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 2019  novembre 03 Domenica calendario

La tirannia dell’ignoranza

Nel capitolo 32 dei Promessi Sposi (edizione del 1840), Alessandro Manzoni commentava il clima di complottismo e disinformazione, che alimentava la caccia e uccisione di presunti untori durante la peste di Milano del 1630, con lapidarie e memorabili parole: «Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». Per qualcuno che studia le dinamiche di comunicazione su Internet, le epidemie di malattie infettive del futuro saranno anche dovute alla «disinformazione virale». I russi hanno già condotto un esperimento infettando la comunicazione tra gruppi socialstatunitensi che discutevano di vaccinazioni. 
Un recente studio pubblicato su «Science» ha dimostrato che le informazioni false si diffondono più rapidamente di quelle vere e che questo è dovuto agli schemi cognitivi umani. A conferma di quel che diceva C.H. Spurgeron, predicatore battista riformato dell’Ottocento ritenuto il «principe dei predicatori», che «mentre la verità si sta mettendo le scarpe, una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo». Cosa sta succedendo? Colpa di Internet, che ha peggiorato la situazione? O è un problema di limiti della democrazia, che non sarebbe adeguata a governare complesse società fondate sulla conoscenza, dove da alcuni decenni prevalentemente circolano ed esercitano effetti destabilizzanti informazioni non controllate, false, manipolate o costruite per ingannare? Tre filosofi della scienza provano a rispondere.
Il libro di O’Connor e Weatheral è scritto in modo chiaro e accattivante: suggerisce un metodo originale per spiegare la diffusione di false informazioni. Gli autori usano modelli semplici di reti di comunicazione, dove i nodi sono individui (scienziati, politici, propagandisti) che scambiano informazioni per decidere quale tra due opzioni scegliere. Così mostrano come viene raggiunto il consenso, ma anche come i fattori sociali (fiducia e conformismo in particolare) complicano rapidamente il quadro. Le prove presentate da altri sono giudicate non solo in base a quanto sono scientificamente fondate, ma anche in base alla fiducia che abbiamo in chi le fornisce o secondo quanto siamo conformisti, cioè a come gestiamo il disaccordo e il bisogno di adattarci alla comunità a cui ci riferiamo. Entrambi questi fattori possono facilmemte e rapidamente generare irrazionalità cioè polarizzazione, con la formazione di gruppi che difendono in modo ottuso e fanatico, convinzioni diverse.
Alla fine di un’articolata discussione basata su innumerevoli esempi storici e attuali delle dinamiche attraverso cui si diffonde la disinformazione, O’Connor e Weatherall si chiedono se non sia «tempo di re-immaginare la democrazia», perché «quando applicata a decisioni scientificamente informate, la democrazia diventa una tirannia dell’ignoranza».
Mauro Dorato pensa, invece, che la democrazia liberale sia intrinsecamente dipendente dal rispetto e dall’uso delle competenze per cui si deve lavorare per migliorare l’istruzione e l’alfabetizzazione scientifica dei cittadini. La scienza e la democrazia, spiega Dorato, hanno caratteristiche comuni, in primo luogo «la controllabilità delle ipotesi nella prima e dei poteri istituzionali nella seconda». Si sono anche evolute parallelamente, scienza e democrazia, nel senso che via via che la scienza sviluppava metodi efficaci per produrre fatti controllati, il benessere umano e il senso civico miglioravano, Le società occidentali potevano così progettare sistemi politici più dinamici perché fondati sulla separazione dei poteri, e in grado di sfruttare le libertà e i diritti fondamentali, che consentivano una libera ma regolata competizione intellettuale, la crescita del benessere economico, la conquista della salute, dell’uguaglianza, l’efficienza del mercato, sistemi giudiziari dotati di tecnologie per migliorare il controllo delle prove e una burocrazia affidabile. Tutti elementi entrati in crisi perché i cittadini che votano, in larga parte mancano delle capacità cognitive per capire i problemi e le soluzioni proposte dai partiti. E decidono con la pancia.
Dorato ricorre agli strumenti della filosofia e della storia della scienza per mostrare come la disinformazione danneggia i processi decisionali democratici. Dopo aver spiegato in modo chiaro come funziona la scienza, insistendo sul fatto che evolve verso conoscenze più fondate attraverso la competizione tra teorie, scrive che anche la democrazia, quando funzione correttamente, prevede che le persone libere si organizzino confrontando in modo competitivo diverse credenze in modo che emergano scelte valide. Dopo aver dimostrato la natura illiberale della democrazia diretta, Dorato discute in quali modi la disinformazione scientifica genera sfiducia negli esperti e come questo dipenda dall’analfabetismo scientifico. Egli pensa che sia possibile valutare autonomamente il parere dell’esperto usando le informazioni bibliometriche in rete dalle quali si evince la reputazione dello scienziato. Forse è un’aspettativa ottimista, considerando che per estrarre informazioni valide occorre una certa competenza e il dato bibliometrico è solo un’indicazione e si devono leggere i papers, poiché sappiamo che la bibliometria è molto permeabile a dati fake.
La storia e la filosofia della scienza aiutano ad acquisire una mentalità scientifica, sostiene Dorato. In effetti aiutano a capire come e perché cambiano le spiegazioni e le teorie scientifiche, e come funzionano la raccolta e l’uso delle prove, in altre parole come nascono le ipotesi, il ruolo delle convinzioni teoriche a priori, come vengono messe alla prova e come l’’intera comunità scientifica lavori per falsificarle, accrescendo in questo modo la conoscenza validata. 
Entrambi i libri spiegano cose importanti e contribuiscono a migliorare la conoscenza della fenomenologia e degli effetti della disinformazione sulla percezione sociale della scienza e sul funzionamento delle istituzioni democratiche. Il tema può essere discusso anche partendo dagli studi di psicologia cognitiva e neuroscienza, sui meccanismi che sono all’origine del successo delle disinfomazioni. Perché la causa ultima del problema forse va cercata a monte. Come scriveva Friedrich Nietzsche, «le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità».