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 2019  ottobre 10 Giovedì calendario


Il litio non basta. Caccia all’oro bianco

Chiamiamola corsa all’«oro bianco», questa guerra silenziosa che le potenze globali, Usa e Cina in testa, stanno combattendo per assicurare alle loro industrie le forniture dei cosiddetti «metalli da batterie». Se vogliamo continuare ad alimentare i nostri dispositivi elettronici, dagli smartphone ai tablet, e prepararci alla futura transizione alle auto elettriche, ci sarà infatti sempre più bisogno di questi preziosi metalli.
Il litio in primis, quello che i tre nuovi Nobel per la Fisica sono riusciti dagli Anni 70 a sfruttare per creare batterie più capaci e «verdi». E ci sarà sempre più bisogno di competenze per trasformare questo prezioso metallo in «energia». Lo hanno capito bene alcuni Paesi, quelli in cui si trovano le maggiori riserve di «oro bianco» del mondo, come il Cile, l’Afghanistan, l’Australia e la Cina. Non è un caso se negli ultimi anni il prezzo del litio ha iniziato a triplicarsi.
Il problema non è tanto la quantità. A differenza dell’«oro nero», il petrolio, il litio è abbondante e se ne trova in diversi minerali. Tuttavia, la maggior parte delle riserve sono concentrate in un’area precisa del mondo, il Sud America. Inoltre, ed è probabilmente questo l’elemento discriminante, bisogna saper sfruttare questa risorsa. «Tutti i Paesi guardano con interesse al litio sudamericano», dice Bruno Fornillo, ricercatore del Consiglio nazionale della ricerca scientifica e tecnica, il Conicet, dell’Argentina. «Gli Usa, insieme con Francia, Olanda, Corea e Giappone, in Argentina, la Cina e la Germania in Bolivia, mentre il Cile già adesso esporta in tutto il mondo. Il problema vero - continua Fornillo - è un altro: chi ha le competenze per produrre batterie? In questo momento la Cina sta investendo molto sulla conoscenza. Il tema, più che il possesso delle risorse, è questo».
Per questo la corsa all’«oro bianco» si giocherà molto sulle competenze tecniche. «Imprese, governo, ricerca: è questa la chiave», dice Fornillo. «La relazione tra competenza, esplorazione, industrie e politica è fondamentale per controllare il nuovo paradigma energetico», aggiunge. Francia e Germania stanno cominciando a produrre batterie proprio per questo motivo. «Sanno che non possono rimanere indietro e lasciare l’industria automobilistica nelle mani cinesi», dice il ricercatore. E l’Italia? «Se non investe in ricerca, quando finirà il petrolio che cosa sarà dei nostri marchi?», si chiede Fornillo.
Il problema delle riserve diventa dunque marginale. «C’è abbastanza litio per tutti - conferma Mario Pagliaro, ricercatore del Cnr ed esperto di fonti rinnovabili e di transizione energetica - perché non solo la gran parte delle risorse, ad esempio il Salar de Uyuni in Bolivia, non sono ancora sfruttate. Ma anche perché, già oggi, oltre il 60% delle batterie al litio vengono riciclate con successo, recuperando tutti e sette i metalli contenuti nelle diverse batterie». Il punto centrale è quindi un altro.
«Il punto è quello degli investimenti negli impianti per produrre i composti di litio di purezza "battery grade" in modo da realizzare le batterie e, poi, quello degli impianti dove produrre le batterie stesse nella quantità sufficiente a supportare la transizione industriale dal motore a scoppio alla mobilità elettrica di massa - dice Pagliaro -. Europa e Italia non hanno alternative: serve l’industria di Stato delle batterie oppure la Cina farà con le batterie e l’auto elettrica ciò che ha già fatto con i pannelli fotovoltaici, cancellando l’industria europea in meno di un decennio».