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 2019  novembre 05 Martedì calendario

Intervista al tennista italiano Jannik Sinner

l predestinato, in città per Next Gen, ha fame. 18 anni, 2 mesi, 19 giorni, numero 93 della classifica mondiale, il futuro apparecchiato davanti e una fame da lupo. E quindi si agita sulla sedia, chiede l’ora, cerca (almeno) delle caramelle. «Che si mangia stasera?». Chioma rosso fuoco, idee chiare, precisione nel tiro da biatleta, risata pronta e gorgogliante come i ruscelli della sua Sesto Pusteria. Per Jannik Sinner, se non bastasse l’arrampicata verticale dal n. 551 del ranking ai top 100 in dieci mesi (più giovane italiano a sfondare il muro), garantisce guru Riccardo Piatti: «Ha i colpi, ma soprattutto la testa. 30-40% di margine di miglioramento in ogni aspetto del tennis: per i prossimi quattro anni giocherà 70 partite a stagione, 7 al mese per dieci mesi. Una più importante dell’altra: si migliora così». Forrest Sinner o Jannik Gump, che pare svagato e un po’ surreale ma in realtà ha un’asburgica presenza sulle cose che lo circondano condita da una gelida ironia, ascolta il maestro in silenzio. 
Jannik è d’accordo? 
«Di Riccardo mi fido». 
E di se stesso, si fida? 
«Non leggo gli articoli su di me. Si parla tanto, anche troppo per quello che ho fatto: ho vinto solo due challenger… Non vuole dire niente. Di notte dormo benissimo. A volte dormo anche di giorno». 
Next Gen è una tappa o va vinto come un obbligo? 
«È un’esperienza. Per ora conta quella. Tre partite di livello, sperando nella semifinale. Debutto al Palalido con Tiafoe, sto giocando bene, mi sento pieno di fiducia». 
Le regole di Next Gen le piacciono? 
«Mica tanto, ma è meglio non lamentarsi. Alla fine conta sempre vincere il punto». 
Da adolescente atipico, le manca qualcosa della vita normale? 
«Ma io vivo una vita normale. Tennis e tempo libero: un gelato, una pizza con gli amici, la Playstation. Mi piace il Manchester City ma gioco meglio con il Psg. Però con De Bruyne mi vengono dei gran gol da fuori area. Insomma, sento che non mi sto perdendo niente». 
A casa in Alto Adige ci torna mai? 
«Riccardo mi manda su ogni tanto. Dopo i tornei negli Usa mi sono ricaricato tra le montagne: lassù c’è un’aria diversa, nonna mi cucina il wiener schnitzel, vado a camminare sui sentieri con il nonno. Dopo 3 o 4 giorni sono tornato a Bordighera ad allenarmi: non sapevo più cosa fare». 
Preferisce essere definito altoatesino o sudtirolese? 
«Non cambia nulla. Per me non è importante». 
In che lingua pensa, tedesco o italiano? 
«Ormai italiano». 
In che lingua sogna? 
«Non sogno». 
Con la scuola come va? 
«Mi sono fermato alla quarta liceo, al Walther di Bolzano. Dovrei riprendere e fare la maturità ma credo che nessun tennista abbia voglia di andare a scuola...». 
Un piano B serve sempre. 
«Eh, non si sa mai… Magari mi rompo, speriamo di no». 
Jannik in un tennis che viaggia a trecento all’ora c’è tempo per godersi le cose e provare un po’ di gioia? 
«La sensazione di una vittoria è bella: quando la provi, cerchi di ricrearla. Io non godo tanto, alla fine. Mi basta una cena e il giorno dopo sono pronto a tornare in campo». 
I lampi di gioia più intensi fin qui? 
«Tre. Con Wawrinka all’Us Open, quando ho perso ma ho capito di avere un posto nel mondo; con Monfils, che ho battuto ad Anversa; con Alcarez ad Alicante: stavo 3-0 sopra al terzo, ho perso 6-3. Non ero felice ma mi ha dato una bella sveglia». 
La sua festa per il 18esimo compleanno come è stata? 
«A New York, me l’ha organizzata Riccardo con sua moglie Gaia al ristorante Serafina. Ho offerto io ma sono attento con i soldi quindi ho chiesto a tutti di mangiare poco. Vietato il vino e al posto della torta i cupcake». 
Dove vorrebbe affrontare, la prima volta, la trimurti Federer, Nadal, Djokovic? 
«Federer e Djokovic sul veloce, Nadal sulla terra perché se vinco vuol dire che sono bravino». 
Con Djokovic si è allenato a Bordighera. 
«All’inizio ero teso, poi mi sono sciolto». 
Berrettini n. 8 qualificato per le Atp Finals le è d’ispirazione? 
«Abbiamo storie diverse ma Matteo mi piace come persona: si merita Londra». 
È un teenager social? 
«Non ho né tablet né computer, film pochi, serie zero. Musica rap, italiana poca». 
Superstizioni? 
«Cosa vuol dire?». 
Ha amuleti, scaramanzie, riti? 
«Aaah… Scavalco le righe col piede destro e ho un leoncino portafortuna comprato in aeroporto». 

Il miglior consiglio mai ricevuto? 
«All’Elba, a Maria Sharapova che si allenava con Riccardo, ho chiesto se lei alla mia età aspettava l’errore o andava a prendersi il punto. Vincevo io! mi ha risposto». 
Tra un anno esatto dove vorrebbe essere? 
«Difficile dirlo. Meglio piazzato di come sono oggi in classifica. Non mi pongo limiti». 
Ma lei è un freddo glaciale o un freddo caldo, Jannik? 
«La parte delle emozioni mi piace perché la gestisco io. È la cosa più facile del tennis: comandare la mia testa».