Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  novembre 03 Domenica calendario

Sul concerto di Renato Zero

Eccolo lì, Zero il Folle, sul palco del Palasport di Roma a festeggiare i 69 anni appena compiuti e i 50 dal suo primo disco, col tour numero 40 (26 date, per ora, quasi tutte sold out) per lanciare l’album inedito numero 30, con 29 brani (che diventano 39 coi tre medley classici), 16 cambi d’abito e di copricapo. Siccome stavolta “Zero ha ripreso il sopravvento su Renato”, si torna ai travestimenti dei vecchi tempi e bisogna ogni volta cercarlo in quell’orgia di colori sgargianti, fiori, veli, tulle, strass, lustrini, paillettes, piume, tuniche, caftani, giacche, spolverini, armature, cappelli, elmi e parrucche delle più varie fogge. Però di inconfondibile c’è la voce, che lo costringe negli acuti ad allontanare il microfono dalla bocca e rende accettabile persino l’infame acustica dell’ex Palalottomatica. E c’è la sua musica, negli arrangiamenti di sempre e anche in quelli rimaneggiati (come La tua idea versione jazz) e accompagnata ora dalla sua band di tastiere, percussioni e chitarre, ora dalla Grande Orchestra del Cinema preregistrata sotto la direzione di Renato Serio.
Zero il Folle canta moltissimo per tre ore, come al solito, ma stavolta parla pochissimo. Però, quando parla, lascia il segno. Tipo quando sbuca dal sipario bianco, attacca Vivo e agita la mano per scacciare i flash degli Iphone dei soliti fanatici che filmano tutto. Poi interrompe e sbotta: “E basta con ’sti cellulari! Metteteci l’anima, la memoria, non queste cazzate. Siete venuti pe’ fa’ i cameraman o pe’ Renato? Da capo!”. Riscompare dietro il tendone, mentre tutti ripongono i cellulari, così quando ri-esce e riattacca trova un palasport finalmente civilizzato. Da lui i suoi accettano tutto. Anche l’emozione del debutto, che gli strozza la voce per qualche minuto nel medley introduttivo, prima di riprendere confidenza col palco e col pubblico e di ballare e cantare come un ventenne. Anche una defaillance mnemonica che lo costringe a ripetere un brano da capo. Anche un pollice schiacciato da una mezza caduta mentre tenta di rialzarsi da un ritornello cantato in ginocchio. Ai “sorcini” l’Istrione restituisce una scorpacciata di classici, curando la crisi di astinenza che aveva colto molti dopo l’esperimento-esame di maturità di Zerovskji. Ma senza ruffianeggiare granché: i classicissimi Triangolo e Madame li fa cantare ai coristi, in contumacia.
La scaletta è un bel mix di alti e bassi, melodie e ironie (anche se, nella seconda parte, non guasterebbe un divertissement tipo Baratto per spezzare una sequenza fin troppo emozionante). I brani del nuovo album ci sono quasi tutti: dagli autobiografici Questi anni miei e Zero il Folle, ai rockettari Mai più da soli, Che fretta c’è, La vetrina, Tutti sospesi, ai beffardi La culla è vuota e Ufficio reclami (sceneggiato con un coro di preti e suore che, in uno sgangherato convento, rifiutano il perdono al peccatore), ai melodicissimi Viaggia e Quanto ti amo, al commovente Quattro passi nel blu che omaggia tanti artisti scomparsi tra gli applausi del pubblico a ogni nome sul maxischermo. Ma c’è anche un sontuoso schieramento di cavalli di battaglia: i più applauditi sono Cercami e Sogni di latta, ma anche Emergenza noia, Dimmi chi dorme accanto a me (lui la canta sdraiato su un lettone), Si sta facendo notte, Amico assoluto, Il mercante di stelle e Il cielo. Altri sono chicche estratte dalla cassapanca forse per la prima volta in un tour: Casal de’ Pazzi (sui ragazzi di vita di Pasolini), Via dei Martiri e Chi. Altri ancora, più famosi e ricorrenti, sono liofilizzati in tre medley, che raccolgono frammenti di Niente trucco per me, Il carrozzone, Artisti, L’equilibrista, Ho dato, Fermati, E io ti seguirò, Nei giardini che nessuno sa, Uomo no e autentiche rarità nei live come Per non essere così e Non sparare). Poi c’è Rivoluzione, che regala un gesto inedito, potente e politico di Renato. In una delle rare conversazioni col pubblico, denuncia che in Italia si sia perduta la buona usanza di scendere in piazza a protestare, come lui aveva sempre auspicato (“Io non ci sarò forse fisicamente, ma tutte le volte che alzerete il pugno per gridare basta, sarò lì”). E infatti, per tutto il brano, la grafica propone una sfilata dei suoi rivoluzionari preferiti: Gesù, Gandhi, Luther King e madre Teresa. Alla fine Zero il Folle si volta verso di loro, di spalle, e alza il pugno chiuso. Chi lo snobbava come un cantante disimpegnato è servito: i “comunisti” sono ormai sufficientemente estinti perché un vero trasgressore come lui possa finalmente diventarlo.