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 2019  novembre 07 Giovedì calendario


Quando l’Italia censurava il pop

Censura, scure o mannaia che sia, oggi con certe brutture da trap e dintorni la vecchia Commissione avrebbe certamente un gran daffare se adottasse gli stessi criteri imperanti negli ormai lontani anni Sessanta e Settanta. Nel mirino, soprattutto, le prurigini di matrice sessuale e il messaggio politico espressi tra testo e sotto-testo del nascente pop cantautorale (e non solo) di allora. Un elenco trasversale: Dio è morto( Guccini) epurata dalla Rai e poi riabilitata dal Vaticano; «Ladri e puttane» diventati «gente del porto» (Lucio Dalla con testo di Paola Pallottino, 4-3-1943); un «cancro nel cappello» edulcorato in un generico «qualcosa» (De Gregori, Alice); A Cristo ( Venditti) denunciata per vilipendio alla religione di Stato. Circola persino il testo di una versione hot di Luci a San Siro ( Vecchioni) che non vedrà mai la luce. E Io se fossi Dio all’alba degli Ottanta è urticante al punto che nessun discografico la vuole.
L’elenco (ben più copioso) suggerisce un dato incontrovertibile: finita l’epoca dei melodrammoni in punta di accordo, delle edere nillapizziane, dei profumi e balocchi, delle colombe bianche e degli innamorati trepidanti, la canzone si affranca dalla melassa retorico-sentimentale e inizia a cantarle sul serio. Fuori dai denti. Siamo nel 1963 quando Luigi Tenco comincia a strutturare la sua fama di autore non gradito: Cara Maestra sfida i pilastri fondanti della società italiana – scuola, chiesa, istituzioni – e la cosa non va giù. Il brano è oscurato dalla Rai e sostenuto poco e male dalla stessa etichetta discografica. Non un vero e proprio cartellino rosso ma poco ci manca; e a Tenco di lì a poco sappiamo come andrà a finire. Anche la visuale divergente di Fabrizio De André non poteva che confliggere con la censura. Succede alla sua Bocca di rosa nel 1967, elogio dell’amore “per passione” e condanna del benpensantismo, e succede a Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, lo stesso anno, quando uno zelante censore viene a sapere che Paolo Villaggio (autore del testo), tra i versi, chiama il re «faccia da culo». La musica (dei censori) non cambia nemmeno dopo il Sessantotto. Un sorprendente bollino rosso tocca persino a un diciannovenne Claudio Baglioni: la sua Notte di Natale è giudicata blasfema per i versi «Dio, tu stai nascendo e muoio io» (ma dove sta la bestemmia?), e a Lucio Dalla con la celeberrima 4/3/1943, che avrebbe dovuto chiamarsi Gesubambino.
Il testo vede inoltre i versi originali «E ancora adesso mentre bestemmio e bevo vino / per i ladri e le puttane sono Gesubambino», modificati nei più opportuni: «E ancora adesso che gioco a carte e bevo vino / per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino». Nel 1971 Lucio Dalla inciampa ancora nella censura preventiva con Il Colonnello, bollata per i sottesi riferimenti al colonnello De Lorenzo e al suo fallito golpe di qualche anno prima. Quando Ron va a Un Disco per l’Estate a cantare Il gigante e la bambina si chiama ancora Rosalino Cellamare. La canzone è scomoda, parla di stupro, la censura Rai ingentilisce: «Il gigante adesso è in piedi con la sua spada d’amore», il testo originale, evoca pensieri che non vanno bene. In una versione viscerale di Luci a San Siro, l’insospettabile Roberto Vecchioni osa molto di più in Luci a San Siro. A dispetto dei suoi temi da romanzetti Harmony, Claudio Baglioni è un habitué delle commissioni di censura. Il suicidio di cui tratta ne Le lacrime di marzo non è ritenuto adatto alla tv e anche l’immortale Questo piccolo grande amore (1972) al- la sua prima stesura inciampa nei tagli dei vari savonarola. Sulla sponda del cantautorato sentimentale, la sciovinista Bella senz’anima di Cocciante viene censurata nei versi «E quando a letto lui / ti chiederà di più», che alleggeriti diventano «E quando un giorno lui / ti chiederà di più». Le tematiche a sfondo sessuale turbano le notti dei commissari Rai. Nella degregoriana Niente da capire il verso che in origine suona «Però Giovanna io me la ricordo / faceva dei giochetti da impazzire» si trasforma in «Però Giovanna io me la ricordo bene / ma è un ricordo che vale 10 lire».
Censura alquanto attiva anche con l’allora filo-cinese Antonello Venditti: la sua A Cristo, oltre a evocare una bestemmia, contiene riferimenti espliciti alla guerra arabo-israeliana. Si va avanti più o meno in questo modo e anche il 1976 registra bocciature decisamente celebri. L’avvelenata di Francesco Guccini è troppo piena di parolacce. Bocciata. Mini-purga anche per Rino Gaetano, che in Spendi spandi effendi deve cassare l’epiteto del verso «maschiaccio libidinoso...».
Per togliere ogni disturbo, Eugenio Finardi si cassa da solo e in Scimmia(parla di droga) sostituisce «metadone» con «decisione». Qualche problema in più gli procura la versione live di La C.I.A..
In Una storia disonesta il passaggio che recita «Che bello / due amici, una chitarra e uno spinello» procura grattacapi al suo autore, Stefano Rosso; ed eclatante anche il caso di Paparock, a firma dell’allora Decibel Enrico Ruggeri. Va appena meglio alla fossatiana Dedicatoper voce e grinta di Loredana Bertè. I «politici da fiera» diventa «la faccia che ho stasera». Gli anni Ottanta sono ormai alle porte, la canzone sta per suonare a salve, e la censura dormirà sonni più tranquilli.