Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2019  settembre 20 Venerdì calendario

Finisce la latitanza dell’ultimo elefante di Delhi

Laxmi era destinata a un’oasi faunistica, ma il padrone si è rifiutato di consegnarla facendo perdere le sue tracce nella metropoli. Storia di un ricercato molto ingombrante.
L’hanno trovata nel cuore della notte, nel posto dove nessuno se l’aspettava, dopo mesi di «caccia» vana. Gli investigatori avevano il sospetto che fosse stata portata addirittura in Nepal. Ma la trentacinquenne Laxmi, l’ultima elefantessa di New Delhi, era nascosta a meno di 200 metri da una stazione di polizia. Così vicina da passare inosservata. Gli agenti hanno arrestato il suo padrone, Yusuf Ali, 45 anni. E hanno fatto il bagno a lei, prima di darle una bella colazione a base di erba e canna da zucchero.
Si è conclusa così l’incredibile storia del ricercato forse più imponente della storia dell’India, un pachiderma di quattro tonnellate che per due mesi e mezzo era riuscito (era stato costretto) a sfuggire alle ricerche delle autorità.
Tutto era cominciato nel febbraio di quest’anno, quando l’Alta Corte di Delhi aveva ordinato che gli ultimi sei «elefanti di città» fossero liberati, dietro compensazione, in un’oasi verde nella zona di Haryana. I loro guardiani e proprietari avevano accettato tutti, tutti tranne uno. Ysuf Ali ha fatto appello al tribunale. Ha preso tempo. E a luglio, quando i giudici hanno confermato la sentenza di confisca, le guardie forestali che si recavano a prendere Laxmi sono stati gabbati (e forse malmenati) dalla famiglia del proprietario, dando a quest’ultimo il tempo di dileguarsi a dorso di elefante in una vicina zona boscosa lungo il fiume Yamuna.
Nascondere un animale del genere non è cosa facile, anche in una città meravigliosamente caotica come la capitale indiana. Si può capire una tigre in gabbia, una scimmia. Ma un elefante! Come si fa a far passare inosservato un bestione così. Senza pensare ai rifornimenti: Laxmi aveva bisogno di 500 litri di acqua al giorno, e poi quintali di canna da zucchero, erba, sorgo. Insomma, una latitanza piuttosto impegnativa. Eppure, per oltre due mesi, il mahmout e la sua elefantessa hanno evitato di farsi prendere, tra le cronache divertite dei giornali e l’imbarazzo della polizia. Se non riescono a prendere un elefante, figuriamoci un criminale...
Due squadre di agenti hanno preso parte alla caccia. Finalmente, lo scorso weekend, una soffiata li ha messi sulle tracce giuste. Ma una contro-soffiata ha fatto sfuggire la grande ricercata da sotto il naso dei forestali, che sono arrivati al rifugio vicino alla stazione di polizia ma hanno trovato soltanto la prova fumante e inconfondibile della sua «fresca» presenza: cacche giganti. Ma ormai i fuggitivi erano in difficoltà. Perso il rifugio perfetto, saltata la filiera dei rifornimenti, Laxmi e il suo mahmout sono stati scoperti martedì notte in una zona lungo il fiume Yamuna. Lei era in catene, a lui gliele hanno (idealmente) messe i poliziotti che l’hanno tratto in arresto.
In India vivono circa 2.500 elefanti addomesticati, o in cattività che dir si voglia. La maggior parte al sud, nello Stato del Kerala, dove molti sono adorati e trattati da star. Partecipano alle feste religiose, hanno dei fan club su Facebook e Instagram. La coscienza animalista richiede che essi possano vivere in libertà, ma naturalmente il rapporto tra animali ed esseri umani è una faccenda complicata.
La trentacinquenne Laxmi vivrà d’ora in poi senza catena alla zampa. Per tutta un’estate, ha vissuto da ricercata con il suo padrone, che di certo le vuole bene: un uomo e un’elefantessa di quattro tonnellate nascosti in città, come piccioncini, in barba agli inseguitori.