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 2019  novembre 07 Giovedì calendario


Crescita cinese: a livello del 1992

In Cina, la guerra commerciale con gli Stati Uniti ha fatto calare la crescita dell’economia al punto più basso dal 1992, con il pil sceso al 6% nel terzo trimestre 2019 (+6,2% nel secondo trimestre), già in netto calo rispetto all’anno precedente, quando il pil era del 6,6%. In Italia, il pil del terzo trimestre 2019 è risultato +0,1%.Un rallentamento così dell’economia del Dragone non si era mai visto da 27 anni a questa parte. E ha prodotto anche una virata nazionalista da parte dei consumatori cinesi sempre più orientati verso i marchi locali. Una tendenza che ha subito un’accelerazione rispetto al 2017. E che sta determinando difficoltà sempre maggiori ai marchi stranieri, a meno che non abbiano qualcosa di unico da proporre, secondo quanto ha dichiarato a Le Figaro, Shaun Rein, fondatore di China Market Research Group, ufficio di consulenza con sede a Shanghai. Le nuove classi medie urbane preferiscono i marchi locali per metà delle categieri di prodotti, perchè offrono un miglior rapporto qualità prezzo, secondo i consumatori ultraconnessi.
I consumatori cinesi favoriscono i marchi locali in piena guerra commerciale con l’America di Donald Trump rendendo scuro l’orizzonte delle insegne occidentali su questo mercato giudicato strategico, secondo quanto ha riferito Le Figaro. L’aumento della febbre nazionalista cinese scatenata da Trump cristallizza una svolta piena di minacce per i marchi stranieri che avevano a lungo scommesso sulla globalizzazione dell’ex Impero di Mezzo. Huawei, leader di mercato, ha visto impennarsi le vendite dei propri smartphone (+31% in un anno) dopo che il gruppo di Shenzhen è stato bandito dagli Usa, per volere dell’amministrazione Trump, con l’accusa di spionaggio.
Questo nuovo ripiegamento conferma le difficoltà del gigante asiatico impegnato in una guerra commerciale con Washington che influenza in maniera negativa l’economia globale. È probabile che il pil della Cina possa scendere ancora, sotto la soglia del 6% nel quarto trimestre, secondo Zhou Hao, economista di Commerzbank con sede a Singapore. Questa soglia simbolica è l’obiettivo di crescita annuale per il 2019 fissato dal governo che tenta di orchestrare un atterraggio dolce sullo sfondo di una preoccupazione crescente delle classi medie e degli investitori. L’obiettivo di crescita fissato per quest’anno è ritenuto raggiungibile, ma il partito comunista sta già preparando una via d’uscita. Queste cifre sono uno stress test che punta a sperimentare la reazione dei mercati davanti alla prospettiva di una crescita inferiore al 6% l’anno prossimo. C’è da sorvegliare l’evoluzione dello yuan e delle borse. A Shanghai e a Shenzhen i valori sono scesi in occasione dell’annuncio dei risultati del pil, ma non hanno creato il panico. Non c’è stata sorpresa da parte dei mercati che si sono abituati al rallentamento strutturale dell’economia cinese, secondo quanto ha detto l’economista della Commerzbank.
Tuttavia, qualche segno di miglioramento è stato registrato il mese scorso con la produzione industriale e le vendite che hanno ricominciato a crescere. La produzione è aumentata del 5,8% sullo stesso periodo del 2018, mentre ad agosto era scesa al 4,4%. Le vendite al dettaglio sono salite del 7,8% contro il 7,5% del mese precedente secondo l’ufficio di statistica cinese (Bns). Dati che hanno fatto dire alle autorità che nel corso dei primi tre trimestri dell’anno l’economia ha mantenuto una stabilità d’insieme.
La realtà è che la crescita ha rallentato più del previsto, una diminuzione che è stata giudicata strutturale dopo decenni di crescita straordinaria, e gli effetti si sono fatti sentire sull’economia reale, in particolare nelle città medie. Il governo ha moltiplicato le misure a sostegno dell’economia quest’anno, soprattutto allargando le maglie del credito. Comunque, Pechino ha scartato l’idea di un grande piano di rilancio, giudicato costoso, preferendo conservare le munizioni per un secondo momento della guerra commerciale che si annuncia lunga.