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 2019  ottobre 21 Lunedì calendario

Nestor Combin ricorda la mattanza di Estudiantes-Milan

Pensare che erano medici. Come Hannibal Lecter o il Dottor Henry Jekyll, il Male e il suo doppio, il diavolo e l’acqua santa. Medico era Oscar Malbernat, il capitano di quella sporca dozzina, chirurgo e dentista; medico era Raul Madero, il libero, psicologo e traumatologo, che sarà il «doctor» della nazionale argentina campione del mondo e di Diego Armando Maradona; medico era Carlos Bilardo, detto Alma Mater, il ct di quell’Albiceleste, ginecologo, sempre pettinatissimo e con il naso triste di un italiano in gita, visto che i suoi erano siciliani di Mazzarino, provincia di Caltanissetta. Ma gli Estudiantes de La Plata di fine anni Sessanta, mai così forti come in quegli anni, erano una banda di gangster, un branco di picchiatori scientifici, sempre sul confine, e spesso oltre della delinquenza pura e semplice. Nemmeno l’Argentina, innamorata dei Sivori e dei Di Stefano, li amava: li chiamavano «pungitopi», erano diversi, bastardi senza gloria, hijhos de puta. Eppure quando il Milan incrocia quelli dell’Arancia meccanica, il film di Kubrick, non la squadra di Cruijff, nella doppia finale intercontinentale, non sembrano cavernicoli, ma bravi ragazzi, studenti dalla faccia pulita. Madero suona anche il piano. Come Hannibal Lecter. 
Odiano tutti, ma uno più di tutti, uno di loro: Nestor Combin, la Foudre, la Folgore, argentino come l’Estudiantes, ma di Las Rosas, francese come il nonno paterno, francese da quando, a 18 anni, si è trasferito a Lione per restarci per sempre. Lo odiano anche perché nella partita di andata a San Siro ne hanno prese tre e una l’ha messa dentro Combin, il migliore in campo. A Buenos Aires, al ritorno, doveva pagarla. E non erano i soli a pensarla così.
«Il giorno in cui sbarchiamo all’aeroporto di Buenos Aires, appena scendo la scaletta vedo un soldato con la mitraglietta che mi fissa. Penso: ahi, ahi, ahi, questo è qui per me... Ovunque mi sposto ce n’è uno diverso che mi segue e mi fissa. Lo dico a Nereo Rocco: mister, mi sa che qua io ho un problema...». Nestor Combin farà 79 anni a dicembre, vive vicino a Montpellier, a due passi dal mare «e ho le ginocchia che non mi seguono più» ride di gusto. Non ha dimenticato né l’italiano, né l’Italia: «Vivo in Francia da più di quarant’anni ma il mio cuore è rimasto da voi, a Torino, a Milano: l’italiano somiglia molto all’argentino, per me era come essere a casa. Anche perché ho guadagnato tanti soldi...» è giù un’altra bella risata felice. 
Ha una storia che sembra un romanzo. In Francia lo porta Jesus Amalfi, ex giocatore del Torino. Dice: «Questo non è un centravanti, è una Folgore». È alto un metro e ottanta, pesa 78 chili, fa 11’2 sui cento metri, tira di destro e sinistro con la stessa potenza e quel soprannome gli resterà. A Lione trova una squadra, l’Olympique, e una ragazza Colette. «Sono 56 anni che siamo sposati e più passano gli anni e più amo mia moglie» dice stavolta quasi commuovendosi. Quando una sera l’Olympique asfalta il Real Madrid di Puskas e Di Stefano con cinque gol, due di Nestor, Santiago Bernabeu in persona dice al presidente del Lione: «Voglio l’8 e il 9». L’8 va bene, il 9 no. È arrivata prima la Juve. E il 9 è lui.
Con Heriberto Herrera parla la stessa lingua ma non si capiscono: «Mi spersonalizzò, pretendeva che diventassi un automa. Erano multe e discussioni continue. Mi diceva, non devi fare gol, devi aprire il gioco. Ma come, mi hanno comprato per fare i gol e tu mi dici che non li devo fare? Mi voleva ballerina più che bomber». A Cagliari si rompe, a fine stagione lo cedono al Varese in cambio di Traspedini, la squadra va in B, sembra finito, lo salva Nereo Rocco portandolo al Torino. Fa amicizia con un ragazzino che veste alla moda e fa impazzire le difese. Si chiama Gigi Meroni, dicono diventerà il George Best italiano. «Era il mio fratellino. I difensori lo picchiavano e io andavo da loro e dicevo: perché invece non ve la prendete con me, bastardi». La domenica prima del derby con la Juventus lo investono in auto a Torino, la foto di Nestor che accarezza il viso di Gigi nella bara commuove l’Italia. «Fu una settimana tremenda, la squadra era distrutta e io avevo speso tutte le mie lacrime per quel mio fratellino perduto». Contro la Juve scende in campo con la febbre. E la disintegra: tre dei quattro gol sono suoi, il quarto lo fa un ragazzino, Carelli, che ha la maglia numero 7 di Meroni: 4-0. Negli spogliatoi piangono tutti.
Il Milan che ha appena vinto la Coppa Campioni lo prende per 400 milioni. C’è subito da vincere un campionato del mondo, 50 anni fa giusti. E una banda di gangster che aspetta il suo regolamento di conti. I sospetti dell’aeroporto diventano certezze in campo. Dagli spalti piove caffè bollente e quando Nestor serve a Rivera l’assist per l’uno a zero quasi gli staccano una gamba. «Picchiavano tutti ma soprattutto me. Hanno cominciato a sputarmi addosso, poi calci da tutte le parti, soprattutto quando avevo la palla. Pensavano fossi un disertore, che fossi scappato dall’Argentina senza aver fatto il servizio militare. Mi guardavano con lo sguardo carico d’odio come fossi un delinquente, ma i criminali erano loro». Il tabellino sembra un bollettino di guerra: Malatrasi, contusioni al torace; Prati, trauma cranico; Cudicini ferite lacero-contuse al braccio destro; Rivera vasto ematoma al torace. Rocco sdrammatizza: «Domenica in campionato farò giocare i vivi...». Ma Nestor lo fanno a pezzi. La foto di Ubaldo Bungaro, il sangue sulla maglietta bianca, sembra un’immagine di guerra o il Cristo deposto di Rubens. Ha il volto sfigurato, il naso fratturato, l’occhio sinistro chiuso, lo zigomo gonfio, la mandibola mezza fracassata e i segni di due tacchetti sulla guancia sinistra: «Avevo paura mi ammazzassero, ma anche di perdere un occhio. Disgraziatamente feci venire mia madre a vedere la partita, si fece quattrocento chilometri in treno per essere lì. Rimase sconvolta». Il più feroce della banda è Alberto Poletti, il portiere: era entrato a scaldarsi sventolando un drappo dell’Inter, dalla porta dava gli ordini, ai suoi killer, Aguirre Suarez e Manera. Il primo sarà radiato, gli altri squalificati per anni, tutti e tre finiranno in galera. «Dopo mezzo secolo non si sono mai scusati». Anche Combin ci finisce a fine partita per diserzione, ci vuole una notte e l’intervento del presidente argentino Juan Carlos Ongania per dimostrare il contrario e liberarlo. Il Milan non si muove di lì: «Senza Nestor non torniamo in Italia». Si commuove ancora: «Credevo fossero partiti invece mi aspettavano in aeroporto, con una torta gigante e lo champagne, gridando tutti il mio nome. Ho cominciato a piangere come un bambino, da un occhio solo...» Una foto lo inquadra libero e con la faccia gonfia baciare coppa Intercontinentale. «Ma la vera vittoria – sorride – fu tornare a casa vivi».