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 2019  ottobre 09 Mercoledì calendario


A lezione di racconti da Mario Soldati

C’era una volta un professore di italiano timido e un po’ misterioso, insegnava agli alunni d’una terza liceo del Virgilio di Roma e io ero uno di loro. Si chiamava Vincenzo Verginelli, giungeva in classe sempre un po’ in ritardo e faceva capire senza bisogno di dirlo: «Sono qui per parlarvi di letteratura, se volete e solo se volete ascoltatemi».
Che cosa c’entra Verginelli con Mario Soldati, con i suoi trenta racconti adesso riproposti nel volume La messa dei villeggianti (Bompiani)? Risposta: lo credevo perduto negli abissi dell’eterno e l’ho trovato viceversa inaspettatamente redivivo proprio in una strana e golosa pagina soldatiana presente nella raccolta di cui s’è appena detto.
Il rassicurante italianista, che quando lo conobbi portava il basco e camminava col bastone, aveva un passato ribelle e gagliardo. Era stato con Gabriele d’Annunzio a Fiume. Un giorno il Comandante, incontrandolo fra la sua truppa con un libro in mano, si incuriosì e gli chiese che cosa leggesse. «La Divina Commedia, studio per laurearmi». «Come ti chiami?», si incuriosì d’Annunzio. «Vincenzo Verginelli», fu la risposta. Nemmeno a dirlo l’immaginifico ebbe pronta l’incoraggiante risposta giocata su quel nome e gli disse: «Va’! Vinci!», che valeva un augurio per i futuri esami universitari di quel ragazzo.
Non so se Soldati fosse al corrente dell’episodio, certo il personaggio che descrive a pagina 229 nel racconto La pagliata, incentrato su una festa popolare nata intorno a un antichissimo piatto della cucina romana, descrive in ben altro modo l’anziano docente che avevo conosciuto bonario e comprensivo. Soldati nato per narrare consegna Verginelli al romanzesco parlando di «uno strano lampo nei suoi occhi neri e diabolici». Non vidi mai quel lampo mentre sedeva in cattedra e ci spiegava Leopardi o, più mestamente, Vincenzo Monti. Ma che importa? Non è la verità del cronista che ci si aspetta da un autore talentoso come Soldati che quando la imbrocca porta con sé i lettori ben contenti di seguirlo dove lui vuole.
Leggendo queste poche righe m’è parso quasi d’entrare nel laboratorio magico d’un grande scrittore vedendolo al lavoro. La letteratura da una parte la verità dall’altra. Sono certo che Verginelli avrebbe dedicato a questo modo di vedersi truccato e usato narrativamente una sua bellissima e compiaciuta lezione. Semmai si sarebbe soffermato da buon gustaio a dare conto della ricetta preziosa della pagliata, che va cucinata soprattutto in umido o al forno con brace di carbone di legna.

Immedesimandosi nei panni d’un bon vivant Mario definisce in questa sua raccolta, tornando spesso a menzionarli con l’acquolina in bocca, i vini d’Italia «poesie della terra». Si sofferma, a solo fare qualche nome, sul Gattinara, su un ormai rarissimo vino ligure di Coronata e non starò a fare qui tutto l’elenco dei bianchi e dei rossi ricordati in queste pagine da suggerire ai buongustai. Particolarmente invoglianti sono le pagine dedicate al Carema, un nettare piemontese di cui ebbe a parlami con una verve insospettata quel maestro della critica letteraria tutto da riscoprire e rileggere che fu Geno Pampaloni. In sintonia con lui Soldati si spinge a beatificare il Carema definendolo in crescendo «quel rosso appena appena aspro, appena appena allappante, appena appena amaro: forte e simpatico come un gusto di sole e di roccia».
Che inconfondibile scrittore, lasciatemelo dire, era Soldati. Sapeva rendere un italiano senza pecche, qualche volta un po’ troppo compiaciuto di certe volute derive dialettali perciò salvo dalle preziosità leziose, sempre comunicativo e rassicurante come un parlato da cordiale pranzo in famiglia.

In questo libro di pronta e suadente lettura, nato – va sottolineato – da una cultura raffinata e mai dimentica di una severa preparazione gesuitica, fanno spicco due godibilissimi ritratti femminili: Le campane di Zurigo e Germaine. Specialmente nel primo Mario S. sa rendere a suo modo irresistibile una più che matura lady.
P.S. In questi trenta racconti – che preferirei definire elzeviri poiché l’io dell’autore negli elzeviri strizza persino sfacciatamente l’occhio a sé stesso indossando una divisa più dichiaratamente egotistica di quella consentita all’io narrante d’un racconto – Soldati ha una folgorante trovata.
Descrive in più occasioni l’Italia già furba, rotta alle malizie d’un frenetico consumismo della fine degli anni Cinquanta con i colori, i sentimenti, le pruderie degli anni Quaranta e questo da alle sue pagine un tono gradevolmente affettuoso e nostalgico.