Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  novembre 07 Giovedì calendario


Quelli che sono sicuri di parlare con la Madonna

Maria Vergine è stata di parola col pio liceale di Catania. Gli aveva fissato l’appuntamento per il 1° maggio; nonostante la laica e un po’ socialista festa del lavoro, è puntuale alle 13, e atterra sulle sciare nei dintorni di San Pietro ad Adrano, alle falde dell’Etna, nella circostanza più cupo e fumoso del solito. Ad attenderla c’erano almeno 40 mila persone sulle dune laviche che racchiudono il pianoro al centro del quale spicca la roccia-piedistallo dove la Madonna suole posarsi scalza. L’hanno invocata a lungo, rosari, inni, lodi, petti percossi. L’Immacolata si è fatta annunciare dal sole che taluni hanno visto oscurarsi, cambiare colore e saltellare come un palloncino impazzito nel vento, quindi, sbucando dall’unica ed esigua nuvola, sarebbe comparsa. Grida entusiastiche: «Viva l’Addolorata». Braccia aperte in segno di adorazione, lacrime e singhiozzi. Supplemento di preghiere. Mani giunte. Ringraziamenti. Il ragazzo che ha il privilegio di intrattenerla mensilmente si è abbandonato all’estasi: il volto ispirato, l’espressione angelica, come illuminato dai bagliori celesti ha conversato con la protettrice per una decina di minuti. 

IL MESSAGGIO AL VEGGENTE
Egli parlava sottovoce e per quanto fossi a tre metri da lui non ho capito nulla. Ma terminato il colloquio privato, ha provveduto a informare il pubblico mediante microfono: «La Regina – ha riferito Rosario Toscano, 16 anni, secondo anno allo scientifico – anche stavolta raccomanda la preghiera, il digiuno, l’astinenza, la bontà. Desidera la nostra salvezza, consiglia di impegnarsi per la pace». Il messaggio- data la provenienza- non è dei più originali, ma sarà l’eccitazione o il caldo che stordisce, sarà la vocina prepuberale del veggente che lo difende con garbo, il Verbo è accolto da un’ovazione. «La Madonnina – aggiunge l’adolescente – chiede che in questo luogo benedetto sia eretta una cappella in suo onore». Stupore. Ma anche approvazione che si manifesta con un applauso. La raccolta dei fondi è già cominciata. E si è mosso, in parallelo, il terziario divino: coroncine, immagini e statuette, capelli di paglia, magliette, ampolle di acqua santa e bottiglioni di oligominerale, pure il corpo ha le sue esigenze. È stata una giornata storica per queste borgate note per Santa Maria ma soprattutto per il latitante Santapaola e la sua banda di taglieggiatori, rapinatori, e farabutti generici. I pellegrini hanno iniziato la processione alle 6. Parecchi sono arrivati quassù giovedì sera con camper e roulotte trovando spazio grazie alla solerzia del Comune, il sindaco, prevedendo l’assalto, ha fatto spianare con le ruspe, a tempo di record, qualche migliaio di metri quadrati. Vigili urbani, carabinieri, boy-scout ad ogni incrocio per dirigere il traffico. Lungo il tragitto, che si snoda nel caos del più turpe abusivismo edilizio, molti cartelli estemporanei indicano la meta. Alle 11 non si passa più: la colonna è di 5 o 6 kilometri, clacson petulanti rivelano l’impazienza dei devoti. Decine di pullman. La varietà delle targhe prova che il fenomeno non è locale. Enna, Palermo, Siracusa, Agrigento, Napoli, Salerno. Come mai ha tanta risonanza il fatto che un ragazzino asserisca di essere in buoni rapporti con la Madre di Gesù? Non è venuto a nessuno il sospetto che egli sia afflitto da turbe non rare alla sua età? A Catania l’ipotesi è stata presa in considerazione, si dibatte. Però mentre gli esperti cercano di capire, la massa anziché porsi delle domande preferisce credere, e accorre ogni volta sempre più numerosa ai mistici rendez-vous. Quello di venerdì è stato il terzo in piazza, e ha segnato il record di presenze. In precedenza l’ascetico giovanotto, figlio di un commerciante agiato e di una casalinga, aveva avuto incontri ravvicinati di tipo mariano in assoluta riservatezza. Il primo avviene l’inverno scorso, inopinatamente. Rosario, dopo una malattia, trascorreva la convalescenza a Borrello dove i genitori si sono costruiti la casetta per la villeggiatura. Uscì a fare due passi e attaccò con le preghiere. Un “Pater” tira l’altro, ecco che il predestinato percorre un chilometro e si imbatte nella fatidica pietra. Si blocca, obbligato ad inginocchiarsi da una forza occulta, alza lo sguardo alla croce che ha davanti a sé ed è come folgorato da una sagoma luminosa. Si stropiccia gli occhi. 

IL «PRETINO»
«Era la Madonna», ha poi raccontato. Seguono altri tête-à-tête segreti, finché Nostra Signora gli ingiunge di rompere il silenzio. Lui ubbidisce. Ed è subito clamore. A scuola, l’Istituto Leonardo Da Vinci, i compagni snobbano il veggente, alcuni lo compatiscono, altri lo prendono in giro e gli affibbiano un soprannome: “pretino”. Regolare. Gli insegnanti in abito talare, invece, se lo coccolano. Il suo confessore (“padre spirituale”, puntualizzano i fan del liceo) lo interroga a fondo ed emette questo verdetto: «Non mente, la Vergine lo ha scelto». Ormai è un caso. Rosario si cala nella parte del venerabile mediatore e non accetta più di tornare alle occupazioni adatte alla sua età: vive fra i ceri, alterna esercizi spirituali a litanie, raccoglimenti a contemplazione del crocefisso. In famiglia è considerato l’oracolo, per strada lo riveriscono come un vescovo. È il gioco elettrizzante di un aspirante protagonista? Difficile e inutile dare giudizi. L’impressione, comunque, è che si esageri, causa forse l’ondata di fanatismo che ha travolto Catania. Quello di Rosario non è un prodigio isolato. Nel centro delle città, in via dei Salesiani, nella chiesa delle lacrime c’è una statua della Madonna che piange, rigagnoli di sangue le solcano le guance così rosee da sembrare imbellettate. E a pochi chilometri da San Pietro ad Adramo, nel povero appartamento di un’operaia, una mano misteriosa ha scritto, ovviamente ancora col sangue: «Amate Dio», vicino alla porta, poi, è appeso un quadretto da cui sgorga – pure da quello – un liquido rosso. Questo è il clima. La faccenda dello studente che tratta vis-à-vis con la Mater Dolorosa suscita sincera commozione in vari strati sociali, clero incluso. Al convegno di venerdì hanno aderito dozzine di sacerdoti animati da sacro fervore nell’assistere il miracolo nei suoi collegamenti con l’aldilà: chi gli reggeva il microfono, chi gli carezzava i capelli castani tanto folti da nascondergli la fronte, chi gli forniva i libretti necessari per la recita delle orazioni. Quando riesco a raggiungere il campo, un mare di pellegrini ha già conquistato i posti migliori; i ritardatari costretti a rimanere nelle retrovie si disperano. L’altoparlante ammonisce: «Satana, la Madonna ti schiaccerà la testa, l’ora è prossima». Scrosci di battimani. Ancora: «Ti salutiamo Immacolata». Scene di giubilo. Nella bolgia si apre un corridoio protetto da catenelle, serve al transito del ragazzino col seguito di frati, monache, curati e ammalati cui è riservata la prima fila accanto alla roccia. Tento di intrufolarmi tra i paralitici, ma mi sbattono indietro, il servizio d’ordine organizzato dal comitato spontaneo dei fedeli è implacabile nel respingere chiunque non abbia un ruolo specifico nell’assemblea. La calca è soffocante, mi sballottolano di qua e di là. «Dottore, dottore», urla una donna. Andirivieni di camici bianchi. Che succede? Persone che svengono, una ogni cinque minuti, distrutte dalla fatica o impossibilitate a respirare nella ressa. A furia di gomitate, guadagno la sommità di un dosso: «Lei chi è, e dove va?», mi domanda un uomo sulla quarantina col tesserino di vigilante appuntato sulla camicia. Come apprende che sono giornalista, il burbero controllore diventa ossequioso e mi accompagna sul palco. Delle autorità ecclesiastiche? No tribuna stampa. C’è anche quella. Da qui il panorama è completo. 

SPETTACOLO MESTO
Ma lo spettacolo è mesto: attorno a Rosario una schiera di spastici, distrofici in carrozzella, corpi scheletrici distesi su barelle, bambini deformi che penzolano dalle braccia di donne stanche, tante facce stravolte, occhi assenti. I malori aumentano, un’anziana si affloscia in mezzo a un gruppo di ragazzine che scappano spaventate. Cade perfino il veggente, le ginocchia nella polvere bruna eruttata dal vulcano. Ci siamo. Quasi tutti ammirano un evento eccezionale. Cosa? Non so. Una tv privata, “Antenna Sicilia 3” ha ripreso una signora che giura di aver visto le porte del paradiso; e un bambino, Alessandro 11 anni, che dichiara disinvoltamente di aver chiacchierato con una signora bionda, pupille azzurre e abito lungo. Un’altra Madonna? Certamente. Quella di Rosario, invece, è castana. Sottigliezze. Migliaia di adulti sono impressionati dagli scherzi del sole, per qualcuno adesso è verde, viola, griglio. Discutono. Lo hanno fissato per ore. L’oculista più affermato di Acireale, ha detto: «Molti si sono ustionati la retina in modo irreversibile; c’è chi ha perso la vista per nove decimi». Ma si ostinano a guardare su. Anche questo, forse, è un miracolo.

SPERANZA IN UN SEGNO
Il prodigio o la speranza di un segno è un richiamo irresistibile per migliaia di persone, tante facce comuni che sgranano gli occhi davanti a statue sanguinanti, uomini, donne e bambini che si genuflettono e pregano, piangono a dirotto o sorridono estasiati. Sono fedeli speciali: hanno bisogno della conferma che chi li ama lassù non li dimentichi quaggiù. Si contentano di poco: un messaggio giunto dall’aldilà tramite la bocca di un prescelto, una croce che emani uno strano profumo. Un cenno. Purché soprannaturale. O, almeno, inspiegabile. Non è il caso di sfottere: è uno scorcio, questo, del famoso Paese reale di cui si parla molto e non si sa nulla. La prima tappa del nostro giro è a Schio, 35 mila abitanti, alle propaggini delle Prealpi, le piccole Dolomiti”; ricchezza palpabile: capannoni e ciminiere da tutte le parti, case nuove o intonacate di fresco, una cittadina pulita, abeti, platani e cedri. E, naturalmente, filari di viti. C’eravamo già stati, circa un anno fa, allorché venne fuori una notizia inconsueta. Questa: l’assessore democristiano ai Lavori pubblici, e segretario della locale sezione dc, trascura partito e municipio per dedicarsi ai colloqui con l’Addolorata. Meritava una verifica. In effetti, emerse che Renato Baron, 55 anni, impiegato addetto alla riscossione dei pedaggi autostradali al casello di Valdastico, in politica da un ventennio, una bella mattina aveva dichiarato ai conterranei: «Ebbene sì, vedo Nostra Signora vestita di bianco e azzurro che mi dice delle cose interessanti». La faccenda non poteva andare liscia e il veggente, che si aspettava guai, si era premunito nel migliore dei modi: ovvero, prima di rivelare le avventure mistiche, si era fatto ricoverare all’ospedale per accertarsi di non avere qualche filo staccato. E i medici gli avevano messo per iscritto che non aveva motivo di preoccuparsi: sanissimo di mente. Col prezioso documento, egli tappò la bocca all’onorevole Ermenegildo Palmieri (Pci), autore di una interpellanza al governo, e a coloro che gli davano del matto.