Il Sole 24 Ore, 3 novembre 2019
La notte dell’Ilva
La notte di Taranto è la notte dell’Ilva. La notte di Taranto inizia alle cinque, quando cala la luce del giorno sul quartiere popolare di Paolo VI, edilizia degli anni Settanta, un casermone lungo viale Cannata che sembra una versione accettabile ma sempre triste del Corviale di Roma, però con l’odore del mare.
A Paolo VI, in una via secondaria che porta verso la campagna, trovi la masseria Vaccarella. Nessuno ne parla. Nessuno la ricorda più. Ma la Vaccarella è stata uno dei cuori dell’Italsider, il senso di una impresa di Stato che produceva magari in perdita e senz’altro aveva un rapporto incestuoso e compromissorio con i partiti politici e con i sindacati, ma che promuoveva l’arricchimento culturale dei suoi dipendenti e sviluppava un legame virtuoso con la comunità. «Ogni tanto ripenso alle mostre di Giorgio de Chirico, alle coreografie di Lindsay Kemp, ai monologhi di Carmelo Bene e ai concerti di Renzo Arbore. La Vaccarella non aveva un budget, era finanziata a piè di lista» racconta Giovanni Guarino, 68 anni, 37 dei quali in Italsider prima come operaio e poi alla formazione, animatore del Teatro Tatà al Rione Tamburi.
La Vaccarella era fuori dal contratto di cessione ai Riva e alla fine è stata presa in gestione – attraverso la fondazione Vivere Solidale, fra conflitti e litigi – dai tre sindacati metalmeccanici. Il primo buio non è ancora nero pece e lascia scorgere nitido il profilo dell’abbandono: l’auditorium, l’elegante foresteria dove alloggiavano i dirigenti, la biblioteca, i campi da tennis, il campo da calcio, la piscina.
Qui è rimasta solo una palestra di ginnastica e pugilato. A gestirla è Salvatore Cupri, classe 1955, vigilante in acciaieria fra il 1971 e il 1996. Il tardo pomeriggio si fa sera e la sera è prossima alla notte. E la notte richiama i fantasmi. Di una storia di uomini e di donne, di acciaio e di fabbrica, di amori e di dolori, di vita e di mala – cattiva – vita. «Gianbattista Tedesco era il mio migliore amico», dice Cupri all’improvviso. Tedesco era un ex carabiniere diventato capoturno della vigilanza dell’acciaieria, ucciso sotto casa, proprio qui nel quartiere Paolo VI, la notte fra il 2 e il 3 ottobre 1989. Gli spararono i sicari della Sacra Corona Unita. All’Italsider alcune ditte impegnate a commerciare in rottami ferrosi erano controllate dal clan di Antonio Modeo, detto il Messicano. L’anomalia di Taranto e dell’Ilva è anche questa. Industrializzazione e, intorno, una società maledettamente complicata. «Tremo di rabbia, a pensarci, a distanza di trent’anni», dice Cupri.
Se la fabbrica rallenta, rallenta e si ferma
La notte di Taranto è la notte dell’Ilva. Dai camini escono sbuffi di fumo bianco. Nel buio si alzano dall’acciaieria gigantesche lingue di fuoco. Le luci illuminano a giorno la cokeria, gli altoforni e l’agglomerato. Scorgi la copertura del parco minerale e ti chiedi a che cosa sarà servito spendere 300 milioni di euro, se l’attuale ciclo produttivo sarà ridimensionato o dismesso.
Alle dieci e mezza, alla portineria D, iniziano ad entrare gli operai del turno della notte: 23-7, dalle undici della sera alle sette del mattino. Di notte, qui, lavorano in 1.600: 900 addetti nell’area a caldo, 500 nell’area a freddo e 200 nei servizi.
Alessio Vezzoli, 41 anni, si occupa degli impianti. Alessio descrive gli effetti della cancellazione dello scudo giuridico ad Arcelor Mittal: «È come se i processi decisionali si fossero rallentati. Nessuno, a nessun livello, prende più decisioni. Tutti hanno paura di avere, un giorno, problemi giudiziari». Il tema dello scudo giuridico fa il paio con il tema del mercato (il crollo della domanda in Europa) e della inefficacia del riassetto produttivo messo in atto da ArcelorMittal. La nuova amministratrice delegata, Lucia Morselli, ha trovato perdite per 2,5 milioni di euro al giorno, 104mila euro all’ora, 29 euro al secondo, inclusi gli attimi di questa notte.
La notte dell’lva è fatta anche di rumori: qui, alla portineria D, senti in lontananza le pietre di calcare che, portate da un rullo che fruscia, finiscono con un rumore di caduta continua sul parco calcare. Alle 23 esatte, questo rumore scompare. E te ne accorgi. Un altro segnale della ridotta attività dell’impianto.
Il sogno di andare in Cig per mezzo secolo
Intorno all’Ilva incomincia a condensarsi un sentimento buio di rassegnazione, che fa il paio con i progetti politici di chiuderla o di ridurla significativamente. «Io credo ancora in questa acciaieria e nelle tecnologie con cui farla diventare pulita – assicura Vezzoli – ma ormai due terzi di chi lavora qui ti dice: chiudiamo tutto e andiamo in cassintegrazione per venti, trenta, quarant’anni».
L’aria è di smobilitazione: fino a poco tempo fa la frase ripetuta ossessivamente ai delegati sindacali era «’ste l’incentive?», adesso è anche «’ste la pensione dell’amianto?»:«c’è l’incentivo?», «c’è la pensione dell’amianto?», nella diffusa convinzione che, con l’applicazione di una vecchia norma destinata alle emergenze da amianto, in 2mila potrebbero da un giorno all’altro andare in pensione. Amianto o non amianto, qui a Taranto il sogno proibito – di notte e di giorno – è quello di diecimila persone tutte in capo all’amministrazione straordinaria, soldi pubblici per fare le bonifiche, sussidi per mezzo secolo e buona notte a tutti.
La notte a Taranto, però, non è buona. Fai il giro dei parcheggi di ingresso dell’impianto, senti quel rumore particolare di acciaieria in funzione e di grilli che friniscono negli uliveti vicini e ovunque vedi spazzatura per terra. È così diffusa che ti chiedi se sia stata “prodotta” qui e non portata via o se sia stata portata da fuori e nessuno abbia pensato di rimediarvi. Fa impressione. Ogni impresa che si rispetti pulisce tutto intorno allo stabilimento: anche se formalmente spetta ad altri. Ogni operaio che si rispetti non sporca. E, in ogni caso, se trova sporco intorno alla “sua” fabbrica pulisce. Lo fa da solo. Lo fa con i sindacati. È sempre stato così. Ovunque. In Europa e in Nord America. È una regola base della società industriale.
Prendere l’incentivo e tornare pescatori
Torni in città avendo ancora in bocca il sapore ferroso dell’aria intorno all’impianto, ti siedi su una panchina che dà sul Mar Piccolo, senti l’aria del Mediterraneo della notte, ne cogli appieno nelle tue narici e con i tuoi polmoni la diversità, la consistenza e l’odore buono e ti fermi ad aspettare che i marinai escano, a metà della notte, con le loro barche. Taranto è anche questa. Per migliaia di anni una comunità di pescatori e di agricoltori. Poi la capitale industriale del Mediterraneo. Nel 1888, 29mila abitanti. Nel 1985, 250mila abitanti. L’arsenale militare, la cantieristica, l’acciaio. Un processo impetuoso, quasi violento. «I nostri nonni, bisnonni, trisnonni facevano i pescatori. E, ora, anche noi siamo tornati a farlo», raccontano i fratelli Boccuni. Preparano le reti per uscire con la loro barca, la Santa Lucia 2. Dice Angelo, la tuta e il cappellino del Milan addosso: «Se è duro uscire nella notte e tornare all’alba? No, non è duro. È duro il caro carburante. È duro il mercato del pesce che c’ha i prezzi bassi. Non è duro lavorare». Suo fratello Francesco ha lasciato, dopo 16 anni, l’Ilva e ha il sorriso di chi ha scelto di costruirsi una vita nuova: «Ho preso i 100mila euro di incentivo. Ci abbiamo comprato la barca».
Taranto come metafora, fra incuria ed eccellenze
La notte dell’llva è la notte di Taranto. La notte di Taranto è fatta di immagini improvvise, come le palme di Piazza Castello che, con la luce artificiale, sembrano le palme del periodo più disperato e tossico del pittore Mario Schifano. Lasci il centro e torni a Paolo VI. L’ospedale si chiama San Giuseppe Moscati. Qui ti trovi davanti alla contraddizione di Taranto, che è la contraddizione del Sud, che è la contraddizione dell’Italia. Aspetti che faccia giorno in macchina, sulla strada. Perché non esiste un parcheggio. La via è piena di buche e, ai lati, è assiepata la sporcizia. Entri nella struttura. Vai al sesto piano. Nel reparto di oncologia diretto da Salvatore Pisconti trovi non solo competenza e umanità, ma anche organizzazione ed efficienza. Ha 20 posti letto. Passano da qui 100 pazienti al giorno. Pisconti, 59 anni, è un uomo mite e attento. Sa pesare il valore delle parole: «Esiste un nesso causale fra l’acciaieria e la malattia. È chiaro che conta molto lo stile di vita. Ma l’ambiente è determinante. Nessuno lo nega più. Al di là delle posizioni su che cosa capiterà, o su che cosa sia bene che capiti, all’acciaieria, oggi il dibattito su come conciliare salute e occupazione è, da questo punto di vista, un dibattito civile».
Nella notte di Taranto che si sta facendo giorno, almeno questo elemento di chiarezza è stato raggiunto. Pisconti indica una finestra: «Nelle notti i nostri pazienti vedono da questa finestra l’acciaieria. È una prova non semplice. La notte amplifica i sentimenti, le paure e il dolore. Tu già non stai bene. Guardi fuori. E, nel buio, vedi le ciminiere illuminate».
La notte che perdura nelle anime
Da Paolo VI torni alla Città Vecchia. L’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro è anche presidente della Commissione per i problemi sociali, il lavoro e la custodia del creato della Conferenza Episcopale Italiana: «Un anno fa i vertici europei del gruppo mi assicurarono che il mercato europeo e Taranto erano essenziali. Che non avrebbero mai licenziato, ricorrendo in caso di necessità agli ammortizzatori sociali. Che avrebbero usato le migliori tecnologie tradizionali nell’area a caldo».
Il contesto è radicalmente cambiato. Il piano originario non ha funzionato. E, ora, bisognerà verificare quale mandato la famiglia Mittal, azionista di controllo, ha conferito a Morselli. Con chissà quali ricadute dirette per Taranto sulla occupazione e sul reddito delle famiglie e per l’economia italiana in termini di Pil cancellato e di mancate forniture alla nostra manifattura. «Non va bene. C’è una fragilità dell’insieme, fra politica e impresa, che preoccupa molto», riflette Santoro. Ma, al di là delle decisioni di ArcelorMittal e delle contromisure della politica, qui il problema non è solo quello dei corpi – la salute –, ma è anche quello dell’anima della città. «In questo momento – nota Santoro – ci sono esplosioni emotive favorevoli alla chiusura dell’impianto. E si radica l’idea della possibilità, anzi della auspicabilità, di una cassintegrazione di dieci, venti, trenta, quarant’anni come via di uscita. Tutto questo non è né razionale né sostenibile economicamente per i conti pubblici. E, poi, non è dignitoso. La persona si realizza nell’opera. È sbagliato alimentare una mentalità che vive di espedienti».
E appena fuori dall’arcivescovado, ormai alla luce piena del giorno, ti rendi conto che la notte di Taranto – nella realtà delle cose e nei cuori delle persone – rischia di non finire più.