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 2019  ottobre 05 Sabato calendario

Licia Maglietta racconta Emma Carelli

«Si permetteva di dare consigli a Toscanini e di sfidare i gerarchi che pretendevano di entrare gratis a teatro. Una ragioniera, che faceva quadrare i conti risparmiando anche sui bottoni dei costumi, e un’innovatrice che negli anni in cui cominciava a calare il buio della Guerra, portò per la prima volta in Italia, nel suo Costanzi, la luce dell’arte, Picasso, i Balletti russi, i Futuristi». Licia Maglietta presenta Emma Carelli, cantante d’opera e direttrice del lirico romano tra il 1912 e il 1926, personaggio leggendario e dimenticato cui è dedicato il film di Tony Saccucci, La prima donna, evento di pre-inaugurazione della Festa del Cinema, il 14 ottobre, al Teatro dell’Opera: nato da un’idea dell’attuale sovrintendente Carlo Fuortes, e proposto dopo due anni di lavoro con l’Istituto Luce, ripercorre la vita avventurosa di una diva osannata e annientata, perché non poteva essere prima. Nell’Italia che si avvia verso il regime, Emma vede la fine del suo teatro, del suo matrimonio, del suo ruolo da protagonista nel mondo dello spettacolo. E muore in modo cruento nel 1928, anno che registra il maggior numero di donne suicide nella storia del nostro Paese. 
«La Carelli era un soprano acclamato nei primi del Novecento fino in Sudamerica», racconta l’attrice, «e riuscì a trionfare come impresaria in un ambiente dominato dagli uomini. Libera, emancipata: troppo per quell’epoca. Tanto che perse tutto. Una parabola di cento anni fa. E di oggi. Mi dispiace dirlo, ma non credo che sia cambiato granché».
Che persona era?
«Lei cantava e sbraitava. Aveva una voce che faceva sognare il pubblico e due braccia da camionista che riuscivano a guidare su e giù per l’Europa la sua adorata Lancia Lambda, una specie di siluro con un volante così duro che quando ci sono salita per girare alcune scene ho avuto difficoltà persino a girarlo».
Artista? Moglie? Imprenditrice? Quali di questi ruoli preferica?
«Era una star, quando il marito, l’impresario Walter Mocchi, le propone di guidare il Costanzi. Prova a continuare a esibirsi, poi si rende conto dell’impegno che serviva per mandare avanti l’azienda e smette. Gestiva un terzo dei soldi della Scala, non poteva permettersi attrezzature all’avanguardia. Ma aveva testa e personalità. E riuscì a portare nella sua sala gli artisti delle Avanguardie di allora. Può immaginare i concorrenti uomini? Mascagni ha cercato in tutti i modi di gettare fango su di lei. Il marito l’ha tradita. E poi ci ha pensato Mussolini a darle il colpo finale».
Con quale giustificazione venne allontanata?
«Abbiamo trovato documenti che fanno venire la pelle d’oca. Disparità di genere? Direi violenza di genere. Un resoconto redatto dalla polizia fascista recita: Come donna ha sviluppato un carattere indipendente che le fa assumere atteggiamenti di superiorità verso chicchessia. Una vicenda dura ma piena di fascino che toglie polvere da un periodo in cui l’opera italiana dettava legge nel mondo». 
Com’erano i teatri?
«Straordinari. Sei mesi l’anno in Europa e appena chiudevano le stagioni, tutti in nave, sarte, macchinisti, cantanti. E via, verso Brasile, Argentina, Cile e poi dall’altra parte del mondo, San Pietroburgo. Avventure umane e artistiche che fanno impallidire molte delle storie raccontate dal nostro cinema». 
In che modo Emma l’ha arricchita
«Conoscerla è stato straordinario. È stata protagonista e vittima di un’epoca. Come tante di noi. Le donne di carattere non sono mai piaciute. Il tentativo di tenerci in disparte c’era e c’è. Guadagniamo meno, meno ruoli e meno opportunità».
Dai documenti emerge anche un po’ di vita privata?
«Lei abitava nel teatro, al terzo piano insieme con la mamma. Le sue carte vennero sequestrate dalla polizia di allora. Il fratello è riuscito a conservare qualcosa e siamo partiti da lì. Dalle foto si percepisce il cambiamento. All’inizio era carina, piccola con grandi occhi azzurri. Poi sempre più abbandonata a se stessa. Di registrazioni degli spettacoli c’è poco e niente. Allora la tecnologia non era granché. E lei non voleva passare alla storia lasciando suoni gracchianti. Ma traccia del suo carattere è rimasta ovunque».
Il battibecco con Toscanini?
«Quando Toscanini parlava, intorno c’era un silenzio da messa. Alla Scala, Emma arrivò appena ventenne. Il Maestro doveva comunicare il cast e agli altri non restava che obbedire. Lei, invece: scusi maestro ma perché non ha scelto Caruso? È lui che deve cantare con me. Impallidiscono tutti. E svengono quando Toscanini le dà ragione e scrittura Caruso».
E con i gerarchi?
«Emma non sopportava che si presentassero in teatro senza pagare, con la famiglia, e quando volevano. E li metteva alla porta. Non si trattava di antifascismo, ma di rispetto della sua istituzione».
Che cosa amava la Carelli, oltre al suo teatro?
«Diceva sempre che amava tre cose. Il marito, che poi diventò fascista e la tradì con altre donne e con il Regime. Il teatro e la sua macchina che, ripeteva, un giorno mi ucciderà. E così fu. Noi abbiamo cercato di farla rivivere in questo film girato nel suo Costanzi. Certe figure vanno ricordate, anche ai nostri figli. La storia la fanno gli uomini. E le donne».