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 2019  ottobre 10 Giovedì calendario


Intervista allo scrittore Robert Harris

«Ah, sediamoci qui! Proprio a questo tavolo mi intervistò Boris Johnson vent’anni fa, quando lavorava ancora al Daily Telegraph … era appena uscito il mio romanzo Archangel».

Fantastico. E come andò?
«Beh… diverse parti dell’intervista l’inventò di sana pianta. Lessi cose che non avevo mai detto…».
Siamo nel pub preferito di Robert Harris, nel verde West Berkshire, la sua casa di campagna è poco distante e questo ricordo dell’incorreggibile premier è l’unica nota positiva della nostra conversazione. No, il 62enne ex giornalista, oggi tra i massimi scrittori inglesi e autore di bestseller come Enigma e Il ghostwriter , non è cambiato: amabile conversatore, acceso indagatore del suo Paese ora tormentato dalla Brexit, sempre devoto al buon vino, stavolta Picpoul de Pinet e Sangiovese. Ma l’ultimo, eccellente romanzo di Harris, Il sonno del mattino (Mondadori), ci dice che il destino della nostra civiltà è segnato. E in modo nefasto.
«Non voglio fare profezie, ma mi pare questo il sentiero che abbiamo intrapreso», commenta Harris. In realtà il titolo inglese del suo libro è The Second Sleep , il "secondo sonno", e cioè l’abitudine degli abitanti dell’Europa occidentale «alla fine dell’era preindustriale, di dividere le notti in due principali intervalli di sonno: gli individui si svegliavano dopo la mezzanotte per poi tornare a dormire». Nel nostro caso, puro sonnambulismo.
Il romanzo è ambientato nel 1468 e il religioso Christopher Fairfax è appena arrivato in un paesino dell’Exmoor, sud-ovest dell’Inghilterra, per rimpiazzare padre Lacey, morto, col passare delle pagine, sempre più misteriosamente. Ma, contrordine, non siamo nel 1468, bensì nel 2100 inoltrato: perché nel 2025 la civiltà occidentale è clamorosamente collassata, ripiombando in un agghiacciante Medioevo oscurantista, in cui la storia è stata riscritta e censurata, l’orologio del tempo è ripartito dal demoniaco anno 666 e così domina un regime cattolico, fanatico, antiscientifico.
Harris, e così per lei faremo questa brutta fine?
«Chiaramente il mio è un romanzo distopico, a tratti paradossale. Ma non è da escludere. Ci sfugge che le civiltà, anche le più gloriose, sono estremamente vulnerabili: lo abbiamo visto con gli egizi, i romani, i maya… Ma noi, forse, siamo messi persino peggio».
E perché?
«Abbiamo infrastrutture molto più fragili al confronto, soprattutto a causa della tecnologia sempre più estrema, oramai fondamento della nostra vita quotidiana, della società e della stessa democrazia, se solo pensiamo all’influenza di Internet. Abbiamo appaltato quasi tutto — soldi, ricordi fotografici, il sapere, eccetera — a sovrastrutture eteree come la finanza elettronica, le memorie di dati cloud, ebook, Spotify, il senso dell’orientamento (vedi le mappe sui cellulari), tra poco persino saper guidare. Ma se un giorno qualcuno spegnesse tutto? Se ci fosse un terribile blackout? Ci sentiamo invincibili, invece siamo più precari che mai».
E lei pensa davvero che uno scenario del genere possa essere realistico?
«Anche qui nel Regno Unito pensavamo di avere la democrazia più solida del mondo. Invece la Brexit sta dimostrando che le istituzioni costituzionali sono molto più pericolanti di quanto credessimo. È solo una fetta di una destabilizzazione molto più ampia, fomentata da Internet e dai social network».
Perché ce l’ha col web?
«Perché, oltre a causare la fragilità di cui parlavo poc’anzi, accresce le divisioni, la polarizzazione, le tensioni, l’irrazionalità da branco. Del resto, il funzionamento di Internet è basato su algoritmi che riverberano gli interessi dell’utente. Ma soprattutto distorce la realtà e l’oggettività come mai prima, facendo proliferare incontrollabili post-verità che alla lunga riscriveranno la storia, oltre a gonfiare l’odio, per esempio contro le élite».
Però lei è una star su Twitter, i suoi post dissacranti ottengono una valanga di condivisioni.
«È vero. Ma anch’io mi faccio trascinare da questa radicalizzazione del web. È una droga che non porta nulla di buono».
Nel "Sonno del mattino" la scienza è censurata, seppellita. È il naturale seguito dell’acredine di certi politici contro "gli esperti" e dello scetticismo di movimenti come i "No vax"?
«Questo è un altro guaio della tecnologia di oggi: nonostante ci abbia semplificato molto la vita, sempre più persone considerano la scienza "alternative fact", l’ennesima espressione della coercizione istituzionale. Invece la sua negazione provocherà altre gravissime conseguenze: meno vaccini significa più malattie, e soprattutto sta crescendo mostruosamente la resistenza di virus e batteri agli antibiotici. La ricetta perfetta per l’apocalisse».
Le distorsioni temporali e distopiche del "Sonno del Mattino" ricordano il suo capolavoro "Fatherland", ma si è ispirato anche al "Nome della Rosa"?
«No, anche se l’atmosfera è simile. Direi più Thomas Hardy e alcuni elementi del Sindaco di Casterbridge , oltre a 1984 di Orwell per il linguaggio sotto controllo».
Il suo romanzo ricorda anche il recente "Califfato" dell’Isis, quando improvvisamente si era tornati "al Medioevo".
«Già. Ma questa brama di passato, unita alla sindrome dell’uomo forte, la possiamo ritrovare anche nella Brexit, o nei fascismi del secolo scorso. La storia è ciclica. Peccato che ora siamo arrivati al punto più alto della ruota e siamo condannati a scendere».
Quindi non c’è speranza?
«L’unico modo secondo me sarebbe regolare Internet, perché così com’è minaccia la stabilità di società e democrazia. Paradossalmente, le illiberali Russia e Cina hanno più anticorpi rispetto all’Occidente libero in questo contesto».
Harris, non è che, per sopravvivere, bisognerà diventare come loro?
«Io sono un liberale. E lo sarò fino al mio ultimo giorno».