Tuttolibri, 5 ottobre 2019
Quando si censurava la minigonna
La Stampa del 4 giugno 1967, pagina 11, rubrica «Cronache per le donne». Titolone: «La leggera sottanella che chiamano minigonna: qualche volta va bene, più spesso no». Il mitico Paolo Monelli, giornalista dalla penna chirurgica e di larghe vedute non fa sconti a quella striscia di stoffa nata a Londra da una visione di Mary Quant. È lei la stilista very english, svaporata e festaiola, che sistemò in vetrina, quattro anni prima, nel 1963, quella mina vagante, nella sua boutique «Bazaar» di Kings Road. E la bomba esplose.
La parola d’ordine che regnava Oltremanica all’inizio dei Sixties è «rompere con il passato». La Quant grazie alle sue microgonne diventa nella Swinging London un’icona della trasgressione, i giornalisti le fanno agguati per strada, riceve lettere anonime dal tono minaccioso, ma lei invoca la supremazia della praticità: «Sono state le ragazze a chiedermi di accorciare gli orli, loro volevano vestiti dentro i quali poter saltare, muoversi, correre. Le mie gonne erano già sopra il ginocchio ma loro mi dicevano: "Mary, più corte, più corte!"». L’idea delle gambe, anzi delle cosce, al vento - anche se censurate da pesanti e coloratissimi collant, - divide il mondo. Da un lato gli Stati più perbenisti (come i Paesi Bassi) che arrivano a vietarne l’uso, dall’altro femministe come la francese Hubertine Auclert che fonda la «Lega delle gonne corte».
Spiega Valerie Steel, direttrice del «Fashion Institute of Technology» di New York: «La mini-skirt era un simbolo, non un capo d’abbigliamento, rappresentava l’esigenza di una maggiore libertà sessuale per le donne dell’epoca». Parecchi stilisti di fama la inseriscono in collezione, ma c’è anche chi, come Christian Dior, la definisce indecente da un punto di vista squisitamente estetico «perché le ginocchia sono la parte più brutta del corpo». Nel frattempo, però, l’inventrice di quella striscia di stoffa che incorncia gambe chilometriche come quelle di Twiggy o Jean Shrimpton, diventa Ufficiale dell’Ordine dell’impero britannico e le femministe chiedono di più , cominciando a mandare al rogo i reggiseni. Poi arrivarono schiere di stilisti che fecero di più, da Versace a Gaultier, passando per Victoria Secret. Ogni stagione segna qualche concessione al nudo in più, scandito da spacchi e scollature abissali, sino al traguardo della tutina di soli cristalli indossata - si fa per dire perchè abito non si poteva dire - da Keisha Ka’Oir ai Bet Awards.
Oltre sessant’anni dopo, nell’era del #metoo e del nudo che diventa media poetico o artistico (pensiamo alla foto di Alda Merini scattata nel 1999 e accompagnata dalla frase «In manicomio ci facevano spogliare, come fossimo cose» o alla modella nuda presentata da Thomas De Falco ad Artissima 2018) la parola scandalo abbinata a qualche centimetro di gamba nuda, fa sorridere. E fra le lettere dei mariti preoccupati dal ciclone-minigonna che riceveva la rubrica della Stampa «Specchio dei Tempi» nel 1968 e l’abito total nude look firmato Schiaparelli indossato da Kendall Jenner all’ultimo festival di Cannes, sembra passata un’era geologica. Anzi, non sembra, è.
Lo scatto successivo, un piccolo passo per la moda, un grande passo per i diritti delle donne, l’ha compiuto Winnie Harlow, meglio nota come «la modella con la vitiligine» presentandosi alla prima di Once upon a time in Hollywood con una polemica e vertiginosa mini. Una provocazione contro i voyeristi delle imperfezioni: «Analizzate ogni centimetro del mio corpo - ha detto- passatelo al vostro ossessivo setaccio digitale. E poi applaudite». Applauso.