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 2019  ottobre 20 Domenica calendario


Ritratto di Tom Wolfe

Indossava sempre un completo bianco, l’unico al mondo insieme con il Papa. E quando passeggiava per l’Upper East Side, era quella la sua New York, portava un cappello dello stesso colore, le ghette e un bastone con il manico d’avorio. Era un dandy, felice di dimostrarlo al mondo, come testimonia il sorriso trionfale sulla copertina di Time, quando venne ritratto con la scritta «Tom Wolfe scrive di nuovo». La rivista annunciava come evento planetario l’uscita di Un uomo vero undici anni dopo il Falò delle Vanità, e lui esibiva una posa da star che si concede al mondo, affabile ma irraggiungibile. 
Non posso dire di averlo conosciuto bene, e dava l’impressione che fossero davvero pochi gli intimi. I nostri incontri si limitano a qualche chiacchierata durante le feste nelle quali era inevitabilmente il centro dell’attenzione, anche c’era tutto il resto del Gotha del mondo culturale newyorkese. Con poche eccezioni li detestava tutti, e li prendeva in giro pubblicamente senza rinunciare al piacere di accettare i loro inviti, ed essere un ospite scomodo e ricercato. L’antipatia, che aveva anche connotati ideologici, era ricambiata, ma in un mondo votato all’apparenza persino essere presi in giro significa esistere: il Balzac di Park Avenue era temuto per la sua straordinaria penna al vetriolo e invidiato per il successo, la ricchezza, la cultura autentica ma esterna, se non contraria a ogni salotto. 
Thomas Kennerly Wolf Jr. era un conservatore e se ne faceva vanto negli ambienti in cui rappresentava qualcosa di squalificante: lo faceva capire in ogni sua posa, in ogni sua battuta, persino nei silenzi in cui scrutava il proprio interlocutore come se avesse detto sempre e comunque qualcosa di conformista. Se entravi un po’ in confidenza era gentile e sempre sorridente: troppo, forse, avevi sempre l’impressione che ti stesse studiando per poi scorticarti vivo all’interno di un suo libro. Come fece con Leonard Bernstein, che lo invitò nella sua lussuosissima casa su due piani a Park Avenue, facendo accogliere gli ospiti da un maggiordomo in livrea a un party in onore delle Black Panther: fu la vista dei camerieri che si aggiravano con i vassoi d’argento a dargli l’intuizione per creare il termine radical chic. 
Non ti sorprendeva affatto che fosse molto formale –mi ha sempre chiamato esclusivamente Mr. Monda- e nel modo in cui manifestava la forma sembrava un gentleman del Sud prima dell’incendio di Atlanta. Era nato a Richmond da un agronomo e da una designer di giardini, e l’amore per la natura gli rimase anche quando si trasferì a Manhattan, nell’area con il codice postale 10021, la più prestigiosa della città e con il più alto concentrato di ricchezza al mondo. «Si appartiene a New York immediatamente», mi disse al nostro primo incontro, «qualunque sia il tuo luogo di provenienza». Mi ero trasferito da poco, e, con il gusto di dare un insegnamento mi disse una cosa che mi è rimasta dentro: «Non esiste città più eccitante di New York, ma specialmente qui dobbiamo ricordare cosa ci interessa veramente: siamo così distratti dai simboli».
Il Natale successivo rispose a un mio regalo con un disegno di sorprendente qualità che celebrava la festa. Era ateo ma usava l’espressione Merry Christmas, e compresi che era un modo per reagire al politicamente corretto Happy Holidays. Era pieno di talento, ma il successo se lo era costruito con una formidabile abnegazione: aveva fatto la gavetta nei giornali locali scrivendo di sport dopo aver dato una prima dimostrazione di snobismo nel rifiutare l’ammissione a Princeton per andare alla Washington and Lee, un college decisamente meno prestigioso. Ottenne una laurea magna cum laude, e il titolo della sua tesi dà un’immediata dimostrazione di chi fosse: «A zoo full of zebras: anti-intellectualism in America». Si appassionò al baseball al punto da giocare in squadre semi-professioniste, e poi fece il dottorato a Yale: solo allora si sentiva pronto per una università dell’Ivy League. Negli ultimi tempi raccontava spesso di quegli anni, così diversi da quelli immortalati in Sono Charlotte Simmons, minimizzando invece l’importanza dei primi tempi al Washington Post e ad Esquire, dove, con una serie di articoli folgoranti per stile e contenuto, diede origine al new journalism.
Non fu l’unico, in realtà, ma certamente il più rivoluzionario. «Il problema con la narrativa è che deve essere plausibile. Il che non è vero con la saggistica», diceva, e per lui non era affatto una provocazione. Trattò quasi sempre i conflitti sociali, e fu amico sino alla fine di Gay Talese e George Plimpton, mentre ruppe malamente con Norman Mailer, che aveva stroncato insieme a John Irving e John Updike Il falò delle vanità, partendo dal presupposto che fosse un giornalista e non un romanziere. Ne scaturì la più divertente disfida culturale newyorkese degli anni ottanta: i «three stooges», così li definì, lo attaccavano sul piano linguistico -Updike definì il romanzo «un divertimento più che vera letteratura» - e lui rispondeva su quello psicologico: «hanno paura di quello che significa il libro». Mailer arrivò a dire che «leggere quel romanzo equivaleva a fare sesso con una donna obesa» e Wolfe replicò che era antiquata l’idea che la letteratura fosse patrimonio degli scrittori puri, invitando a interrogarsi, in A caccia della bestia da un miliardo di piedi , su chi potesse attribuirsi una tale definizione. Non fu lasciato solo: con lui si schierò Harold Bloom, che lo definì »un feroce narratore e un notevole scrittore di satira sociale» e Kurt Vonnegut, che si identificava, come già in precedenza Hunter Thompson, con il suo anticonformismo. Ammirò, il libro, fondamentale per comprendere la New York di fine millennio, e con un commento a doppio taglio definì Wolfe «un genio che farebbe qualunque cosa per catturare l’attenzione».
C’è certamente qualcosa di vero, nelle parole di Vonnegut, ma i romanzi, corredati da anticipi e royalties miliardarie, hanno confermato un talento poliedrico: almeno i primi due rimarranno nella storia della letteratura al pari dei suoi saggi. «Preferisco essere un parafulmine piuttosto che un sismografo», spiegò, e pensando anche ai suoi rivali teorizzò che «il motivo per cui uno scrittore scrive è per dimenticare il libro. Il motivo per cui uno scrittore legge è per ricordarlo». I grandi saggi quali Maledetti Architetti e Come ottenere il successo in arte si imposero nei salotti più ostili ma lui era divertito dal fatto che si fossero imposte le sue invenzioni linguistiche come «The Me Decade», la statusfera e le sue battute fulminanti: «i blog sono l’avanguardia della retroguardia». 
Nel momento in cui si schierò a favore del presidente Bush l’antipatia si trasformò in ostracismo, e quando molti intellettuali dichiararono di trasferirsi all’estero in caso di elezione rispose: «non vedo l’ora di andare all’aeroporto e far ciao con la mano quando si imbarcano». Alzava però le spalle quando gli davano del reazionario: non lo era affatto, e sapeva bene che era un modo dei suoi avversari per trasformarlo nella caricatura di sé stesso. «Parlano tutti di Balzac, e mi onora, ma il mio modello è Émile Zola, che ha combattuto per principi giusti contro tutto e tutti». L’ultima volta che lo incontrai gli dissi che ero stupito che il suo modello fosse un uomo di sinistra: lui sorrise e mi disse «non è questo che conta, ma il fatto che non fosse capace di dire bugie».