied di Liszt, una trascrizione di un Lieder di Schumann). Portentosa. Era lei. Lei, che dal 1979 sale sul palco dell’Auditorium. Con la sua lunga chioma, ormai argentata. Piccola, minuta. Ma con una fama da rockstar (la Lego le ha perfino dedicato un “pezzo”, con tanto di pianoforte da assemblare).
“A te non interessa che la gente ti ami”, le disse un giorno Madeleine Lipatti, una delle sue insegnanti. “Tu suoni come se fossi su una barca che sta affondando, in mezzo a una terribile tempesta”.