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 2019  ottobre 05 Sabato calendario

L’America di Ceronetti

Chi, più di Guido Ceronetti, irriducibile ai partiti? Scomparso un anno fa, lo «scrittore e teatrante» si riconobbe fra i Tipi Originali, la tribù di coloro che vivono «con le loro innocue manie», innanzitutto «quella di pensare». Così impermeabili alle parole d’ordine, agli slogan, ai cinici inchini.
Eppure Ceronetti una tessera di partito la ebbe - il Psli. di Saragat, originato dalla scissione di Palazzo Barberini -, salvo restituirla. Correva il 20 settembre 1947 quando comunicò la sua decisione a Guido Quazza, allora nella segreteria della Federazione provinciale torinese, in seguito preside della Facoltà di Magistero. Una lettera-manifesto custodita nell’archivio di Istoreto, l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea, di cui pubblichiamo un estratto per gentile concessione del direttore Luciano Boccalatte. A suggellarla una promessa di futuro («Comincia per me l’ora della grande solitudine») che sarà mantenuta, ora accendendo luci visionarie, beninteso mai illuministiche, ora sellando destrieri donchisciotteschi, ora smemorandosi nel manierismo.
Sono i totalitarismi le furie che scuotono gli inchiostri di Ceronetti. Il ’48 si avvicina, la scelta è tra l’Occidente e Stalin. È l’Oltreoceano il faro della voce trentenne, già «clamans» nel deserto, natali sotto la Mole, non lontano dalla chiesa dei Santi Martiri dov’è sepolto Joseph De Maistre, il nemico della Rivoluzione francese.
L’Urss, per Ceronetti, è il problema. La «rivoluzione americana» è la soluzione. Negli Stati Uniti di Truman identifica l’antidoto contro «il formidabile blocco ideologico-politico comunista». Una certezza inscalfibile lo scorta: «La libertà dovrà affermarsi vittoriosa sui due fronti» (sul fronte occidentale il baluardo da infrangere sono «le forze della conservazione, rappresentate oggi massimamente dai partiti cattolici e comunque adottanti una piattaforma confessionale»).
La storia come storia di libertà. Di conferma in conferma, fino agli anni Ottanta-Novanta, quando Ceronetti non mancherà di compiacersi: «È impossibile negare che Gorbaciov abbia incarnato qualcosa di decisivo per tutti: la fine dell’orribile impero di Lenin e di Stalin fu il suo Deposito e la sua missione».
L’America fucina di benessere economico e di progresso scientifico, nonché vocata a fare di ogni uomo un re. Ma Ceronetti non vi si specchia totalmente. Individua il pericolo che rappresenta: «Il suo ideale, possiamo esserne certi, non è il dominio del mondo. Piuttosto pensa a salvarlo». Una tendenza innata, che discende per li rami: dai Padri pellegrini, che nella Bibbia leggevano «la storia e il destino della grande Repubblica Stellata». 
Non a caso, Ceronetti si riterrà un cittadino di «Gerusatene», non a caso contestava l’amico Sergio Quinzio, come i Padri pellegrini ancorato alla «Bibbia Libro unico», «muratissimo verso la libertà greca», non a caso, lui ruminatore dell’Ecclesiaste e dei Profeti, si dirà aperto «a tutte le varianti filologiche e d’interpretazione». Libero fino alla solitudine, unica salvezza, di qua e di là dell’Oceano.