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 2019  novembre 07 Giovedì calendario


Il matematico Villani vuole fare il sindaco di Parigi

«Se fossi rimasto nell’ovattato mondo degli scienziati guadegnerei il triplo e avrei dieci volte meno problemi». Seduto in una brasserie dietro a Notre-Dame, Cédric Villani comincia a scrivere sulla tovaglia di carta. «Non sono un folle, ho tutto ben chiaro». Traccia una linea in cui segna le tappe verso un punto finale: la poltrona di sindaco di Parigi. Vincitore della medaglia Fields, il Nobel della matematica, si è candidato in dissidenza contro i vertici di En Marche. Il movimento di Emmanuel Macron, nel quale Villani è stato eletto deputato, ha preferito l’ex portavoce del governo Benjamin Griveaux. Qualcuno sospetta che prima del voto di marzo lui possa ritirarsi. «Arriverò fino alla fine» dice con lo sguardo un po’ spiritato e lo stile da dandy che lo contraddistingue. I completi a tre pezzi, la collezione di spille a forma di ragno, l’orologio da taschino, le camice col fiocco lavallière. Non ha cambiato quasi nulla da quando lo avevamo incontrato anni fa per la promozione del suo libro "Teorema vivente". Soltanto barba e capelli sono un po’ più ordinati.
Qualcuno ha ironizzato su un’immagine così diversa dai politici tradizionali.
«I miei consiglieri mi hanno sottoposto a corsi di media training ma voglio rimanere fedele a me stesso. In geometria esiste la nozione di immersione: una forma che cambia all’esterno, restando uguale all’interno. Ecco, mi sento così. La libertà non è mai un problema, solo un vantaggio».
Lo dice al suo partito?
«I giochi di apparati mi hanno escluso. È un peccato. Non serbo rancore. La mia candidatura sarà utile per radunare ancora più parigini».
Altri temono invece la dispersione dei voti tra gli elettori di Macron.
«Nei sondaggi la somma delle preferenze tra me e Griveaux è più alta di quella del solo candidato di En Marche. È la prova che attraggo elettori di destra, di sinistra o di chi finora non si interessava alla politica».
Un’idea simbolo per la sua Parigi?
«Stiamo discutendo del programma nei vari atelier partecipativi. La mia non è un’avventura solitaria. Ho un piccolo esercito di ottocento militanti e grazie alle donazioni ho quasi raccolto i fondi per la campagna elettorale. Comunque, uno dei simboli del mio mandato sarà rispondere alla crisi democratica con l’estrazione a sorte di cittadini per essere candidati nelle mie liste».
La politica come una lotteria?
«Non ho inventato nulla. Si faceva già duemilacinquecento anni fa ad Atene. Voglio anche creare un’agorà, un organismo formato da rappresentanti della società civile che affiancherà l’azione del consiglio comunale».
Lei aveva sostenuto l’attuale sindaca Anne Hidalgo. Perché ha cambiato idea?
«Hidalgo ha fatto alcune cose positive. Si è impegnata per la pedonalizzazione delle banchine della Senna o sull’aumento delle case popolari. Ma ha compiuto molti errori. Ad esempio non ha saputo includere le banlieue nello sviluppo della città. Parigi è una città ridicolmente piccola e densa rispetto ad altre capitali del mondo. Dobbiamo lavorare con i ventotto comuni limitrofi. Hidalgo ha anche un altro problema».
Quale?
«È una personalità divisiva, che oppone l’est e l’ovest della città, tra le classi più popolari e quelle più ricche. Io invece voglio riconciliare i parigini».
E con Macron si è riconciliato?
«Non rispondo. È grazie a lui che sono entrato in politica. Continuo a essere deputato di En Marche, non sono stato escluso dal movimento».
Che cosa può dare uno scienziato alla politica?
«Portare un po’ di razionalità nel dibattito e avere la conoscenza necessaria per dominare le trasformazioni che ci aspettano, ad esempio il cambiamento climatico e l’intelligenza artificiale. E poi non è così strano. C’è una fisica che ha fatto parecchia carriera politica. Mi riferisco ad Angela Merkel».