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 2019  novembre 07 Giovedì calendario


Tutte le fake news svelate da Cottarelli

Canta Francesco Gabbani: «Sai che Ghandi era un massone?/I Beatles un’invenzione/E che Adolfo si è salvato/ Il Titanic mai affondato/Le catastrofi naturali/Tutta colpa dei Templari (…)». Si capisce così perché Carlo Cottarelli ha preso in prestito il titolo della sua bella canzone per il suo ultimo libro, che esce oggi per Feltrinelli. Ma dopo aver letto le 272 pagine di Pachidermi e pappagalli è anche più comprensibile il motivo per cui l’autore sia considerato a destra come a sinistra un personaggio scomodo: tanta è la precisione con cui si applica a smontare le bufale che ormai dilagano ovunque, dall’etere al web. Sono le munizioni di certa propaganda politica, e possono essere micidiali per la stessa democrazia: ci sono forze politiche che sulle bufale hanno vinto le elezioni.
Non accade soltanto in Italia, certo. Il problema è che da noi il flusso delle bufale è praticamente senza soluzione di continuità per la necessità di alimentare il clima di campagna elettorale perenne. Succede così, segnala Cottarelli, che circolano bufale perfino sul taglio dei parlamentari per cui si parla di un risparmio "di mezzo miliardo" come se fosse un beneficio annuale. Mentre invece, badando bene di non spiegarlo, ci si riferisce all’intera legislatura e poi non è nemmeno mezzo miliardo, ma 410 milioni: 82 l’anno. E se consideriamo le tasse che lo stato non incassa, il risparmio, calcola Cottarelli, scende a 57 milioni. Un decimo o poco più di quello che invece hanno fatto capire.
Ma questa bufala impallidisce al confronto di quelle con cui gli italiani vengono martellati da anni, e che hanno gonfiato a dismisura il consenso dei partiti sovranisti. Sono quelle che l’ex commissario alla revisione della spesa, per trent’anni al Fondo monetario internazionale, chiama nel libro le «euro-bufale».
La più gettonata nelle discussioni da bar? Quella secondo cui Bruxelles ci imporrebbe regole su quello che mangiamo, come la dimensione delle vongole. Tesi su cui il premier britannico Boris Johnson ha costruito parte della sua strategia fieramente pro-Brexit, arrivando a definire pubblicamente «pazzesco che l’Ue ci dica che forma debbano avere le nostre banane!».
Ma assai popolare anche fra i politici italiani, se è vero, ricorda Cottarelli, che la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, «in un video postato nel maggio 2019 ha accusato l’Europa di fissare la dimensione delle zucchine». Anche se difficilmente si riferiva a quei vegetali, visto che parlava di "zucchine" da pescare nei mari, ma forse ai cosiddetti cetrioli di mare. In ogni caso, scrive Cottarelli, una bufala. Perché «non esistono standard europei che fissino le dimensioni» delle zucchine o dei cetrioli di mare. Come non ci sono standard europei a proposito delle banane: c’è un regolamento del 1994 che divide le banane in tre classi, "superiore", "classe 1" e "classe 2" a seconda della forma.
L’hanno chiesto gli Stati membri per una banale questione di omogeneità in uno spazio commerciale comune. Significa semplicemente che «possono circolare banane di ogni tipo e forma, ma non si può vendere una cassa di banane dicendo che sono di classe superiore se sono deformi ». Quanto alle vongole, «anche qui si tratta di un tipo di regole che esistono normalmente in tutti i paesi per evitare la pesca di organismi ancora in fase di sviluppo, regole che la Commissione europea si è limitata a uniformare».
Circolano tuttavia sull’Europa bufale con bersagli ben più precisi e politicamente ingombranti. Pachidermi e pappagalli sottolinea, per esempio, quella secondo cui «l’arbitro », cioè l’Europa, «è venduto e favorisce la Germania». A riprova di questo gira sui social media la notizia secondo cui «la Germania sarebbe entrata nell’euro a un cambio che avrebbe fatto diventare ricchi i tedeschi». Un euro per marco. Quando, per coerenza con i cambi di inizio 1999 quando vennero stabilite le parità, il rapporto doveva essere invece di un euro per due marchi.
Questo favore avrebbe mandato in orbita gli stipendi dei tedeschi. Ma qui, scrive Cottarelli, «la bufala è doppia. Primo perché se i tedeschi fossero entrati a un marco per euro avrebbero distrutto completamente il proprio settore di esportazioni (…) Secondo, la Germania entrò a un cambio di 1,95583 marchi per euro. Insomma, un falso bello e buono ».
Che ha un rovescio della medaglia tutto italiano. Perché chi teorizza l’arbitro venduto a favore dei tedeschi sostiene che era sbagliato il cambio con cui l’Italia è entrata nell’euro. E questo avrebbe impoverito gli italiani, che se avessero cambiato un euro con mille lire anziché quasi duemila, avrebbero avuto loro un’impennata degli stipendi. Peccato, spiega Pachidermi e pappagalli, che prima dell’euro occorressero «circa mille lire per comprare un marco e quindi circa duemila lire per comprare due marchi». Siccome la Germania entrò al cambio di un euro per quasi due marchi, «ciò comportava che per mantenere invariato il cambio rispetto alla Germania, circa 2 mila lire venissero scambiate con un euro». E in quel momento non c’era ragione per sostenere che il rapporto fra i cambi di lira e marco dovesse mutare.
A valle di queste bufale ce n’è poi una terza, «in qualche modo spontanea, generata», scrive Cottarelli, «dal passaparola». Quella per cui quando siamo entrati nell’euro «i prezzi sono raddoppiati»... Perché i negozianti per tradurre i prezzi da lire a euro avrebbero usato un cambio di mille lire per euro. Nel libro si fa l’esempio della tremenda crisi economica del 2008-2013, che «causò in sei anni una riduzione del reddito pro capite italiano del 12 per cento. Immaginiamo cosa succederebbe se il reddito medio degli italiani calasse del 50 per cento da un giorno all’altro. Ma niente di questo avvenne.
Nel 2002 i consumi delle famiglie aumentarono dell’1,5 per cento, ci dice l’Istat, e ancora dell’1,5% nell’anno seguente». Già, ma i prezzi? Nel libro fa qualche esempio. Come quello del giornaletto Topolino, che il 10 luglio 2001 costava 3.400 lire, e il 9 luglio del 2002 non costava 3,4 euro ma 1,8: «Ossia, 3.485 lire». O di Tex, che nel giugno 2001 costava 4 mila lire e un anno dopo era rincarato non del 100%, ma del 6,5% a 2,2 euro: 4.260 lire. Oppure del cornetto Algida, passato fra il 1998 e il 2002 da 1.500 lire a 90 centesimi: 1.743 lire. Ma «su questo punto», ammette l’autore, «non sono mai riuscito a convincere nessuno, neppure i miei amici più cari e i parenti più stretti». Immaginiamo la frustrazione.
Meriterebbe comunque una medaglia, Cottarelli. Con l’aria che tira non è da tutti dichiarare guerra a pachidermi e pappagalli.