Libero, 5 ottobre 2019
Il crollo delle vocazioni in Italia
Anche in Veneto. Persino lì. Le diocesi di questa regione ecclesiastica (che comprende anche Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia) un tempo erano il granaio delle vocazioni. Erano vivai di preti, paragonabili, calcisticamente parlando, alla cantera del Barcellona. Tanti campioni e alcuni fuoriclasse, tra cui due Papi nati da quelle parti più uno di adozione: San Pio X, Giovanni Paolo I e San Giovanni XXIII. Ora sono terre aride, viene su qualche fiore, e magari sarà una rosa meravigliosa, ma messe insieme non bastano per comporre un mazzetto. La notizia data dal Corriere Veneto, che vi ha dedicato ieri il titolo di prima pagina, vale più del computo statistico: i vescovi richiamano in servizio i preti a riposo. Una volta i giovani preti non vedevano l’ora si togliessero di torno i tipi che portavano ancora la tonaca impolverata credendosi dei don Camillo. Per consentire l’aggiornamento dei metodi, e un certo repulisti, si fissò l’età della pensione per i curati a 75 anni. Avevano appeso la stola al chiodo. Ed ecco, come militari dopo il congedo, sono riconvocati per la sacra pugna. Sta capitando ovunque. I vecchi parroci sono ben contenti di tornare a lavorare “nella vigna del Signore”. Anche se non riescono più a muoversi facilmente dalla poltrona per gli acciacchi, gli si attrezza un confessionale, magari ben lontano da quelli dei loro successori che non hanno mai tempo, e peraltro sono sempre affannati a seguire consigli pastorali, presbiterali, decanali, a predisporre documenti sui nuovi poveri e i migranti. Ed ecco che le file davanti ai confessionali dei preti canuti e calvi si allungano. Sono gli unici che sanno ascoltare e danno conforto. Trasmettono pace, e uno dice: chi sono costoro, ma allora Dio c’è davvero... da nord a sud In tutta Italia, non solo in Veneto, mancano preti. Sono pochi, sono sempre meno. Soprattutto non ci sono garzoni di bottega vogliosi di subentrare nell’officina delle anime. Nel luglio scorso, Famiglia Cristiana fece un’inchiesta sull’argomento. Il settimanale dei Paolini riferì: «Sono 42.220 i sacerdoti attivi (compresi i religiosi, ndr) in Italia: uno ogni 1.487 abitanti. Il loro numero è in calo: nel decennio 2006 – 2016, per limitarci a uno dei tanti indicatori possibili, i seminaristi sono scesi del 18,6 per cento. I 372 presbiteri ordinati l’anno scorso non bastano a prendere il posto di quelli deceduti». Prima del Concilio per arrivare a un numero di quel genere bastavano le diocesi di Milano, Bergamo e Verona. E dire che Famiglia cristiana riporta dati del 2016. In realtà il crollo, una specie di default, è proprio diventato rovinoso negli ultimi tre anni. Simili per desertificazione progressiva di seminari e canoniche al primo decennio dopo il Concilio (1965-1975), che causò sofferenze indicibili a Paolo VI. Il quale confessò all’amico Jean Guitton quella che riteneva la causa di questa caduta: l’ingresso «del fumo di Satana» e di un «pensiero protestante» nella Chiesa cattolica. È consentito rimpiangere i tempi in cui camminando per strada riconoscevi un prete, prima ancora che per la tonaca, per la sua camminata, per il modo di guardare la gente per strada, sul tram? Chi non ha ricevuto un po’ di bene da loro? chierichetti Ricordo i tempi in cui il prete portava i chierichetti in gita nei grandi seminari, che parevano rigurgitare contemporaneamente di silenzio e di vita. Sembrava di essere entrati in un giardino pieno di tenere querce giovani, li invidiavamo, non eravamo ancora agitati dal testosterone dell’adolescenza, ma ancora a 15-16 anni, sentendo il cammino del celibato troppo difficile, sentivamo che era una gran cosa quell’essere dediti a quel Pane che dopo qualche anno sarebbe diventato Gesù nelle loro mani. E ogni buona mamma della nostra Brianza – ma valeva per la Bergamasca, il Bresciano e tutto il Veneto, e chissà in quanti altri posti d’Italia – sognava per il figlio un destino così, e un futuro per se stessa a vendere liquirizia e spuma al bar dell’oratorio. Di quel periodo mi è rimasta impressa la foto a colori del cardinale di Milano, il futuro papa Montini, con i centodieci nuovi sacerdoti. Era appesa sul portone del cinema parrocchiale. Belle faccette con gli occhiali, nasi grifagni, volti paciosi ma con un mistero negli occhi. Così mi pareva. Quell’anno, come ogni anno, sarebbe stato ordinato anche uno del nostro paese. Avevano due campioni: uno era diventato prete, l’altro giocava nell’Inter. Del sacerdote si aspettava la sua prima messa. E le donne correvano a baciare la mano appena consacrata e pura. Sotto quel manifesto con seminaristi giunti alla meta. Diceva di chiedere al Signore questo: «Non pochi ma buoni, ma tanti e tutti santi». Non siamo stati esauditi. Perché? Allora c’erano due spinte formidabili a rendere percettibile all’orecchio dei ragazzi la “vocazione”. 1- Un sentimento religioso diffuso insieme al fascino di preti che erano uomini realizzati. 2- La stima sociale. Adesso uno e due sono caduti. È venuta meno la fede nelle masse nel Dio incarnato in un uomo, morto e risorto. Si crede a un Dio che come un simpatico serpentello si infila in tutte le religioni. In secondo luogo è passata l’idea che i preti siano pericolosi, allevati nei seminari per diventare pedofili. Considerazione sociale: zero. Gli unici preti trattati con ossequio dai giornali e dalle tivù sono quelli antimafia, o “di strada”. Ma io non ne ho mai conosciuto uno che non fosse prima che in strada, in chiesa, in confessionale, al capezzale dei malati negli ospedali, da solo davanti al Santissimo. Fatto sta – come dice il titolo – che gli italiani si sono rotti di fare il prete. Propongo però un’altra ipotesi. E se fosse Dio a essersi rotto degli italiani?