Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  ottobre 20 Domenica calendario


Quanti soldi ci sono nei forzieri degli italiani

VANITYX
MILANO – A dieci anni dalla grande crisi internazionale, la ricchezza Milano. A dieci anni dalla grande crisi internazionale, la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane non è ancora ritornata ai livelli del 2008: a fine 2018 nei forzieri degli italiani c’erano custoditi 4.217,9 miliardi di euro, lo 0,4% in meno al netto dell’inflazione. Rispetto al 2017 il calo è più accentuato, meno 4,7%. Forzieri in senso quasi letterale, perché le scelte si indirizzano molto più di prima verso il contante: tra biglietti, monete e depositi le famiglie a fine 2018 avevano 1.390 miliardi cash (un terzo del totale della ricchezza complessiva) il 13,7% in più rispetto a 10 anni prima. La fotografia dei portafogli è stata scattata dall’osservatorio Aipb (Associazione italiana private banking) e Censis, che insieme hanno realizzato il secondo rapporto sulla ricchezza nazionale. Un atteggiamento super-prudente verso i propri soldi dettato dall’incertezza e dalla paura per il futuro. Ma anche dalla ritirata del welfare pubblico, che porta gli italiani a sentirsi scoperti rispetto alle possibili esigenze del domani e quindi a privilegiare i contanti rispetto agli investimenti. Molto ha contribuito la discesa dei rendimenti, che hanno ridotto in maniera marcata la distanza della remunerazione tra conti correnti e titoli di Stato – che, non a caso, segnano nel decennio una caduta verticale del 67,2% (il 61,2% del campione dichiara di non aver propensione all’acquisto di titoli pubblici). Ma la preoccupazione per il futuro si manifesta anche con un forte aumento delle polizze: le riserve assicurative, per la stragrande maggioranza legate al ramo vita e ai fondi pensione, segnano un incremento del 44,6% e rappresentano il 23,7% del portafoglio degli italiani. Quasi raddoppiato (+89,5%) il peso dei fondi comuni, che però in valore assoluto hanno una quota di patrimonio ancora piuttosto contenuta (l’11,5%). Gli italiani continuano ad essere formidabili formichine ma, segno anche questo della crisi oltre che dei mutati stili di vita, la propensione al risparmio è passata dal 18,7% del 1995 all’8,1% del 2018. La minor possibilità di accumulare risorse si vede più chiaramente dalla contrazione molto forte – meno 25% – della ricchezza mediana delle famiglie tra il 2006 e il 2016. Significa che, complessivamente, la ricchezza finanziaria si è ridotta poco (-0,4%) ma all’interno dell’universo dei risparmiatori, il gruzzoletto accumulato dalla parte centrale e più numerosa del campione ha subito decurtazioni ben più consistenti. Le famiglie con un patrimonio in crescita si sono rivelate quelle con età superiore ai 64 anni (anche per la maggiore tendenza ad accumulare patrimonio piuttosto che a fare investimenti nell’economia reale). «Le famiglie italiane chiedono al sistema paese di ritrovare un po’ di coraggio per investire sul futuro – spiega Giorgio De Rita, segretario generale del Censis – e chiedono stabilità nelle regole e nei processi di investimento». Non a caso il rapporto si intitola “Affidarsi al futuro, ripartire dalle infrastrutture”, tema monografico della ricerca: secondo l’89,3% degli intervistati questi i nvestimenti sono strategici per l’Italia, anche se la maggior parte del campione ritiene che farebbero bene sopratutto per la creazione di nuovi posti di lavoro. La sfida è trovare forme convenienti di investimento anche per i privati, per indirizzare una parte della ricchezza finanziaria delle famiglie verso l’economia reale. «Dall’indagine è emerso che vi è una percentuale non trascurabile di clienti “private” potenzialmente interessata a investire in infrastrutture e opere pubbliche – spiega Paolo Langè, presidente Aipb – ma per raggiungere in pieno l’obiettivo sono necessari dei passaggi, anche da pare dei regolatori, dall’ampliamento della gamma di strumenti finanziari, alla creazione di un mercato secondario per questi strumenti».