La Stampa, 5 ottobre 2019
Biografia di Sylvie Vartan
Nelle sere d’estate, quando in tv passa Techetechetè, Sylvie Vartan è una presenza inevitabile. I balletti in bianco e nero, l’accento francese. Delicata, lieve, moderna. Da quelle immagini è trascorsa una cinquantina d’anni e Vartan, classe 1944, ne ha fatte di cose tra Los Angeles e Parigi.
Eccola, oggi, mentre scivola tra i tavolini di un ristorante del XVI arrondissement, scrutata da tutti i clienti. Si ricorderà degli show italiani? «Lei sta scherzando. Li ho registrati su un cd e ogni tanto me li guardo, da sola o con amici. Dopo mi sento meglio».
Il top del suo successo fu con Doppia Coppia, tra il 1969 e il ’70.
«All’epoca restavo in Italia per periodi molto lunghi. Vivevo in una suite all’ultimo piano dell’hotel Cavalieri da dove si vedeva tutta Roma. Con me c’era mia madre, che durante il giorno, mentre facevo le prove alla Rai, teneva David, mio figlio, che aveva quattro anni. Forse ci furono giorni con il cielo grigio ma io mi ricordo solo il sole. Quell’esperienza fu un sole in mezzo alla mia vita».
E i famosi balletti?
«Gino Landi era un coreografo formidabile. Sulla tv francese non ce n’erano di quel livello. La sigla, «Buonasera, buonasera», era sempre la stessa, ma il balletto cambiava ogni volta. E così durante la settimana bisognava provare e riprovare. I ballerini erano molto simpatici, me li ricordo tutti. Eravamo una grande famiglia, all’italiana».
In quegli anni era sposata con Johnny Hallyday. Veniva anche lui a Roma?
«Solo qualche volta a cantare con me in tv. L’Italia era una cosa mia».
Per ricordarlo, interpreterà una serie di sue canzoni al Grand Rex a Parigi il 23 e il 24 ottobre prossimi. Come saranno questi concerti?
«Più rock di altri che gli ho già dedicato».
È in corso una battaglia giudiziaria sull’eredità tra suo figlio David e la sorella Laura Smet, che Hallyday ebbe dall’attrice Nathalie Baye, e dall’altra parte Laeticia Hallyday, la vedova del cantante, morto nel 2017. Come andrà a finire?
«È una storia lugubre e non interessante. Confido che la giustizia francese si esprima correttamente».
Eravate giovanissimi lei e Johnny quando vi siete conosciuti: 17 e 18 anni.
«Io ero molto timida e pure lui. Ma la musica ci aveva scosso, era la grande epoca del rock&roll. Tante persone timide diventano artisti perché dà libertà. Si ha l’alibi per essere se stessi».
Com’era la vostra vita?
«Vulcanica. Non eravamo mai stanchi. Eravamo felici».
In giro sempre fino a notte fonda?
«Era proprio così, anche perché non si può andare a dormire dopo che si è rimasti tesi e concentrati per due ore a gridare le emozioni su un palcoscenico».
Lei è arrivata dalla Bulgaria alla Francia a sette anni nel dicembre 1952. Non parlava neanche francese. Che ricordi ha?
«Mio padre era nato in Francia e dopo lunghe insistenze era riuscito ad avere il permesso di abbandonare la Bulgaria, allora sotto il comunismo. Gli ultimi tempi vivevamo a casa di mio nonno, che io adoravo. Lui corse dietro al nostro treno, agitando il fazzoletto con la mano. Solo allora capii che non lo avrei più visto. Abbandonai la mia infanzia sulla banchina di quella stazione».
Arrivati a Parigi, dove andaste a vivere?
«In una camera d’albergo vicino al mercato delle Halles. Ci siamo rimasti quattro anni».
Fu dura?
«Darei tutto l’oro del mondo per ritornare a quei tempi. Io e mia madre dormivamo nello stesso letto e Eddie, mio fratello, con papà. Vivevamo uno sopra l’altro. Il nostro era un amore assoluto».
Anche lei è stata una migrante.
«Sì, ma allora ci aiutarono in tanti. Facemmo amicizia con i proprietari dell’albergo, che ci prestavano la loro casa in Normandia per le vacanze. Continuavamo a parlare la nostra lingua e a mangiare piatti bulgari, ma non volevamo cambiare la Francia. L’abbiamo presa così com’era».
Cosa le hanno insegnato i suoi genitori?
«La dignità. Anche mio padre era un artista (musicista, scultore, pittore) ma si arrangiava con dei lavoretti. Il primo acquisto che fece, quando finalmente ci trasferimmo in un appartamento, non fu un tavolo ma un pianoforte. Mia mamma era arrabbiata, gli disse: "Mica ci possiamo mangiare sopra". Lui rispose che era indispensabile per la sua anima».
Gli anni del successo in Italia furono segnati anche da due gravi incidenti automobilistici in Francia, il primo l’11 aprile 1968.
«Viaggiavo con Mercedes, la mia migliore amica. Persi conoscenza, mi svegliai e mi dissero che lei era morta. Fu terribile. Penso spesso a lei».
E poi, ancora più grave, il 20 febbraio 1970. Al volante c’era Hallyday.
«Aveva bevuto e andava veloce. Ma non gli ho mai portato rancore. In quel momento pensai soprattutto alla mia faccia, a non restare sfigurata. Mi sono sottoposta a diversi interventi, anche negli Usa. Nella mia vita non mi sono mai persa d’animo».