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 2019  ottobre 09 Mercoledì calendario


In compagnia si mangia di più

Ma allora non è questione d’ingordigia, dài. Dell’incapacità di mantenere contegno, della poca forza di volontà – cioè, più che poca si potrebbe dire nulla – quando si tratta di tener fede alla dieta iniziata giusto il giorno prima. Vai a cena con gli amici, oppure al ritrovo coi parenti, e t’ingolli come un maiale. Ma anche, semplicemente, chacchieri a tavola in gruppo e così, d’istinto, allunghi la mano verso il cestino del pane, raddoppi formaggi e affettati d’antipasto, ti lanci sul tris di primi e mastichi mastichi mastichi come se non ci fosse una domani. Che poi è proprio questo il punto: nelle occasioni sociali si ingurgita più cibo di quanto si farebbe da soli sia perché trascinati dal “rito sociale”, ma anche poiché si teme di restarne senza. Lo conferma la scienza, mica noi sfondati. Trattasi di studio oltremodo serio, confezionato nientemeno che dalla University of Birmingham, in Inghilterra, e ripreso dall’autorevole rivista – così si dice in questi casi – American Journal of Clinical Nutrition. 

RITO TRIBALE
E dunque, rielaborando i risultati di altri 42 lavori scientifici sulla “psicologia del mangiare”, il team coordinato dalla dottoressa Helen Ruddock ha etichettato quest’atteggiamento come “nutrizione sociale”. Il quale affonderebbe le sue radici addirittura nei primordiali riti tribali, quando i cacciatori tornavano dalla battuta e i raccoglitori dalla raccolta, e riunivano il villaggio intorno al fuoco per mangiare insieme le prede valorosamente catturate e prtaggi e verdure strappate con fatica alla terra. Un auspicio di abbondanza futura, ma anche un modo per cementare la coesione sociale. E i commensali dovevano mangiare, proprio per garantirsi sostentamento in vista di possibili carestie, e pure per dimostrarsi soggetti attivi e partecipanti di ogni aspetto della vita della comunità. Dunque, da una parte si mangiava esageratamente per il timore che l’indomani non fosse possibile godere di un rancio così abbondante, e dall’altra il non mangiare in compagnia significava restare socialmente esclusi – anzi, addirittura auto emarginarsi. Interessante: più che voracità, è questione di sopravvivenza. Da componenti di una famiglia davvero numerosa – genitori e sette figlioli – possiamo dire che la tesi ha un fondamento. 

NUTRIZIONE SOCIALE
Tornando allo studio, sono state quantificate anche le precise percentuali della “sfondamento in compagnia”. Per la precisione: i maschi che s’accomodano con le gambe sotto al tavolo insieme ad altri arrivano ad assumere il 48% di cibo in più che se desinassero in solitaria, per le donne questa percentuale si ferma a un comunque ragguardevole 29%. E attenzione, che questa cosa succede solo quando ci si strafoga in compagnia di amici. «Questo meccanismo di “nutrizione sociale” – spiega i la dottoressa Ruddock – non è stato riscontrato in studi che avevano esaminato l’assunzione di cibo tra persone che non si conoscevano bene. Si vuole fare buona impressione agli estranei, e farsi bastare piccole porzioni è diventato sinonimo di misura e serietà». Vero: in quel caso hai paura di fare la figura del maiale e ti contieni, sia pur a fatica. E quindi, conclude la dottoressa Ruddock, «quella che descriviamo come “nutrizione sociale” può essere considerata come un retaggio della condivisione del cibo nelle antiche comunità, un comportamente che ha svolto una funzione importante nei nostri ambienti ancestrali. Questo spiega anche perché è più probabile che si verifichi in gruppi con individui che hanno familiarità tra loro». Una faccenda antropologica, dunque. E noi che credevamo fossimo solo degli insaziabili ingordi...