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 2019  ottobre 11 Venerdì calendario


Intervista al Nobel Olga Tokarczuk

«Sono senza parole per la gioia e l’emozione», il primo commento, a caldo della Nobel per la letteratura, Olga Tokarczuk. «So di essere una brava scrittrice, ma non pensavo proprio di vincere». Nel suo ultimo libro, I vagabondi, il soggetto diventa il viaggio, e si confonde con tutte le altre voci, le altre vite, le altre storie, che incontra per il mondo.
Com’è nata l’idea di questo romanzo, l’idea di scriverlo con questa forma?
«Era un periodo in cui viaggiavo molto, volevo descriverlo e non sapevo che forma dare a queste mie esperienze. Tutti i generi letterari, il reportage, il diario di viaggio, mi sembravano non adatti, artificiali, per cui ho pensato che volevo buttare via tutte le vecchie formule per cercare di capire il tempo del viaggio, il tempo che mi succede. Mi sono cominciate a venire idee diverse, ho pensato allo zapping, quando passi da un aeroporto all’altro è un po’ come quando cambi canale e vedi cose diverse, e quindi in fondo ero già vicina a questa mia idea buffa del romanzo costellazione».
E cosa intende? 
«È come quel momento in cui ce ne stiamo sul terrazzo di casa, la notte, a guardare il cielo stellato, e le stelle sono disposte in maniera del tutto caotica, però la nostra mente riesce a dare un senso a quelle figure, trova dei percorsi, delle storie».
E per scrivere un romanzo costellazione, un’opera mondo, è necessario farsi da parte? Nel senso che l’identità del soggetto si confonde con un’identità collettiva?
«È così, io in effetti ho questa tendenza a descrivere dei narratori panopticon, c’è un piano su cui si svolge l’azione, su cui si svolge il romanzo, e poi c’è una figura che dall’alto vede tutto e capisce i vari collegamenti. Adoro questo modo di scrivere e lo considero una cosa mia. Però, mi creda, sono capace anche a scrivere con un unico narratore, con un unico punto di vista. Sono convinta, comunque, che il romanzo costellazione sia più adatto a descrivere il mondo di oggi, il momento storico che stiamo attraversando».
«Descrivere una cosa è come usarla, la si distrugge». È così? 
«Sì, è una sorta di magia della parola, quando una cosa non è stata ancora descritta vive, scintilla, si muove, e invece una volta che sono state trovate le parole per descriverla non si muove più. In qualche maniera la lingua uccide il mondo, nel momento in cui hai definito tutte le cose puoi infilarle dentro a un’enciclopedia, a Wikipedia, e le cose smettono di essere fluide, di cambiare. La citazione che lei ha scelto viene dal capitolo sulle guide turistiche, e la guida turistica è un esempio chiaro di quello che dico, se andiamo a visitare una città con una guida ovviamente abbiamo una descrizione delle cose importanti e perdiamo la capacità di fare esperienza del resto».
Cosa rappresenta per lei la dimensione del viaggio? 
«Io adesso sono in una fase molto diversa della mia vita, sono diventata un animale stanziale, e non so se questo sia un momento passeggero o meno, ma ho smesso di viaggiare. Subito dopo aver pubblicato I vagabondi ho fatto un viaggio, sono stata in Asia con il mio compagno, eravamo a Hong Kong, volevamo vedere il mare, la spiaggia, e abbiamo visto che era tutta coperta da una coltre di immondizia, e c’è passata la voglia di andare altrove».
E allora la scrittura può diventare una forma ideale di viaggio? 
«Per me è una specie di vampirismo à rebours, come quando diventi donatore di sangue che poi devi donarlo sempre, non puoi più smettere, se no ti sale la pressione. Non posso stare senza scrivere, sento che cresce dentro di me, questa pressione, e poi, sinceramente, non so fare nient’altro».