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 2019  ottobre 01 Martedì calendario

Biografia di Cesare Maestri


Cesare Maestri, nato a Trento il 2 ottobre 1929 (90 anni). Alpinista, rocciatore, guida alpina e maestro di sci • «Il ragno delle Dolomiti» • «Nella vita ho salito oltre 3500 pareti in tutto il mondo» (a Giampaolo Visetti, la Repubblica, 19/8/2019). Circa un terzo le ha fatte in solitaria • Arrampicava con tecniche sue un po’ anarchiche: «Ognuno di noi ha il suo stile. Ho un grande rispetto per l’anarchismo di Cesare Maestri. Lui dice: “io arrampico come voglio” e ha assolutamente ragione» (Reinhold Messner) • Dice di essere stato il primo a conquistare il monte Cerro Torre, in Patagonia, una delle vette più ardue del mondo. Ma molti dicono che non è vero • «Nessun alpinista al mondo crede che lui sia salito sul Cerro Torre nel 1959, perché nel 1959 non era possibile percorrere quella via» (Reinhold Messner) • «Certo che sono arrivato sulla cima, ma sono stanco di dovermi difendere da tutte le insinuazioni che mi sono piovute addosso. L’alpinismo si basa sulla parola. Se qualcuno mette in dubbio un alpinista, mette in dubbio tutto l’alpinismo» (Elisa Lonini, montagna.org, salvato nell’archivio di internet il 9/3/2007).
Vita «Sono figlio di attori» (a Visetti) • I suoi facevano parte di una compagnia teatrale itinerante. Poi, alla fine della prima guerra mondiale, quando il Trentino era passato all’Italia, suo padre aveva trovato lavoro come funzionario pubblico. La famiglia Maestri vive a Trento, al primo piano dei «Casoni», condomini popolari costruiti negli anni Venti ai margini della città • «Le mamme dicevano “Non ste’ a ‘nar con ‘quei spiazzaroi dei Casoni” [Non andare con quei monelli dei Casoni, ndr]» (a Nereo Pederzolli in un video pubblicato su Il Dolomiti, 4/5/2019) • La mamma di Cesare, invece, muore di una brutta malattia quando lui ha sette anni e lui, suo fratello e sua sorella (Anna Maestri, attrice, grande caratterista, 1924-1988) vengono cresciuti dal padre • «Il primo exploit che ho fatto, avrò avuto dieci anni. Mi sono affacciato alla finestra con l’ombrello per fare il paracadutista. Io volevo tirarmi indietro, ma tutti i ragazzi mi dicevano “Dai dai dai”. E siccome mi sentivo già leader… mi sono fatto così la prima delle ventisei fratture della mia vita. […] Una volta avevo messo una lampadina in bocca e due dita nella presa per vedere se si accedeva: i m’ha portà all’ospedale, logicamente. Se per una settimana non andavo all’ospedale i medici amici di mio padre gli chiedevano: “‘scolta Toni, è successo qualcosa a tuo figlio?” […] Il più ricco, ai Casoni, aveva la bicicletta. E io, quando avevo bisogno delle lampadine, non potevo comprarle perché non avevo i soldi: mi arrampicavo ai lampioni e ne portavo a casa una - erano lampadine da 200 volt! […] Una volta che le donne avevano bisogno di legna, ho fatto saltare la porta della caserma degli alpini qui davanti con una piccola carica di tritolo. Mi chiamavano Pietro Micca» (a Pederzolli) • Scoppia la Seconda guerra mondiale e anche Trento viene bombardata: «Quando suonava l’allarme e tutti andavano nel rifugio antiaereo, io preferivo star fuori a vedere gli aeroplani che arrivavano o che mollavano le bombe» (a Pederzolli) • Dopo l’8 settembre il Trentino viene annesso al Terzo Reich e i nazisti condannano a morte il padre di Cesare per le «attività antiaustriache» commesse venticinque anni prima • «Toni e la famiglia fuggirono, e si rifugiarono […] vicino a Ferrara, dove era nata la moglie. Quando alla polizia locale fu ordinato di arrestare Toni, la famiglia tornò in Trentino. E Cesare, per combattere i tedeschi, si unì ai partigiani comunisti» (Ed Douglas, The Observer, 7/5/2006) • «Ho arrampicato per fame e per non finire fucilato. Portavo a spalle i viveri nei rifugi del Brenta in cambio del pranzo» (a Visetti) • Dopo la guerra, il padre di Cesare aiuta gli americani a bonificare la zona dalle bombe inesplose. Vorrebbe che il figlio recitasse e lo manda a Roma a studiare storia dell’arte» (Douglas) • I suoi fratelli, Anna e Giancarlo Maestri, vogliono seguire le orme del padre. Cesare invece non è tagliato per quella strada: la Resistenza con i comunisti gli è rimasta in testa e anche a Roma «agli studi […] alternava l’attività politica, sino a che non decise di tornare tra le montagne dove si era battuto per la libertà» (dal sito dell’Anpi) • Ha diciannove anni. «Non sapevo come venire a patti con la società; non riuscivo a capire come mettere tutte la durezza che avevo assimilato durante la guerra al servizio di qualcosa di buono. Pensavo di darmi alle corse automobilistiche, ma un giorno sono arrivato a Trento e ho cominciato ad arrampicare. È stato allora che ho deciso: l’arrampicata sarebbe stata la mia vita e il mio modo di esprimermi» (Douglas) • Si allena moltissimo: per tenersi in forma – dice - «fa l’amore e le flessioni contemporaneamente» (Douglas) • «La sua carriera fu rapida: portatore nel 1950, guida e istruttore nazionale per le alpi occidentali nel 1953» (Cam, Corriere dell’Informazione, 23-24/6/1954) • In un articolo lo chiamano «Il ragno delle Dolomiti» e il soprannome gli rimane appiccicato • A chi gli chiede «Ha mai avuto paura di morire?» lui risponde: «Mai. A volte c’è lo spavento, ma è un’altra cosa. È come quando un pilota di Formula 1 fa un testacoda. Se ne frega e riparte» (Lonini) • «Era un uomo concreto: valutava le vie […] con il numero di metri scalati o con il numero di chiodi piazzati, non con la bellezza del paesaggio o con i sentimenti che provava» (Douglas) • «Maestri non è un misantropo. Non va in montagna da solo perché odia il prossimo, non sa cosa siano malinconia e tristezza. È sempre allegro e quando arrampica in solitudine canta come un uccello, felice di essere al mondo. Si addolora soltanto quando i clienti lo evitano come guida, pensando che disdegni il terzo grado, le salite facili, che non gradisca la compagnia. Mentre non è così. Maestri affronta il sesto grado da solo per intima soddisfazione» (Cam) • «L’alpinismo mi ha insegnato a vivere» (a Visetti) • Quando ha 25 anni tenta l’esame da maestro di sci ma si presenta impreparato e lo bocciano. Per rifarsi dal disappunto scala da solo la vetta del Cervino • «Alpinista che sembrava irridere la paura, guascone, sperimentatore e anche provocatore […] Era capace di scendere in libera, e ovviamente in solitario, dopo aver addirittura gettato la corda precludendosi così ogni via di fuga, una delle vie più ardite dell’epoca (quella delle Guide al Crozzon di Brenta, 1956, e allora di freeclimbing neppure si favoleggiava), o di concatenare, sempre in solitario, sedici cime del Brenta in meno di 24 ore (1954), a dimostrazione di una velocità in anticipo sui tempi» (Sandro Filippi, La Gazzetta dello Sport, 23/11/2005) • È così bravo che le Alpi iniziano a stargli strette • Nel 1958 va in Sudamerica, in Patagonia. Vuole conquistare il Cerro Torre, una montagna alta 3128 metri ancora mai scalata da nessuno • «Una montagna da assediare, in attesa dei pochi varchi di bel tempo fra le settimane di vento ghiacciato e tempeste: pochi chili in meno da portarsi dietro fanno un’enorme differenza. E, in più, oggi ci sono informazioni precise sulle condizioni atmosferiche che [...] non ci si poteva neppure sognare. Bisognava andare allo sbaraglio. Questa era una specialità di Cesare Maestri» (Filippi) • «Non esistono montagne impossibili, solo scalatori incapaci di scalarle» • Per problemi con gli sponsor deve rinunciare, ma Cesare ritorna l’anno dopo, nel 1959. E stavolta è determinatissimo.
Grido di pietra Il 28 gennaio, Cesare sale verso la cima con l’amico Toni Egger. Cesarino Fava, il terzo della spedizione, li aspetta poco più a valle, ma dopo sei giorni non sono ancora tornati. «Mentre dava un’ultima occhiata al Cerro prima di tornare verso il campo base, notò qualcosa di nero nella neve sotto il lato est della montagna […] era Maestri, più morto che vivo, con la faccia e la barba incrostate con il ghiaccio. “Solo tre parole uscivano dai suoi denti: ‘Toni, Toni, Toni’”» (Douglas) • La storia che racconta è incredibile: lui e Egger hanno conquistato la vetta grazie a una parete ghiacciata, ma al ritorno una valanga ha travolto e ucciso Toni • «Perso il sacco a pelo, persa la tenda, Maestri era rimasto al freddo tutta la notte e poi era disceso da solo» (Douglas) • Cesare è accolto come un eroe: «È la più grande impresa di montagna di tutti i tempi» (l’alpinista Lionel Terray). Gli danno una medaglia, si trasferisce con la moglie a Madonna di Campiglio, firma contratti per scrivere libri • Poi, nel 1968, una spedizione inglese fallisce un’ascesa al Cerro e si comincia a dire che Cesare ha mentito. «Misero in dubbio il fatto che Maestri avesse potuto veramente scalare la montagna, specie in sei giorni. L’equipaggiamento all’epoca era pesantissimo. Nessuno avrebbe potuto muoversi così in fretta» (Douglas) • Il guaio è che della conquista non ci sono prove: la macchina fotografica è andata dispersa nella valanga che ha ucciso Egger. «“Deve valere la parola. Quella di un alpinista, da una certa quota in su, è sempre stata sacra. Non esisteva la tecnologia contemporanea. L’alpinismo si è scritto fidandosi della parola, non delle immagini. Se questa non vale più, va cancellata la storia delle imprese. Io ho dato la mia parola su una montagna che si trovava in un altro clima e in condizioni diverse. […] Il problema poi è che il punto non è questo”. Qual è? “Il punto, nella vita, non è se sei arrivato un metro sopra, o se ti sei fermato un metro sotto. Il punto è se sei riuscito a essere un uomo, oppure no”» (Visetti) • La polemica infuria e Cesare decide di tornare lì in Patagonia. «Era stupido odiare una montagna, allora odiai me stesso, il mio egoismo». Scala di nuovo il Cerro. «Forando il bel granito del Torre, piantò 400 chiodi, ma non superò il fungo di ghiaccio terminale, che secondo lui non avrebbe fatto veramente parte della montagna. In discesa, con un gesto che gli avrebbe attirato molte critiche, ruppe alcuni chiodi e lasciò il compressore appeso sotto la vetta della montagna» (Franco Brevini, Corriere della Sera, 29/01/2012) • Lo sberleffo, invece di placare le polemiche, le fomenta ancor di più • «È stato come salire in funivia» (il regista Leo Dickinson, citato in Douglas) • «Se vuoi dimostrare di essere già salito in precedenza scegli la stessa strada e lo stesso metodo oppure uno simile, e non un altro metodo» (Messner).
Maledetto Dopo il 1970, Maestri fa un sacco di cose. Apre un negozio di articoli sportivi, scrive articoli e libri. Continua a scalare fino a tarda età. Ancora nel 2002 «ha organizzato in Tibet una salita al Shisha Pangma (una delle vette superiori agli 8.000 metri della Terra), chiamandola “A 8000 for peace”» (Anpi). Eppure le polemiche sul suo conto tornano, puntuali, ogni volta che si parla del Cerro Torre. Nel 1974, quando i Ragni di Lecco riescono a scalarlo (documentandolo). «La grandezza di un’impresa non è riuscire a farla dopo, ma immaginarla prima» (lui a Visetti) • Nel 1991, Werner Herzog gira il film Grido di pietra sulla vicenda del 1959, quando ritrovano il corpo del povero Toni Egger • «Rivendico il diritto di essere rispettato. Prendo l’occasione per avvisare chi fa queste dichiarazioni ingiuriose e diffamatorie […] offensive della memoria di Toni» (in Douglas) • Quando lo accusano di aver falsificato i diari e i libri, di essersi contraddetto e fanno notare che si trovano resti della sua ascesa solo fino a una certa quota. «Non ho niente da spiegare a nessuno. Possono inventarsi quello che vogliono – chiodi, non chiodi, non me ne importa nulla […] ho raggiunto la cima, hai capito? Mi sono spiegato?» (in Douglas) • Nel 2005, quando l’alpinista Ermanno Salvaterra «che fino ad allora lo aveva difeso, ripercorse la via del 1959, raggiungendo la vetta ma dichiarò di non avere trovato alcuna traccia del presunto passaggio di Maestri e di Egger» (Brevini): «Io sul Torre ho già detto tutto non ho più nulla da aggiungere. Mi sono rotto, dopo cinquant’anni... Se volete parlarne ancora, potete chiamare il mio avvocato”» (Bizzaro) • Ancora. Nel 2007, quando un’assemblea di alpinisti decide di non rimuovere i suoi chiodi del 1970. Nel 2012, quando due canadesi li rimuovono lo stesso: «L’azione di Maestri è stata una totale atrocità. Il suo uso di chiodi e macchinari pesanti è stato un oltraggio, anche per il suo tempo» (Brevini) • «Ladri di “vie”. Ecco che cosa sono, ladri e imbecilli […] Si tocchino le loro di vie! Perché sono americani credono di essere chissà chi. Non sono nessuno, hanno bisogno di distruggere il mio passaggio perché qualcuno si accorga di loro. Ormai si fa così, pur di apparire si fanno cavolate. Facciano quello che vogliono. Chissenefrega. Chi non mi aveva creduto nel 1959 è perché il Cerro Torre manco lo conosceva, come Messner che l’ha visto solo dall’elicottero. Adesso arrivano ‘sti due. A me non interessa più nulla» (a Enrico Martinet, La Stampa 5/2/2012) • E nel 2019, quando Messner gira un film sulle vicende del ’59. «Me lo vedo Messner mentre pronuncia questa arringa, con il suo accento tedesco/italiano, con l’enfasi di un frigorifero alla massima potenza e con una sensibilità ed umanità che rasenta il freddo di un ghiacciolo» (il figlio, Gianluigi Maestri, lettera a L’Adige, 2019) • Ma perché Maestri dovrebbe essersi inventato tutto? «Per glorificare la morte di Egger. La fine di un compagno è sempre una tragedia e lui lo ha voluto ricordare così, raccontando che sono arrivati in cima. E non era cosciente, all’epoca, che il Torre sarebbe diventato una delle montagne più famose del mondo» (la guida alpina Rolo Garibotti citato in Bizzarro) • «Ieri hanno preso un vecchio spericolato arrampicatore, lo hanno appeso alla solita parete e lo hanno menato un’altra volta come un tamburo. Brutto Pinocchio, gli hanno detto, adesso è tutto chiaro, non è vero che quella volta hai vinto la battaglia che avevi detto. Stavi solo bluffando, è da una vita che bluffi. Adesso ti sistemiamo noi» (Maurizio Crippa, Il Foglio 24/02/2015) • «Se avessi la bacchetta magica, quella montagna la farei sparire».
Famiglia Vedovo di Fernanda Dorigatti, morta nel 2016 a 85 anni. «La moglie, l’amante, l’amica, l’esuberante, istrionica, bellissima compagna di una vita» (Trentino, 29/2/2016) • Un figlio, Gianluigi. Una nipote, Carlotta. Due bisnipotine, Amy e Mya: «Tengo botta, anche per loro».
Vecchiaia «Diventar vecchi l’è una gran ciavada» (in Chiara Todesco, La Stampa, 11/5/2015) • «”La mia impresa adesso è vivere con dignità fino alla fine. Sono un vecchio, ma non voglio passare per mona con me stesso e così non mi nascondo. Sì, sto in piedi e cammino solo grazie al girello, la testa vaga a lungo per luoghi ignoti. Dipendo dagli altri. Sono stato forte e ho visto mia moglie Fernanda morire: ho imparato a non avere paura di essere ammalato e di diventare debole. Un uomo alla fine dovrebbe vivere come ha vissuto […] Cosa valuta più significativo? “L’esperienza di un atleta, considerato forte, bello e famoso, che con la vecchiaia ritorna fragile, brutto e anonimo. Un tempo non succedeva, si moriva prima. Adesso invece il problema di come passare la notte che segue il tramonto, si pone per molti”. Come lo affronta? “Con il coraggio. Credo sia l’unico appiglio che non ti tradisce, dall’inizio alla fine. Non avere paura è fondamentale. Se mi rivelassero l’ora in cui morirò chiederei solo mezz’ora in più per salutare come si deve le persone che amo”. L’hanno sempre accusata di spavalderia, gettava nel vuoto la corda prima di scendere da pareti di sesto grado: non crede sia eccessivo esagerare anche con l’ultimo istante? “Mi preparavo e poi avevo fiducia. Non ho mai voluto morire in montagna. Quello è il posto dove ho vissuto. Ricordo banalmente che l’alpinista più completo è quello che invecchia e che muore solo per colpa della vita. Ho avuto un tumore, braccia e gambe faticano a muoversi, la testa se ne va. La mia impresa adesso è fare cinquanta metri in mezz’ora per arrivare al supermercato. Per questo continuo a non avere paura».
Curiosità I suoi fratelli alla fine sono diventati davvero attori (Giancarlo Maestri, tra l’altro, ha doppiato Dennis Hopper in Easy Rider) • «Cavaliere della Repubblica, Socio Onorario del Club Alpino Italiano, medaglia di bronzo al Valor Civile. Dal 1956 a oggi ha pubblicato numerosi libri di successo fra cui: Lo spigolo dell’infinito, Arrampicare è il mio mestiere, 2000 metri della nostra vita (scritto assieme alla moglie Fernanda), E se la vita continua» (Lonini) • Genziana d’Oro alla carriera al Film Festival della Montagna di Trento nel 2019 • «A Reinhold Messner cosa dice? “Non parlo di lui”». (Visetti) • Il compressore che usava lui pesava dieci chili, quelli elettrici di oggi meno di uno • Nel 2017 la Red Bull ha filmato l’alpinista David Lama che scalava il Cerro Torre piazzando le telecamere su un elicottero • «Non ho rimpianti. L’unica cosa della mia vita che non rifarei è quella di andare su quella montagna… Il mio sogno è che il Torre crolli» • «Questo è il congedo di Cesare Maestri. Si alza dalla panchina affacciata sulla piazzetta di Madonna di Campiglio, si aggrappa al suo girello e lentamente se ne va. Le sue mani restano grosse e dure. Sulla roccia le metteva nude. Oggi, sull’acciaio che lo tiene in piedi, le posa dentro i guanti. Quando finirà l’estate, per la prima volta, proverà a stare un periodo in una casa di riposo. Unica condizione: vedere le montagne dalla finestra “perché sono il mio ultimo specchio”. Prima di andare via si gira e molla il girello: resta in equilibrio un momento, si asciuga gli occhi e fa segno di abbracciare l’aria» (Visetti).