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 2019  novembre 03 Domenica calendario

Storia dello sport in Italia

WIMBLEDONX
«L’elevatissimo indice del consumo di sport nel nostro Paese ha pochi paragoni» altrove, osservano Paul Dietschy e Stefano Pivato nella loro agile e informata Storia dello sport in Italia, che si snoda dalla seconda metà dell’Ottocento ai giorni nostri. Ossia da quando «il gioco classico degli italiani» era il pallone col bracciale (derivato dalla pallacorda) fino ai «mega-events» dell’età della globalizzazione (Olimpiadi invernali di Torino, 2006). 
Spesso snobbato dagli storici, lo sport non è mai stato un mondo a parte, ossia un «mero elenco di record, primati e classifiche», bensì un fenomeno ricco di risvolti politici, economici, culturali, linguistici e di costume strettamente intrecciati allo sviluppo del nostro Paese. Pensiamo, per esempio, al ruolo che ebbe la legge del 7 luglio 1907 (sul riposo domenicale obbligatorio) nel dischiudere a milioni di italiani un embrione di «tempo libero», da occuparsi anche con pratiche sportive. 
La diffusione dello sport procede di pari passo con quello dell’«antisportivismo», un sentimento ideologicamente trasversale sorto all’inizio del Novecento. Per i cattolici, giochi di squadra quali il football propiziano «l’orribile delitto della pederastia». Per i socialisti, lo sport rischia di «distogliere la gioventù dalla politica». Leggenda vuole che Benito Mussolini, quando era ancora un socialista rivoluzionario, cercasse di boicottare il Giro d’Italia disseminando di chiodi il suo percorso. L’interpretazione dello sport come «oppio dei popoli» riaffiorerà con il movimento del Sessantotto, che decreterà il successo di un libro di Gerhard Vinnai dal titolo inequivocabile: Il calcio come ideologia. Sport e alienazione nel mondo capitalista.
In quanto fenomeno universale e interclassista, l’attività sportiva ha plasmato la nostra identità nazionale, catalizzando l’attenzione dei governanti di turno. Verso la fine dell’Ottocento, «si incontrano e si scontrano due modelli: lo sport dell’Inghilterra vittoriana e la ginnastica di ispirazione nazionalista», un contrasto ben illustrato nel romanzo di De Amicis, Amore e ginnastica. Quando nel 1878 una legge segna l’ingresso dell’educazione fisica in tutte le scuole del Regno, il suo promotore, il ministro della Pubblica istruzione Francesco De Sanctis, dichiara che le palestre dovranno diventare uno dei luoghi di formazione del cittadino-soldato. La ginnastica richiede infatti «ordine, disciplina, obbedienza pronta e piena». Lo sport, invece, è ancora visto con diffidenza, patria del divertimento e dell’iniziativa individuale. Ma con l’emergere di una cultura industriale, le nuove discipline sportive – spesso provenienti dall’Inghilterra vittoriana – incontreranno il crescente favore delle masse urbanizzate. 
L’8 maggio 1898, a Torino, ecco la prima edizione del campionato di calcio italiano, un torneo disputato fra quattro squadre in una sola giornata (a vincerlo è il Genoa). Il 13 maggio 1909 parte il primo Giro d’Italia, su imitazione del Tour de France. All’inizio del Novecento sarà il movimento futurista a elaborare un’estetica di calcio, tennis, ciclismo, motociclismo e sci. I seguaci di Marinetti scorgeranno nello sport i germi di una nuova era dominata dalla competizione tra uomini e nazioni, ma anche da un inarrestabile progresso meccanico.
Sarà però il fascismo a trasformare l’Italia nella «nazione sportiva per eccellenza», facendo dello sport uno dei perni della sua «fabbrica del consenso». Il Coni, capitanato dal gerarca Lando Ferretti, diventa l’organismo centrale della politica sportiva del regime, impegnata a trasmettere l’immagine di un Paese moderno, giovane e vincente. Se alcune discipline come l’atletica e il pugilato sembrano rispecchiare al meglio la retorica mussoliniana, altre, come il ciclismo, si prestano meno alla bisogna. Lo stesso Gino Bartali, vincitore di due Giri (’36 e ’37) e di un Tour (’38), con la sua spontaneità toscana non rappresenta certo l’archetipo dello sportivo littorio. Tanto da venir messo alla berlina dall’«intransigente» Farinacci.
L’avvento della Repubblica segnerà, negli anni Cinquanta, il sorpasso del calcio sul ciclismo quale sport più popolare, mentre la politica escogita nuove forme di ingerenza. Attraverso il Coni, la Democrazia Cristiana giunge infatti a controllare le grandi manifestazioni, laddove una serie di istituzioni collaterali al mondo cattolico accrescono la loro presenza nello sport amatoriale. Tra i tessitori più solerti, spicca un giovane sottosegretario di De Gasperi, Giulio Andreotti. Il resto è storia (quasi) recente: dopo la lunga notte degli anni di piombo, l’affermazione della nazionale di calcio ai mondiali di Spagna (1982), i trionfi della Ferrari e le gesta di Azzurra in Coppa America «paiono certificare l’inserimento dell’Italia nel novero delle economie più avanzate del mondo». 
Sullo sfondo aleggiano però corruzione, doping e violenza (soprattutto nel calcio). Una «trilogia di mali» esistente sin dal primo Novecento, ma che negli ultimi decenni diventa sempre più virulenta. Da Calciopoli all’inquietante morte di Marco Pantani, il catalogo è fittissimo.