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 2019  novembre 08 Venerdì calendario


Il Talmud e il matrimonio

Senza dubbio sposarsi è una delle decisioni più importanti nella vita di un individuo. Come atto fondativo, dà forma a una nuova famiglia spesso chiamata ’cellula della società’. Le religioni lo hanno rivestito di molti simboli e significati per esaltarne il valore e le potenzialità, anzitutto la procreazione e l’educazione dei figli. In molte culture si tratta di un business enorme, i cui costi mettono a dura prova le famiglie di origine. Eppure poche realtà sociali hanno avuto anche in Occidente un’evoluzione più complessa di quella dell’istituto matrimoniale. Il trattato Qiddushin del Talmud babilonese, da poco tradotto in italiano a cura del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ne è una preziosa testimonianza. A partire dal contesto storico dell’antico Medio Oriente e dei sistemi giuridici come quello neo-babilonese e romano, i maestri di Israele hanno ’santificato’ un momento fondamentale dell’esistenza umana: hanno analizzato e discusso vetuste norme di diritto tribale trasformandole, poco alla volta, in un vero e proprio ’diritto matrimoniale’ grazie al quale la donna passa da ’oggetto’ di acquisto da parte del marito a ’soggetto’ libero e consenziente, e nel quale si alzano i limiti di età per le giovani donne e dove si profila l’importanza di avere un progetto comune tra gli sposi garantito da uno spazio di crescita spirituale. L’evoluzione culturale e religiosa dell’umanità, si può ben dire, è ben dimostrata dai cambiamenti storici dell’istituto matrimoniale e il Talmud l’ha registrata dal vivo, quasi in streaming. Ecco perché questo trattato, difficile in quanto a volte tecnico (come tutti i trattati giuridici, del resto), è una straordinario documento di civiltà.
Qiddushin, vuol dire ’consacrazioni’ ed è il termine rabbinico con cui si indica il vincolo nuziale. Può sembrare strano questo plurale, essendo l’uomo a prendere l’iniziativa di sposare (’acquisire’) una donna e consacrarla a sé; ma tale plurale lascia intendere che in quell’atto la consacrazione degli sposi è reciproca e rende esclusivo il legame sponsale. Non va dimenticato, tra l’altro, che il testo biblico - il Tanakh ebraico - usa proprio la relazione sponsale come metafora del legame tra Dio e il popolo di Israele, e la santità di quel legame si riflette nella sua esclusività (ossia il non seguire altri dèi, dato che l’idolatria è paragonata all’adulterio). Pur restando profondamente umana, tesa a legittimare ed esaltare l’uso della sessualità, tale relazione viene dal mondo ebraico elevata a modello e immagine della relazione del Creatore con la sua creatura: se non fossimo assuefatti, resteremmo sorpresi per l’audacia teologica di questo linguaggio. Tecnicamente qiddushin è solo la prima parte del matrimonio ebraico; la seconda si chiama nissuim, che indica il sollevare o il portare la sposa nella casa dello sposo. Oggi le due parti sono celebrate contestualmente sotto la kuppà, un baldacchino che viene costruito appositamente per il rito del matrimonio in sinagoga, o in qualsiasi altro luogo (anche in un giardino o davanti al mare). Ma un tempo i due atti giuridici erano separati: il primo faceva scattare il divieto di adulterio e tra questo e la convivenza potevano passare mesi, se non anni. Come spiega Di Segni nell’introduzione al trattato, senza
qiddushin il legame veniva considerato una sorta di concubinaggio. Non era, e non è, solo l’aspetto morale a disturbare il mondo religioso ebraico già nel Talmud; è anche il fatto che, senza atto giuridico, la donna rischia di non essere tutelata nei suoi diritti ovvero nella sua dignità. I decisori - i legislatori - tra i rabbini hanno cercato di tutelare sempre più la parte debole del legame: elevando l’età legale della sposa, pretendendo che il legame abbia almeno due testimoni (usanza poi entrata nel diritto comune) e soprattutto attraverso la stipula di un vero e proprio contratto, chiamato ketubbà, nel quale sono scritte e firmate (dal marito) le eventuali penalità pecuniarie nel casi di divorzio o ripudio della moglie. Si intuisce che l’approccio ebraico al matrimonio non è meramente spirituale: questo legame tra due individui durerà se vi sarà compatibilità caratteriale, intesa sessuale, capacità di risolvere i conflitti e stabilità economica. Questo realismo rende la consacrazione una scelta e non, come si esprime proprio un maestro nel trattato Qiddushin, «una macina al collo», una forma di schiavitù. Sebbene l’amore in quanto sentimento non giocava nel mondo antico, all’apparenza, un ruolo centrale nel
processo dell’unione nuziale, esso non solo non era escluso, ma era auspicato come risultato; nondimeno il legame non scaturiva da una scelta sentimentale, ma costituiva, e costituisce, la risposta a un reale bisogno umano di relazione fisica e spirituale, ed è questo legame che viene ’consacrato’ religiosamente pur restando di natura umana.
La complessità di questi legami, come atti giuridici di rilevanza sociale e politica, traspare dal fatto che nel Talmud esistono quattro altri trattati che integrano la normativa connessa al diritto matrimoniale: come accennato, Ketubbot (plurale di ketubbà) si occupa di come debbano essere stesi i contratti matrimoniali per essere validi, tratta cioè dei doveri coniugali; Yevamot tratta delle norme del levirato, antica istituzione biblica che cercava di tenere la vedova ’in famiglia’ e assicurarle un futuro dignitoso; il trattato Sotà affronta la delicata questione delle infedeltà coniugali (che in un contesto patriarcale erano, ahinoi, solo quelle femminili); e infine il trattato Ghittin copre la normativa sui divorzi. Per quanto si cerchi di salvare ogni legame matrimoniale in crisi, se il bene dei coniugi e dei figli corre seri rischi, si può procedere con lo scioglimento del patto sponsale davanti a un regolare tribunale rabbinico. Il divorzio è un’estrema ratio, ma mostra che nel mondo ebraico il bene (il ben-essere) delle persone viene prima dell’istituto giuridico che deve garantirlo.
Avere tra le mani questo antico testo della sapienza halakhica (giuridica) del mondo ebraico può aiutare a comprendere che il percorso che ha portato a istituire il matrimonio, religioso e non solo, come lo conosciamo oggi è stato lungo e contorto. Oggi si dà per scontato, almeno in Occidente, che quel legame debba essere monogamico, ma nel mondo antico quest’idea non era condivisa. Pur essendo stato monogamico assai prima (già in età talmudica), solo nel X secolo e solo in area ashkenazita il mondo ebraico proibisce ufficialmente - ossia religiosamente - a un uomo di avere due o più mogli. Anche l’uso dell’anello come simbolo dell’’acquisto’ sponsale è un’aggiunta moderna. Ma tutti sanno, perché colpisce l’immaginazione, che durante il rito nuziale ebraico si rompe un bicchiere di vetro come segno, quasi un memoriale della distruzione del Tempio di Gerusalemme. Tradotto, significa che anche nel momento della massima gioia - e commette peccato chi non festeggia e gioisce con gli sposi nel giorno del loro matrimonio - occorre non dimenticare il lutto nazionale, la perdita del luogo che rappresentava il legame tra Dio e il suo popolo. Indirettamente, costringe a pensare che la scelta di sposarsi non è un mero fatto privato, ma un gesto di responsabilità sociale, l’assunzione di doveri politicamente rilevanti. E c’è su cui riflettere in un’epoca in cui la convivenza ha soppiantato l’istituto-matrimonio. Ancora una volta il giudaismo insegna che non è una questione di moralità, o se si vuole di controllo della sessualità, ma di responsabilità verso terzi, i figli (che il matrimonio tutela più delle libere unioni) ma anche dell’intera società. Per l’ebraismo antico tutto ciò era vitale: è grazie al vincolo matrimoniale nella dovuta forma halakhica, è in virtù di questi legami forti e consacrati che il popolo ebraico e le sue tradizioni religiose sono sopravvissuti fino ad oggi. Il libro sarà presentato lunedì 11 alle ore 12 presso l’Università Tor Vergata di Roma dal curatore con Orazio Schillaci, Giorgio Adamo, Clelia Piperno, Ruth Dureghello, Diego Quaglioni, Myriam Silvera, Lucia Ceci, Alessandro Finazzi, Claudio Procaccia.