Un’effervescente novella urbana sulla crisi matrimoniale di Louise e Tom, due inglesi di mezza età e classe media in crisi e terapia di coppia, impersonati da Rosamund Pike e Chris O’Dowd nella serie tv della Bbc tratta dal libro e girata dall’amico Stephen Frears, che già gli aveva filmato Alta Fedeltà.
Però i suoi figli non la leggono, Hornby. Eppure lei ha scritto tanto di adolescenza. Non è triste?
«Ma no. Il mondo è cambiato, ci sono altre forme di espressione, attenzione e intrattenimento, alla loro età mica avevamo Instagram, Twitter, YouTube, Spotify. Quindi, per non annoiarci, non ci rimaneva che leggere o guardare Wimbledon sulla Bbc».
Ma così, senza lettura, non teme che soprattutto le nuove generazioni possano perdere molto, per esempio l’immaginazione?
«No. La lettura è soltanto un’altra religione. Molti pensano che con la cultura diventiamo persone migliori. Non è vero».
Cioè?
«Nella mia vita ho incontrato persone straordinarie, che per esempio dedicano la loro esistenza ai bambini malati di cancro e non sono mai riuscite a leggere un libro. Molti "intellettuali" però definiscono queste persone stupide o non istruite. Le peggiori persone al mondo sono i critici letterari e i professori universitari».
Ma perché?
«I critici letterari, che hanno letto di tutto, spesso non hanno gentilezza, empatia, umanità. E tra gli scrittori, quanta gentaglia: il solo pensiero dello snobismo di Evelyn Waugh o l’antisemitismo di Virginia Woolf mi manda ai matti. Lo stesso, i professori universitari: molte volte spietati verso i loro colleghi, puramente ambiziosi, bigotti. Se la letteratura portasse i benefici che ci piace dire, non ci sarebbero persone così terribili all’università».
Lei non ha mai vissuto il suo "Attimo fuggente" o conosciuto un "professor Keating, Oh capitano, o mio capitano…".
«Eh no. Anche per questo ero alienato all’università. Per me esisteva solo la musica».
E come ha fatto a diventare romanziere di successo?
«A 20-21 anni alcuni scrittori hanno iniziato a "parlarmi". Raymond Carver, Tobias Wolff, ma soprattutto Anne Tyler. Lei mi ha cambiato la vita. Effonde emozioni travolgenti in una scrittura molto semplice. Si fa amare».
Curioso: i suoi maestri sono tutti americani.
«Mi hanno fatto scoprire la vera letteratura, non quella dell’amorfa, spenta e canonica terza persona britannica degli anni Settanta e Ottanta. Dio, quanto era zoppicante ed esclusiva a differenza della letteratura americana: gli scrittori inglesi parlavano solo ai loro simili. Salvo Charles Dickens, perché da lui ho assorbito il senso della commedia. E come descriveva i personaggi: gli costruiva città intere intorno… genio».
Ma lei è un pilastro della letteratura inglese, anzi il tipico scrittore londinese.
«Vero, ma questa mia tipicità tocca le corde anche dei non inglesi. Puoi scrivere di spazi, interessi e tempi molto limitati, ma se nella scrittura sei genuino, i lettori lo capiscono e difatti si riconoscono nei miei personaggi».
Lei è un tradizionalista.
«Lo sperimentalismo mi sconquassa lo spirito. È come fare bungee jumping».
È la cosa più folle che ha fatto?
«No, quella è fare migliaia di chilometri per vedere l’Arsenal dalla sera alla mattina. Ah, a proposito, lo scorso anno, in Italia ho visto allo stadio Milan-Lazio.
Uno shock: partita lentissima, giocatori vecchi…».
E della Var che cosa ne pensa?
«Ridicola. Non sai mai se puoi esultare, devi sempre dosare le emozioni. Il fuorigioco è diventato geometria applicata al calcio. E quando l’arbitro commetteva degli errori era la cosa più appassionante nelle conversazioni, al pub e allo stadio».
A proposito di pub, qui si svolge, come in una pièce teatrale, il suo "Lo Stato dell’unione".
«Ho avuto l’ispirazione da una serie tv americana High maintenance, con gli episodi da dieci minuti. Così ho fatto anch’io: oramai il livello di attenzione questo è, non mi illudo. Anche io sono passato per un divorzio: secondo me andare in terapia di coppia è un errore madornale, perché non c’è tensione, drammaticità, o vero confronto».
L’amore, come scrive lei nel libro, è nelle piccole cose?
«Ogni relazione inizia con impeto, passione, ma col tempo non si può mantenere la stessa energia. A un certo punto bisogna diventare amici e allo stesso tempo riuscire ad amare l’altro».
Rispetto ai suoi "classici" "Alta Fedeltà" e "Un ragazzo", qui si respira la paura della morte.
«Perché cresce durante la convivenza, perché più passano gli anni, più pensi "Oddio, forse questa è l’ultima persona con cui condividerò la mia vita!". Ora sono invecchiato e la prospettiva è molto diversa dall’amore adolescenziale, quando hai l’amore tendi all’infinito».
Il titolo "State of the union" è anche politico.
«La Brexit è diventata una questione di fede, come cattolici–protestanti. Avremo il Regno Unito spaccato per molto tempo. Temo ci saranno violenze contro politici, disordini nelle strade. Anche per questo, da europeista, credo che la Brexit vada fatta».
Da cultore della musica pop, l’ascolta mentre scrive?
«No. Negli ultimi tempi mi sono convertito al jazz e a Duke Ellington. Non riesco più ad ascoltare canzoni pop da tre minuti. Meglio i lunghi arrangiamenti strumentali di Ellington, ha quasi l’energia del punk. Anche se il jazz è uno dei pochi generi poco presenti su Spotify».
Che lei adora.
«Ah certo, hai quasi tutta la musica del mondo in streaming nel cellulare. Ma, appunto, quasi tutta. Se ti piace il jazz, spesso ti tocca ancora andare al vecchio negozio di dischi, cui non ho mai rinunciato. Perché aiuti le band a sopravvivere e soprattutto sui vinili ascolti più densamente la musica, non puoi saltare da un brano all’altro. E una simile mancanza di libertà, per una volta, non è affatto male!».