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 2019  ottobre 09 Mercoledì calendario


Crisi bancarie, il declino di Bim

Era la storica banca della Torino bene, fondata dai Segre, commercialisti di fiducia dei De Benedetti e che annoverava tra i soci il fior fiore della borghesia imprenditoriale sabauda. Tempi lontani, ormai andati per Banca Intermobiliare. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta: dai guai con Danilo Coppola al passaggio nel 2010 sotto le insegne di Veneto Banca, fino alla conquista poco meno di due anni fa da parte dell’accoppiata dei fondi Trinity-Attestor. Tanti passaggi, un solo risultato: una lenta consunzione e una banca che perde acqua da tutte le parti. Dimagrita, erosa dalle perdite, ormai un punticino nell’universo bancario.
La storia di Bim è quella di un’eutanasia che ha avuto il suo epicentro negli anni del possesso da parte di Veneto Banca e che neppure i nuovi padroni sono stati in grado di arrestare. Produceva negli anni buoni poco più di 130 milioni di ricavi annui; oggi se tutto va bene ne fa meno di 50. Gestiva masse dei clienti per oltre 12 miliardi che fruttavano buone commissioni. A fatica ora ne porta a casa meno di 5 miliardi. E se i patrimoni fuggono insieme ai private banker che li gestiscono, le entrate commissionali svaniscono. Solo nel 2015 la banca incassava oltre 80 milioni di commissioni nette, nel 2018 ha chiuso il bilancio con 35 milioni di commissioni di gestione. E più la banca dimagriva più le perdite si cumulavano. Dal 2012 Bim ha segnato rosso nei conti per la bellezza di quasi 400 milioni. Per una banca che faceva in media 100 milioni di ricavi annui perdere 400 milioni in pochi anni è drammatico.
A causare la voragine non solo l’attività in declino del risparmio gestito, ma la profonda pulizia dai bilanci di sofferenze e incagli. Anno su anno le svalutazioni sui crediti malati si sono contabilizzate per la cifra record di 390 milioni di euro. I primi colpi di ramazza li ha dati la controllante Veneto Banca svalutando tra il 2102 e il 2016 ben 320 milioni. Poi Trinity ci ha messo del suo con perdite sui crediti solo nel 2018, suo primo anno di controllo pieno, per 67 milioni. Ma come fa una banca che fa di mestiere il gestore dei risparmi a perdere a rotta di collo sui crediti?
In realtà pesa un intreccio perverso: credito facile agli imprenditori del Nord-Ovest che in cambio affidavano i loro patrimoni alla banca. Con la crisi ecco che molti smettono di ripagare i debiti e anche di lasciare le fortune di famiglia in banca. Bim si avvita così doppiamente. Crediti marci che zavorrano i bilanci e patrimoni che fuggono. E certo la gestione di Veneto Banca finita in liquidazione non ha brillato. Tanto che gli imprenditori torinesi capitanati da Piero D’Aguì, storico ex ad della banca volevano riprendersi la Bim nel 2014. Nel tentativo fallito di riacquisto, la Bim era valutata oltre mezzo miliardo. Sono passati meno di 5 anni e oggi vale in Borsa 96 milioni. Un calvario per i piccoli azionisti che ormai non ci sono quasi più. Trinity è all’89% del capitale e meno di due anni fa ha comprato il 68% del capitale a 24 milioni di euro. Arrotondato con l’Opa, l’esborso è stato di 30 milioni (Trinity ci ha messo altri 90 milioni in aumento di capitale). Ma il divario di valutazione resta formidabile.
A livello civilistico (art. 2446) Bim necessita di una nuova ricapitalizzazione nei primi mesi del 2020, prevista per altri 100 milioni, di cui 44 messi da Trinity. Il precedente piano industriale non ha mantenuto le promesse e pochi giorni fa i nuovi vertici hanno riapprovato un nuovo piano al 2024. Gli auspici profumano di miraggio: masse al raddoppio e più investment banking per fare il primo utile nel 2022. L’unica cosa certa sono i tagli. Via un terzo dei dipendenti e un terzo degli sportelli. Ma se ti privi di chi dovrebbe raccogliere nuovi patrimoni, come raddoppierai le masse in gestione?