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 2019  novembre 05 Martedì calendario

Da "Libri al rogo" di Pierluigi Battista (La nave di Teseo)

Il furore religioso e ideologico è ancora brutale e tonico, e la storia dei roghi dei libri sembra non conoscere la parola fine. Non facciamoci trovare impreparati, prepariamo una strategia di autodifesa nell’attesa di un futuro che, dopo tante aspettative deluse, non si preannuncia roseo. Per esempio potremmo trarre giovamento dalla lezione, eroica, incarnata dalla vedova di Osip Mandel’štam e dal protagonista di Fahrenheit 451, che scavarono il rifugio della memoria dove conservare le parole dei libri. Un rifugio irraggiungibile, una fortezza inespugnabile. Noi questo rifugio ce l’avremmo. Già fatto, senza eroismi. Possiamo disporre di meravigliosi strumenti per rendere almeno parzialmente vana l’azione dei piromani, eludere la violenza degli intolleranti con l’intelligenza e serrare nella memoria collettiva quello che i fanatici del rogo vorrebbero distruggere per sempre. Per esempio: abbonarci attraverso il web a tutte le biblioteche del mondo, memorizzare le parole nei nostri archivi custoditi dal computer.

Non basta? Certo che non basta. Ma la più importante strategia difensiva credo consista — e immagino che questa idea non sia tuttavia gradita a molte persone, come si dice, «sinceramente» democratiche — nel contrapporre al fanatismo dell’intolleranza un oltranzismo della tolleranza. Una difesa intransigente e testarda della libertà d’espressione, senza eccezioni. Perché dietro ogni limitazione della libertà d’espressione, quand’anche fosse ispirata ai più nobili motivi, si nasconde minaccioso il rischio dell’arbitrio e della discrezionalità e aprire anche soltanto un varco all’intolleranza «buona» è come spalancare una falla destinata a sgretolare la compattezza di una società a cui pure piace rendere gloria, nelle sue bandiere, alla libertà d’opinione. Si rinuncia una sola volta, soltanto una volta, e poi non ci si ferma più. Se si sacrifica un solo mattoncino, l’edificio delicato e complesso della tolleranza rischia di sfaldarsi.

Invece la ricetta dell’oltranzismo della tolleranza è molto semplice. Non conosce subordinate, deroghe, incoerenze, abusi di potere, perché è fondata sulla categoricità e sull’impegno rigoroso del «mai»: mai un libro deve essere censurato. Mai un’opinione, anche la più disgustosa, deve essere sanzionata per legge e ridotta a reato. Mai l’arena della discussione libera, anche se aspra, dura, feroce come deve essere la competizione delle idee in una società aperta e non timorosa del conflitto, deve diventare affare di polizia e trasferirsi in un’aula di tribunale. Mai il potere democratico deve arrogarsi il diritto di fissare una frontiera tra il dicibile e l’indicibile, stabilire con atto d’arbitrio ciò che è lecito dire e ciò che non lo è. Mai un giudice deve sostituirsi allo storico, allo scrittore, al regista. La tolleranza non ammette eccezioni, pena l’inizio dello stravolgimento nel suo contrario.

La tolleranza esige un feroce autocontrollo sulle proprie pulsioni impazienti, una disciplina severa dei propri impulsi censorii: quante volte vorremmo tappare la bocca a chi dice cose nefande, orribili, sideralmente lontane da ciò che noi pensiamo e siamo. Ma la tolleranza liberale è un esercizio di ascesi. E di rinuncia a tappare la bocca a chicchessia: ecco perché è difficile esserle fedele, ed è così raro nella storia umana l’affacciarsi di società fondate sulla libertà d’espressione e sull’accettazione della differenza radicale tra visioni del mondo irriducibilmente ostili. Niente di più facile che tollerare i simili, oppure opinioni diverse ma compatibili con quelle che professi tu. La cosa più difficile è non cedere all’istinto di cancellare, segregare, censurare, incenerire le opinioni insopportabilmente incompatibili se non spregevoli, le ideologie totalitarie e dittatoriali esplicitamente nemiche della tolleranza.

I nuovi intolleranti amano molto citare un celebre paradosso di Karl Raimund Popper, uno strenuo difensore della società liberale minacciata da tutti i totalitarismi. Ma il paradosso di Popper — «la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi» — non è un paradosso, bensì purtroppo un cedimento culturale alle ragioni dell’intolleranza, come del resto aveva già notato il filosofo liberale John Rawls. Il tollerante che non tollera, anche per una volta soltanto o per un numero limitato di volte, diventa esso stesso intollerante indossando l’abito del suo nemico e imitandone goffamente le gesta. Ma se una società aperta vuole difendere se stessa e la sua superiorità morale, non può farlo derogando ai propri princìpi, diventando come quelli che la combattono e accorciando le distanze tra una società libera e una oppressiva e illiberale. Per combatterli non puoi diventare anche parzialmente come loro, devi rivendicare la tua diversità non cedendo «mai» alla tentazione potentissima della censura, del bavaglio. Del rogo. Anche del rogo democratico. Mai.

Per evitare arbitrii e derive autoritarie nel nome dei «buoni» princìpi bisogna perciò che una società libera ostinatamente difenda la trincea di demarcazione che divide le parole dagli atti, le cose dette dalle cose fatte, i proclami dalle azioni. Spezzare la catena logica che parte da una cosa detta o scritta, sia pur abietta (ma chi stabilisce il grado di abiezione?), per portarla alla dimensione di un reato. La difesa di questa frontiera, di questa distanza tra le parole e le cose, è la base stessa di una società libera e tollerante. Io posso propugnare su un giornale o in un libro l’abbattimento rivoluzionario dello «Stato borghese» e non ne deve venire danno alla mia libertà di esprimere le idee più radicali, ma se prendo le armi e sparo sui rappresentanti dello Stato commetto un reato e merito fortemente la punizione della galera. Se predico in una moschea la necessità del jihad devo essere libero di farlo, se però mi arruolo in un gruppo terrorista commetto un reato e merito la repressione. Se dipingo un quadro considerato offensivo per la religione e lo espongo in una mostra, non devo essere censurato, e nemmeno se in un film proietto immagini dettate dall’anticlericalismo più estremo, ma se invece aggredisco fisicamente il rappresentante di una religione o distruggo un luogo di culto, commetto un reato e merito la repressione.

Se sono fascista, devo essere libero di dirlo perché è intollerante e illiberale equiparare a un reato il dirsi fascisti: perché l’antifascismo dovrebbe essere proprio questo, il contrario del fascismo, non l’accettazione rovesciata e speculare dei suoi metodi. Mettere sul banco degli imputati dei cittadini sulla base di un obbrobrio giuridico liberticida come il reato di «apologia del fascismo» è invece, questo sì, un cedimento alle pulsioni prepotenti dell’intolleranza. Un regalo agli intolleranti che si vorrebbe combattere.

Ma non dovrebbero esserci, come predicava il saggio liberale Popper, limiti alla tolleranza, non degli atti, ma anche delle parole, non delle azioni, ma dei proclami, non delle cose fatte, ma anche di quelle dette? No, non dovrebbero, non devono esserci limiti. Ma allora, se non esiste alternativa al paradosso di Popper, le società libere sono destinate a restare indifese, a deperire nell’assedio? No, potrebbero e dovrebbero passare al contrattacco se, armate dei loro forti argomenti, volessero e sapessero reagire alle sfide degli intolleranti con una aperta, intransigente, combattiva, militante guerra culturale. Se capissero che il dilemma non è tra la repressione e l’indifferenza, tra la sanzione legale e l’acquiescenza, come se la tolleranza fosse percepita e vissuta come un brodino tiepido, un astenersi dalla lotta. No, dovrebbe essere il contrario. Bisognerebbe essere duri, aspri, culturalmente e lessicalmente cattivi con gli intolleranti, però con il potere degli argomenti, non con l’aiutino della magistratura. Al primo apparire della campagna negazionista su Auschwitz, mentre si invocavano leggi repressive su chi l’aveva scatenata, il grande storico Pierre Vidal-Naquet, la famiglia distrutta nella Shoah, spiegò che era sbagliato ricorrere alle armi sleali della censura e che occorreva rispondere colpo su colpo alle fandonie dei negazionisti. Ne venne fuori uno dei più straordinari libri di confutazione delle menzogne di chi negava la verità storica della Shoah, Gli assassini della memoria, e la guerra culturale di Vidal-Naquet batteva, accompagnata dall’entusiasmo intellettuale e morale del lettore, a un ritmo martellante, dura, senza sconti e indulgenze. Argomento contro menzogna, fatti contro deliri, altro che indifferenza.

I falò delle idee non cessano di ardere nel mondo e le società aperte e libere stentano a marcare la loro differenza. E sono disposte ad accettare troppe deroghe, mentre un nuovo fanatismo minaccia la nostra libertà di pensare, scrivere, dipingere, rappresentare idee ed emozioni, girare film, pubblicare libri. Quando i vignettisti di «Charlie Hebdo» sono stati sterminati, colpevoli di aver pubblicato disegni «blasfemi» su Maometto, si sono alzate molte voci, troppe voci, per dire che, certo, la morte, per carità, è stata una punizione davvero eccessiva, ma quei vignettisti se l’erano cercata con le loro irriverenti e oscene provocazioni. Nel mondo della tolleranza stiamo facendo paurosi passi indietro, conquiste che sembravano acquisite non lo sono più. La battaglia contro la censura (e l’autocensura) perde colpi. Ma non devono vincere loro. Bisogna cercare di spegnere quei roghi con un attaccamento quasi maniacale ai propri principi di libertà, che vanno difesi ad oltranza contro i fanatici. L’oltranzismo della tolleranza, appunto.