il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2019
Nada si racconta
“Ho letto da qualche parte che Nada in sanscrito significa suono, e io da sempre inseguo un suono che so di trovare solo dentro di me. L’importante è continuare a cercare”. Non mette in pagina, la ragazza di Gabbro, la storiella già troppo usurata: quella della profezia di una zingara di nome Nada a sua madre, la venuta al mondo di una figlia che avrebbe avuto fortuna. Perché nell’autobiografia a ritroso intitolata Materiale Domestico, il successo è ancora un trauma irrisolto: i fasti adolescenziali da Ma che freddo fa in avanti sono lasciati in fondo al libro.
“Ero troppo giovane per sapere esattamente quello che mi stava succedendo, sentivo però che qualcosa funzionava male, ma non capivo. Volevo scappare, non mi andava di cantare. Mi tenevano imprigionata in quel successo di cui a me non importava nulla, come non mi importava di denaro, macchine, vestiti, attico e superattico, contratti, niente, volevo solo andare via. Scoprire chi ero davvero e imparare”. Affrontando pure le flebo prima di concedersi alla sua “musica storta”, che ha sempre venduto poco ma che è pietra angolare del vero indie italiano, quello dove l’inchiesta sul suono si incrocia con il dialogo con la psiche, in equilibrio instabile, “mugolando” senza posa – spiega lei – per ribellarsi alla prevedibilità del canto troppo educato.
Ma per fare ordine nel percorso serve una mano del Caso: un giorno Nada apre un armadio e cadono giù centinaia di nastri di canzoni arrangiate in maniera ostinatamente provvisoria. Roba splendidamente imperfetta, necessaria per mettere insieme la metà sonora del progetto, il doppio album anch’esso intitolato Materiale domestico: 24 provini (4 inediti) in uscita venerdì. Pure qui Nada si concentra sulla parte fieramente sghemba della carriera: non ci troverete Il cuore è uno zingaro, di quando vinse l’odiato Sanremo con Nicola Di Bari (e solo lui sarebbe andato all’Eurofestival, dopo aver tirato a sorte), ma le infatuazioni alt-rock scaturite dall’incontro con John Parish (produttore di P.J.Harvey) o le incandescenze elettropop anni ’80 alla Kraftwerk.
Nel libro, Nada si circonda di assenze: la madre è evocata nel giorno della scomparsa, coi brutti sogni di quel mattino, “serpi che uscivano dalla mia borsa e si arrotolavano alle caviglie, topi che sbucavano dai cassetti della credenza”. E il dialogo della vigilia, quando dal capezzale la mamma le disse: “Sai, non sono sicura di avere fatto bene a farti cantare”. “Mi stava dicendo”, scrive Nada, “che capiva le mie scelte e si rendeva conto di quanto era stato difficile per me prendere in mano la mia storia”. O il rapporto con Fausto Mesolella degli Avion Travel che con Ferruccio Spinetti diede vita al Nada Trio: serate a far felici pochi spettatori, poi la caccia alle migliori pizzerie. Finché anche l’amico Mesolella non se ne andò, e troppo presto, inchiodandola “al più grande dolore della mia vita”, con la sola consolazione che “Fausto è una stella cadente”. O ancora, l’esperienza “sciamanica” di quando sognò il già scomparso Gianni Marchetti (il magnifico Maestro che dava corpo musicale alla poesia di Piero Ciampi). Il fantasma di Marchetti “…si incamminò dicendo che doveva andare via, ma prima di scomparire nella nebbia mi disse di portare tre rose bianche nella siepe davanti a casa mia, e lì potevo fargli sentire la canzone che avrebbe ascoltato con gioia”. Nada andò alla siepe con i fiori e il computer con l’album Occupo poco spazio. Con Marchetti e Ciampi Nada aveva realizzato nel ’73 un disco di clamorosa bellezza, Ho scoperto che esisto anch’io: le copie invendute, quasi tutte, furono inviate al macero. Tre anni più tardi i discografici la convinsero a una nuova partnership, a metà tra Ciampi e Conte. Nada soggiornò per un mese nell’angusta camera degli ospiti dell’avvocato, ad Asti, il livornese si rodeva di gelosia. Artistica, beninteso.
I piani andati in malora. Il rendez-vous in un bar romano con Antonioni, che la voleva protagonista in un film. “Quando arrivai, lui era già al tavolo seduto di fronte a un ragazzone con un paio di occhiali da sole. Di sera?, pensai. Era carino”. Quel giovane era Peter Fonda. I discografici di Nada si opposero sostenendo che “il cinema avrebbe nociuto alla sua immagine”. Antonioni si incazzò. O gli scontri con Dario Fo, che l’aveva voluta per l’Opera dello sghignazzo. Fo si fece perdonare con uno suo quadro e la dedica: “Andarono per tagliatori di teste, incontrarono Nada che la tagliò loro”. Lei replicò con Ti stringerò, uno dei successi dell’82. Accadeva prima della rivendicazione della “musica storta” con Mesolella, Motta, Parish, Carlo Basile, gli Zen Circus o Massimo Zamboni dei CSI. Alla ricerca del vero suono della ragazza di Gabbro.