La Stampa, 3 novembre 2019
Ritratto di Chuck Palahniuk
Quando Chuck Palahniuk partecipò a «Le Conversazioni» a Capri eravamo tutti preoccupati: la fama che lo precedeva era sulfurea, e circolavano leggende sui suoi improvvisi cambiamenti d’umore. Ero in ansia, anche più degli altri, perché non avevo avuto tempo di prepararmi bene, e dopo l’entusiasmo provato per Fight Club ero rimasto perplesso su Soffocare, e temevo di doverne parlare durante il nostro incontro: nel tempo mi sono ricreduto, il romanzo è pieno di passaggi folgoranti, ma in quel momento l’ansia aumentava.
Chuck aveva perso la coincidenza per Roma ed era rimasto molte ore a New York dopo una partenza all’alba dalla sua Portland, e la traversata in traghetto da Napoli doveva essere stata terribile, il mare era agitato. Appena arrivò mi fece impressione il fisico scolpito, quasi da culturista, ma tutte le ansie svanirono quando mi trovai di fronte un uomo sorridente e gentile, persino formale, che ammirava incantato la meraviglia dell’isola. Storpiai subito il suo cognome e lui spiegò di essere di origine ucraina e che la pronuncia era il risultato della fusione di due nomi: Pola e Nick, con l’accento sulla o. Ma disse anche quello con estremo garbo, chiedendomi di chiamarlo Chuck, e da quel momento si rivelò uno degli ospiti più piacevoli e meno pretenziosi mai venuti a Capri.
Mi spiegò in seguito che aveva iniziato a scrivere per caso: lavorava come meccanico, e quando tornava a casa, dove tuttora non ha un televisore, leggeva unicamente i romanzi pulp dei colleghi. Non c’era nulla che lo soddisfacesse, e così decise di scriverne uno lui: dopo Invisible Monsters fu la volta dello strepitoso Fight Club, che scrisse dopo essere stato massacrato di botte in una rissa. «Mi ridussero il volto una polpa», usò questa espressione mentre continuava il racconto come fosse una cosa normale, «e l’idea del romanzo venne mentre provavo quel dolore impossibile».
Dolori e assurdità hanno inseguito Chuck sin da bambino: appena compiuti i 18 anni, il padre gli ha spiegato che la nonna che adorava non era morta di difterite, ma era stata uccisa dal nonno in uno scatto d’ira. Qualche anno più tardi il padre Fred rispose a un annuncio di un appuntamento al buio e divenne amante di una donna che si presentava come Kismet. Al terzo appuntamento decisero di rimanere a letto tutto il giorno a far l’amore, ma improvvisamente tornò a casa il fidanzato della donna, uccise entrambi, li fece a pezzi e ne bruciò i resti.
Oggi Chuck racconta questi episodi con un distacco raggelante, ma durante il processo chiese pubblicamente che l’assassino venisse condannato a morte: era appena uscito dalla galera per violenze nei confronti di Kismet. Cominciò a scrivere Ninna nanna per lenire un dolore mai sopito, e non riuscì a provare alcun sollievo quando l’uomo venne giustiziato. Poi raccontò a un giornalista di Rolling Stone: «Per alcuni versi non riesco a non ammirare la perfezione formale di queste tragiche violenze cominciata tanti anni fa. E in questo trovo uno strano sollievo. Queste cose succedono per una ragione e secondo un disegno». Chuck non si definisce religioso, ma crede che esistano la necessità di una struttura che spieghi l’esistenza e una mappa per la salvezza: «Mia nonna negli ultimi anni andava sempre in chiesa, e a me sembrava che fosse l’età, ma ora che cresco penso che risponda a qualcosa di più profondo e imprescindibile».
Questa sequela di mostruosità lo hanno portato a recitare in pubblico un ruolo dove non capisci più cosa ci sia di vero e cosa di esagerato o inventato: con gli anni Chuck è diventato un personaggio, e lui è il primo a sapere quanto poca differenza ci sia tra la realtà e la finzione. «Solo quando abbiamo perso tutto siamo liberi di fare qualunque cosa», mi confidò, ma poi raccontò in pubblico di conservare a casa le ceneri di Shirley Jackson, l’autrice di The Haunting of Hill House: le aveva avute in dono della figlia della scrittrice dopo aver detto di ammirarne profondamente il talento. Disse anche di collezionare foto di persone morte mentre assistevano a spettacoli pornografici, e chiuse l’incontro citando Fight Club: «Non voglio morire senza cicatrici».
Non ho mai appurato la veridicità di queste storie, ma Chuck le racconta benissimo, e il suo rapporto con il dolore, soprattutto quando scherza, è continuo è straziante: «È così difficile dimenticare il dolore, ma è ancora più difficile ricordare la dolcezza. Non abbiamo cicatrici da mostrare per la felicità. E impariamo così poco dalla pace». Anche nei regali che fa in occasioni importanti non ho capito quanto ci sia dell’uomo e quanto del personaggio, ammesso che ci sia una differenza: il mio partner Davide Azzolini si vide arrivare in dono, nel giorno del matrimonio, una bambola gonfiabile e dei cerotti sui quali erano stampate delle bistecche. C’è sempre un elemento provocatorio in quello che fa e dice, ma sa sostanziare ogni presa di posizione con argomentazioni intelligenti e spiritose. E ripete spesso un concetto espresso in Invisible Monsters: «Dio ci guarda sempre e ci uccide quando diventiamo noiosi. Non dobbiamo mai, mai diventarlo».
È una persona profondamente curiosa, ma sempre sorprendente: «Non fare quello che vuoi, e fai quello che non vuoi. Fai quello che sei stato educato a non fare, fai le cose che ti spaventano di più». Era inevitabile che asserzioni di questo tipo lo trasformassero in un autore di culto, quasi un santone per le generazioni più giovani: frasi come «quando non sappiamo chi odiare odiamo noi stessi» e «è una di quelle giornate in cui il sole sorge solo per umiliarti» hanno conquistato immediatamente, e visceralmente, un mondo che soffre di un disagio esistenziale, ma nel suo caso il dolore arriva allo spasmo, soprattutto quando lo copre con l’ironia: «Una ragazza mi ha chiesto se morire è doloroso. Le ho detto sì, ma è molto più doloroso vivere».
Chuck è l’unico scrittore che conosco che ritiene il cinema superiore alla letteratura, e, a differenza della stragrande maggioranza dei colleghi, non ha paura di rivelare le proprie lacune culturali: la prima volta che gli dissero che era il nuovo Vonnegut non sapeva chi fosse, ma ora ne sa parlare con competenza. Ha un talento naturale e visionario, che si è declinato in un minimalismo di grande efficacia, dovuto molto alla lezione di Tom Spandauer, di cui ha seguito un workshop: anche in questo caso, dopo Fight Club, si è messo a studiare, e oggi parla con grande acume di Camus, al quale dice di ispirarsi. Detesta le eccessive teorizzazioni sullo stile e i generi, ma sceglie l’ironia quando la critica gli rinfaccia di non aver mai raggiunto i risultati dei primi due libri. Ha il dono della sdrammatizzazione, e tra i suoi lati nascosti ce ne sono molti luminosi, persino commoventi: ha lavorato per molti anni come volontario in un centro medico per malati terminali, fin quando uno di loro gli è morto tra le braccia e lui ha smesso per il trauma.
È apertamente gay, ma ha cominciato a parlarne pubblicamente solo perché temeva che il compagno lo rivelasse prima di lui. E tra le attività che lo divertono maggiormente c’è la partecipazione alla Cacophony Society, un gruppo anarchico, nato da una costola del Suicide Club di San Francisco che organizza ogni anno il Santa Rampage, un Natale fatto di scherzi e sbornie. Gli ideatori pensavano a Stalker di Tarkovskij, ma a Chuck interessa solo l’assoluta imprevedibilità dell’evento.
Negli ultimi tempi ha accentuato l’attività narrativa cimentandosi anche nel graphic novel, nell’ideazione di videogiochi e negli adattamenti cinematografici, sostenendo che la finzione è più potente della realtà e, soprattutto, più duratura. Si tuffa in queste avventure con la stessa passione della scrittura e ripete in ogni intervista di non essere un nichilista ma «un romantico» e che nulla che lo riguardi è originale: «Sono il risultato di tutte le persone che ho conosciuto». Ma c’è qualcosa di sincero e profondamente personale nel modo in cui ama i propri personaggi, blue collars emarginati e reietti che cercano di sopravvivere attraverso sfide grottesche.
Non rinuncia mai allo spettacolo, però: quando era in tour promozionale per Diary leggeva sempre il racconto Guts, chiedendo agli spettatori di trattenere il respiro più a lungo possibile. Nell’arco della tournée svennero più di quaranta persone, e lui, dopo una prima reazione di divertimento, ne rimase molto turbato. «Siamo fragili», mi disse una volta, «molto più di quello che pensiamo: mi chiedo se questa fragilità sia la nostra bellezza, e perché, sapendolo, continuiamo a farci del male».