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 2019  novembre 03 Domenica calendario

A un anno dal voto Usa

Tre novembre 2020, tra un anno esatto l’America vota. «Se dovessimo rieleggere Donald Trump — dice il candidato democratico Joe Biden — il carattere di questa nazione verrebbe stravolto». Gli fa eco un’altra candidata, Elizabeth Warren: «L’elezione definirà il nostro Paese, per molte generazioni». Almeno su questo i democratici sono d’accordo. Su nient’altro, però. Programmi di governo, valori, strategia, tattica: grande è la confusione a sinistra. Donde la varietà estrema delle candidature in campo, dal moderato Biden ai radicali Warren e Bernie Sanders. E un contro-messaggio comincia a sedurre i repubblicani: tra un anno si voterà non pro o contro Trump, ma su un referendum tra socialismo e capitalismo.
L’incertezza democratica è palpabile. Un conto è riportare all’ovile gli elettori moderati — spesso maschi di mezza età, operai, bianchi — che dopo aver votato Barack Obama per due volte "tradirono" nel 2016. In quel caso bisogna puntare su un messaggio centrista, rassicurante, e concentrato in particolare su 5 Stati industriali del Midwest. Altra cosa è mobilitare giovani, minoranze etniche, quelle frange più sensibili a un messaggio radicale, ma anche le più suscettibili di rimanere a casa il giorno del voto.

Il sorpasso Warren-Biden
La novità in campo democratico è il primo sorpasso di Warren su Biden. È avvenuto in un sondaggio cruciale, nello Stato dell’Iowa. Cioè il primo dei "caucus", che il 3 febbraio apre la stagione delle primarie per selezionare lo sfidante di Trump. I sondaggi fatti un anno prima raramente ci azzeccano, però si sta verificando quel calo di Biden che molti si aspettavano. L’ex vicepresidente di Obama, che partì favorito, non è un oratore brillante, moltiplica le gaffe, e soprattutto viene danneggiato dal suo coinvolgimento nello scandalo Kievgate. Paradossalmente può diventare lui la vittima politica dell’impeachment anziché Trump. Fra un anno l’impeachment potrebbe rivelarsi neutrale per l’effetto sul presidente. I sondaggi dicono che sull’incriminazione-destituzione l’elettorato si spacca seguendo fedelmente la geografia partitica. Peggio: in molti Stati-chiave che i democratici devono strappare a Trump (Florida, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin) perfino gli elettori moderati e indecisi sono a maggioranza contrari all’impeachment.

La riforma sanitaria
L’altra novità in campo democratico riguarda sempre lei, "Elizabeth la Socialista". Un’altra donna che ci prova, dopo Hillary, a conquistare la Casa Bianca. Di umili origini, infanzia povera, ma capace di conquistarsi un posto all’università più selettiva del mondo, Harvard. Celebre per le sue battaglie contro la mala-finanza ai tempi di Occupy Wall Street. Ora la senatrice del Massachusetts ha finalmente reso noto nei dettagli il suo piano di riforma sanitaria. Sì, perché la riforma di Obama — che Trump non è riuscito a disfare — si è rivelata insufficiente.
La sanità americana resta la più cara del mondo. Continua a poggiare sul privato, sia sul fronte assicurativo che ospedaliero. È fonte di enormi sprechi, iperinflazione dei costi, e i risultati finali in termini di salute dei cittadini sono mediocri. Warren ha abbracciato lo stesso slogan del suo rivale-gemello Bernie Sanders cioè un sistema sanitario pubblico e universale. Noi diremmo: europeo. Molti americani invece dicono: una sanità socialista. E il conto da pagare sotto forma di tasse è diventato il tema politico dominante nelle ultime 24 ore.
La stessa Warren infatti parla di una spesa pubblica aggiuntiva di 20.000 miliardi di dollari in dieci anni. In realtà una parte di questi costi sono virtuali, perché si tratta di prelevare sotto forma di tasse ciò che oggi viene pagato privatamente. Ma per molti elettori la transizione è controversa.
Nella giungla sanitaria americana c’è chi sta bene, e non solo i ricchi. Una parte del ceto medio, chi lavora per aziende grandi o medio-grandi, riceve insieme allo stipendio una polizza assicurativa privata che può essere generosa di prestazioni mediche. Questi privilegi gli verrebbero espropriati, tutti finirebbero in un sistema statale unico, c’è chi si sente potenzialmente defraudato e impoverito. Una parte dei costi saranno poi finanziati riducendo i rimborsi alle case farmaceutiche, agli ospedali privati, ai medici: altrettanti nemici che Warren sta coalizzando contro di sé. Infine ci saranno le nuove tasse. Sui ricchi, in particolare una patrimoniale del 6% sui miliardari. Sulle banche, sulla Borsa.

La rivoluzione Elizabeth
Se si allarga lo sguardo dalla sanità a tutte le altre proposte di Warren, parlare di rivoluzione non è del tutto esagerato. La senatrice vuole usare l’antitrust per smembrare i colossi dell’economia digitale come Amazon Facebook e Google, e le mega-banche di Wall Street. Propone massicci investimenti pubblici — quindi altre tasse — per le energie rinnovabili e la lotta al cambiamento climatico. Tutto il prelievo fiscale diventerebbe fortemente redistributivo, cioè penalizzante per "l’un per cento" dei privilegiati. Su alcuni temi la sua agenda di sinistra si ricongiunge con quella di Trump: Warren vuole ritirare i soldati Usa dal resto del mondo per tagliare la spesa militare; è protezionista contro la Cina.

Il socialismo
Parlare di socialismo è eccessivo se si ricorda che dai tempi di Franklin Roosevelt (Anni ’30) a quelli di John Kennedy, Lyndon Johnson e persino Richard Nixon (Anni ’60) l’America ebbe più Stato di oggi, e tasse pesanti sui ricchi. Ma rispetto ad allora la nazione è irriconoscibile. In mezzo c’è stato il neoliberismo di Ronald Reagan, abbracciato anche a sinistra. Il modello europeo, oggi, è "socialista" se visto da qui: questo sarà uno dei cavalli di battaglia della destra, se la Warren o Sanders dovessero prevalere nella corsa alla nomination. Biden è più gradualista su tutto, per esempio si accontenta di proporre la sanità pubblica come un’opzione facoltativa, in concorrenza con quella privata.

L’economia
Finora l’economia "fa campagna" per Trump. Gli ultimi dati sembrano smentire che sia in arrivo una recessione. A ottobre sono stati creati altri 128.000 posti, il mercato del lavoro è vicino al pieno impiego, i salari aumentano e i consumi pure. Naturalmente, tra 12 mesi questo potrebbe non essere più vero. Trump rimane un presidente vulnerabilissimo, non avendo mai raggiunto il 50% dei consensi. Tutto sta a trovargli l’avversaria o l’avversario giusto.