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 2019  ottobre 20 Domenica calendario

Wasfi Kani trasforma i carcerati in attori lirici

Wasfi Kani, fondatrice e ceo di Pimlico Opera e Grange Park Opera, grazie alla musica migliora la vita dei prigionieri e dei bambini britannici delle scuole elementari. Pimlico Opera presenta coproduzioni con le carceri dal 1987 e vi ha portato oltre 60 mila spettatori. Ogni settimana, il suo progetto Primary Robins offre una lezione di canto a 2.000 allievi delle aree depresse. Fondata nel 1998, la Grange Park Opera è diventata uno dei maggiori festival dell’opera estiva in Europa. Nel 2017 è stata trasferita nel Surrey in un teatro dell’opera di cinque piani costruito sul modello della Scala di Milano.
Come è nato il suo amore per la musica?
«Quando avevo 16 anni adoravo suonare il violino e il piano. Sono entrata alla Royal Academy of Music ma mi dissero che lì la mia unica scelta sarebbe stata diventare una musicista mentre alla Oxford University avrei avuto molte più opzioni. Oxford ti cambia davvero la vita. All’improvviso vedi il mondo più grande».
Qual è il suo background familiare?
«I miei genitori, rifugiati musulmani indiani, hanno perso tutto quando l’India è stata divisa ed è stato creato il Pakistan, così sono emigrati nel Regno Unito. Sono diventata cattolica quando ero a Oxford».
Cosa ha fatto dopo Oxford?
«La mia famiglia non aveva soldi e sono diventata programmatrice di computer».
Come ha fatto a tornare alla musica?
«A 30 anni ho iniziato a pensare che quando ne avrei avuti 80 mi sarei pentita di non aver fatto di più con la mia musica».
Che cosa ha fatto?
«Ho preso lezioni di direzione d’orchestra e ho iniziato a dirigere. Condividevo la casa con persone molto gentili a Pimlico e nel 1987 ho creato questa piccola compagnia d’opera. Ho creato un’orchestra e messo su una produzione di Figaro nella chiesa di San Luca a Sydney Street».
E allora è diventata famosa?
«Ho allestito opere per il National Trust in un giardino o in una tenda. Alla gente piaceva e ho pensato che anche ai detenuti potesse piacere l’opera».
Perché?
«A Londra avevo fatto le elementari in una scuola dietro la prigione di Wormwood Scrubs. Ho scritto una lettera al direttore, dicendo che volevo allestire un’opera in prigione per i carcerati».
Cosa ha detto?
«Sì. Nel 1990 ho fatto Figaro ed erano presenti tutti i carcerati. Molti non sanno nemmeno leggere, figuriamoci se capiscono l’italiano, ma si divertirono molto. Alla fine saltarono in piedi e siccome c’era appena stata una rivolta nella prigione di Manchester tutte le guardie pensarono che ci sarebbero stati guai. Ma i prigionieri tornarono a sedersi».
Il suo passo successivo?
«Provare a mettere in scena una produzione coinvolgendo i prigionieri».
Con che tipo di prigionieri ha lavorato la prima volta?
«Ergastolani».
Com’è lavorare con degli assassini?
«Alla fine siamo tutti uguali. Se la mia vita fosse andata diversamente, probabilmente avrei potuto uccidere qualcuno. Ci sono 85 mila persone in carcere in Gran Bretagna e circa 5500 di loro scontano una condanna a vita per omicidio ma ce ne sono appena una settantina che non usciranno mai dal carcere».
Come sceglie gli artisti?
«Non facciamo audizioni, giriamo semplicemente per il carcere e diciamo che stiamo allestendo uno spettacolo teatrale dove si canta e chi vuole partecipare può segnalarlo».
Ci sono sia uomini che donne nelle sue produzioni?
«Sì. Se sono in una prigione maschile le donne sono delle professioniste. Quando sono in una prigione femminile, come ora all’HMP Bronzefield, impieghiamo professionisti».
Questi professionisti sono a proprio agio?
«In Gran Bretagna la maggior parte degli ergastolani ha ucciso qualcuno che conosceva, non a caso. Generalmente poi, quando stai scontando una condanna all’ergastolo, raggiungi una fase in cui vieni rilasciato. Il punto è aver mostrato rimorso e aver capito».
Perché ci sono molti più uomini che donne in prigione?
«La società non vuole mettere le donne in prigione perché i loro figli finiscono, senza alcuna colpa, privi di sostegno familiare. E ci sono più uomini assassini che donne». 
Possono riabilitarsi?
«Lo scopo della prigione è trasformare una persona in un utile membro della società. Perché ciò accada occorre darle un’istruzione. La metà della popolazione carceraria ha una capacità di intendere un testo scritto inferiore a quella di un bambino di 11 anni. C’è un enorme problema di alfabetizzazione. Quanti lavori puoi trovare se non sai leggere? Si fanno dei corsi. Ho conosciuto centinaia di carcerati e ogni volta imparo qualcosa. Ognuno di loro ha una storia tragica e diversa da raccontare».
C’è droga in carcere?
«C’è molto spaccio ma non è tutta colpa dei carcerati. Molte droghe entrano in prigione attraverso il personale».
Quando escono di prigione, alcuni di loro diventano cantanti professionisti?
«Un ragazzo che ha un talento eccezionale si è esibito in parecchi spettacoli del West End, ma lo scopo del mio progetto è espresso al meglio da messaggi come questo sms: "Solo per dire grazie. Sono fuori adesso. Ho partecipato a I miserabili come leader della rivoluzione da galeotto. Mi ha dato speranza e accettazione. Grazie"».
L’opera viene vista anche dal pubblico ?
«Prima ci esibiamo per i prigionieri e poi per il pubblico in generale. Non mescoliamo mai le due cose. Spesso ci sono 300 persone nell’auditorium e una manciata di loro sarà imparentata con qualcuno nello show. Per quanto riguarda la sicurezza, il momento più difficile è assicurarsi che nessun detenuto lasci la prigione con il pubblico al termine dello spettacolo».
Il personale carcerario è motivato?
«Molti sì e credono di poter convincere i detenuti a cambiare vita. Sono molto premurosi e educati. Ho visto alcune persone straordinariamente brillanti lavorare nelle carceri». 
Lavora anche con i bambini?
«Lavoriamo molto nelle scuole primarie con bambini fino agli 11 anni. Molte scuole in Gran Bretagna non tengono lezioni di musica. Diamo loro un insegnante che fa una lezione di canto di mezz’ora ogni settimana dell’anno».