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 2019  agosto 21 Mercoledì calendario

Biografia di Toni Negri

Toni Negri (Antonio N.), nato a Padova il 1° agosto 1933 (86 anni). Politologo. Attivista. Cofondatore e ideologo di Potere operaio (1967-1973) e di Autonomia operaia (1973-1979). Politico. Ex deputato (Partito radicale; 1983-1987). «Il professore terrorista» (Giorgio Bocca). «Immediatamente sento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna» • «Certamente c’è stato il terrorismo di Stato, ma abbiamo anche noi risposto con violenza. Abbiamo sbagliato a farlo? Non credo. La violenza operaia e militante ha costituito un momento di estrema ricchezza» • «La madre vedova, il fratello più grande che combatte nell’esercito di Salò e muore suicida, il nonno comunista, il padre antifascista» (Carlo Martinelli). «Frequentò il liceo classico Tito Livio, conseguendo la maturità nel 1952. Frequentò l’Azione cattolica, dalla quale si allontanò nel 1955, non condividendo la linea conservatrice del presidente Luigi Gedda. Entrò nel Psi familiarizzando con Guido Bianchini, Bruno Facchinelli, Paolo Ceccarelli, Francesco Tolin, Domenico Ceravolo nella sede di Corte Arco Vallaresso, allora palestra di analisi, discussioni e dibattiti» (Dolores Negrello). «Laureatomi in Filosofia nel ’56, io sono entrato a Filosofia del Diritto nel ’57 prima come assistente volontario e vi sono rimasto fino al ’66, avendo ottenuto la docenza nel ’58/’59. […] Allora la scuola padovana di Filosofia del diritto a Giurisprudenza, contando fra l’altro su una biblioteca eccezionale (che io stesso posso vantarmi di avere curato con dedizione), aveva radici veramente formidabili: con esponenti come Adolfo Ravà, […] poi il cattolico Giuseppe Capograssi e il grande laico Norberto Bobbio». «Alle elezioni amministrative del 6 novembre 1960 fu eletto consigliere del Comune di Padova nelle liste del Psi con altri sette. […] Nel suo primo intervento in Consiglio comunale (11 febbraio 1961), nel corso del dibattito sul programma amministrativo, parlando di politiche giovanili, così apostrofò il settantaquattrenne sindaco democristiano Cesare Crescente: “Questa è una giunta di persone anziane”. Negri, oltre che avversare la politica del centrosinistra già nel luglio del 1963, palesò il suo dissenso con il Psi; con altri militanti diede vita al “Movimento socialista indipendente”, che si presentò con le […] “Cronache operaie” dei “Quaderni Rossi”, il cui primo numero – uscito il 19 luglio 1963 con una tiratura di dodicimila copie – venne inviato a tutte le sezioni socialiste. Il motto di Cronache, “Non c’è potere operaio se non è politicamente organizzato”, prefigurava il futuro impegno. […] Subito dopo, ancora nella sede padovana del Psi, nacque “Potere operaio”. Fu Toni Negri a leggere l’“atto d’invenzione” del movimento rivoluzionario di fronte ad altri cinque soci fondatori. Un inserviente del partito sentì il discorso e li cacciò fuori; si trasferirono allora alla birreria di piazza Insurrezione, di fronte al cinema Quirinetta, e lì fu completato il proclama. La prima esperienza, condotta con Asor Rosa e Tolin, fu Potere operaio di Porto Marghera. C’è chi ricorda che Toni Negri, con altri, spesso partiva da Padova in tuta blu verso le fabbriche di Marghera per partecipare ad uno dei tanti scioperi selvaggi o, come riferiva la moglie a Bocca, per “contatti con degli operai. […] Con Cacciari tenevano delle riunioni serali, […] leggevano un capitolo del Capitale di Marx e gli operai lo traducevano nei loro problemi reali”. Nell’ottobre del 1963 aveva lasciato il Psi, il 30 ottobre si era dimesso anche dal Consiglio comunale, […] e il 5 novembre da quello provinciale. Non aderì al Psiup, dedicandosi alla diffusione delle sue idee. Dopo aver inizialmente collaborato ai Quaderni Rossi di Panzieri, Tronti e Alquati, fallito il tentativo di un coinvolgimento diretto del sindacato, se ne allontanò, e con Tronti e Asor Rosa pubblicò il mensile “Classe operaia” (1964-1966). Dal gruppo veneto-emiliano di Potere operaio nacque (con Scalzone, Piperno e Negri) “La Classe”, che nella seconda metà del 1969 divenne “Potere operaio”, organo dell’omonimo movimento nazionale. […] Negri fu poi l’ideatore e la guida di Autonomia operaia, in cui confluì parte dei militanti di Potere operaio, che concluse la sua esperienza nel 1973 con il convegno di Rosolina» (Negrello). «Nel Sessantotto aveva già trentacinque anni; pochi mesi prima della contestazione, s’era conquistata la cattedra di Dottrina dello Stato proprio nell’austero ateneo patavino. Ci sono […] funzionari della Camera che ricordano il giovane professor Negri, magro fino all’ascetismo, che “tesseva innocenti trame accademiche”, come ha scritto Beniamino Placido, tra corridoi e uffici di Montecitorio. Di una sorta di tacito salvacondotto accademico Negri s’è potuto giovare a lungo. A cominciare dai mesi turbolenti della rivolta studentesca e poi dell’autunno caldo, quando il professore non si risparmiava i volantinaggi all’alba, davanti ai cancelli di Porto Marghera. Era, già allora, il leader più intransigente di quel “Potere operaio” che avrebbe incubato tanta parte della sinistra violenta. Ma il suo rigore rivoluzionario sembrava un’astrattezza intellettuale, più che un progetto politico preciso. L’immagine dell’altro Toni Negri, leader dietro le quinte dell’ala più dura dell’Autonomia, vien fuori dopo la metà degli anni Settanta. Potere operaio ha consumato tutte le sue scissioni: non esiste più un’organizzazione unica, nazionale; sopravvivono tanti nuclei, città per città. E Padova è la capitale di questa nuova autonomia, che per la prima volta teorizza l’uso sistematico della violenza per costruire un “contropotere” nel vivo della società. Una strategia che contrappone gli autonomi alle Brigate rosse e agli altri gruppi più o meno clandestini: gli autonomi operano alla luce del sole, intervengono e intimidiscono, si muovo appunto con la logica e gli obiettivi di un vero gruppo di “contropotere”. […] Fra tutti i leader dell’Autonomia, […] era quello che si metteva meno in mostra. Non amava concedere interviste, come Oreste Scalzone, il leader degli autonomi milanesi. Non era un gran tribuno d’assemblea, come Franco Piperno, il capo degli autonomi romani. Non s’era fatto coinvolgere nell’ambigua pubblicità delle cronache sessantottesche, com’era capitato a Emilio Vesce, che fu direttore (arrestato) di Potere operaio e […] si occupava di Radio Sherwood, l’emittente degli autonomi padovani. Eppure, fra tutti i leader dell’Autonomia, Toni Negri veniva considerato il personaggio più emblematico, l’ideologo santone, capace di scrivere le parole più aspre col tono apparentemente più distaccato. Un professore di vecchio stampo. […] Toni Negri non compare sul proscenio. Scrive, studia, conduce una tranquilla vita familiare, si trasferisce in una casa nel centro di Milano. Fino a quando non viene coinvolto nelle indagini sui fattacci di Bologna (marzo 1977) [gli scontri tra studenti di estrema sinistra e forze dell’ordine avvenuti a Bologna l’11 marzo 1977, durante i quali era rimasto ucciso un giovane militante di Lotta continua – ndr]. Nell’inchiesta, per la verità, compare di striscio: gli mandano una comunicazione giudiziaria perché nel suo appartamento milanese è stato trovato un geometra con le tasche piene di carte d’identità. Il personaggio Toni Negri acquista una dimensione diversa. Tanto più che, proprio in quelle settimane, l’editore Feltrinelli pubblica un suo libro ponderoso, La forma Stato: una raccolta di saggi scritti con l’abituale raffinatezza accademica, ma acuminati più di una lancia. È lì, in quelle pagine, che si ritrova una frase sul passaggio dalle “armi della critica” alla “critica delle armi”, che verrà impugnata dai pitrentottisti nei mesi successivi. Ed è in quel periodo che Toni Negri comincia a vivere la condizione del “ricercato”. Formalmente non deve rispondere di nulla, a parte la comunicazione giudiziaria. Ma i suoi amici lo descrivono preoccupato, e ormai deciso a trasferirsi a Parigi. È la stagione di “Bifo”, del convegno bolognese dell’ultrasinistra (settembre ’77), degli intellettuali francesi che denunciano la “repressione italiana”. Negri è uno degli ambasciatori di questa sinistra, che arriva a sperimentare – pur continuando a rifiutare una piatta identificazione coi gruppi del partito armato – le teorie più estremizzanti. Giusto all’inizio del ’78, in questo clima, esce un altro volumetto, Il dominio e il sabotaggio, in cui si afferma: “Il sabotaggio insegue quest’irrazionalità del capitale imponendole ritmi e forme dell’ulteriore disorganizzazione”. È la nuova parola d’ordine del “rifiuto del lavoro”: “Nostro compito – scrive ancora Negri – è la restaurazione teorica del rifiuto del lavoro nel programma, nella tattica, nella strategia dei comunisti”. Non sono soltanto enunciazioni astratte. A quelle teorie si ricollegano decine di gruppi che, in forme più o meno spontaneistiche, si formano tra Milano e Padova, Bologna e Roma: applicano una sorta di piccola guerriglia diffusa, e spesso finiscono col diventare il retroterra fisiologico dell’avanguardia del partito armato. In questo processo come e fino a che punto è coinvolto Toni Negri? A sentire le mille voci dell’Autonomia, è solo il teorico che scrive. Ma che rapporto c’è fra teoria e prassi, in questi gruppi che sostengono e attuano una guerriglia diffusa?» (Walter Tobagi). «Ad Angelo Ventura, storico, hanno sparato per strada; lui che se l’aspettava, da mesi, ha risposto al fuoco. Aveva scritto che non c’era nulla di oscuro in quel che avveniva a Padova: sui giornali dell’Autonomia, da Potere operaio in poi, l’insurrezione era annunciata e teorizzata. L’inno di Potop, su musica sovietica, diceva: “Via dalle linee, prendiamo il fucile… Non più parole, ma pioggia di piombo”. […] Negri, racconta Ventura, era un “uomo di notevoli qualità intellettuali. Insegnava Dottrina dello Stato a Scienze politiche. Allora il potere universitario era da veri baroni. Lui aveva trasformato il suo istituto in una roccaforte di Potere operaio: era un centro di aggregazione e formazione dei quadri. Vi si entrava solo per selezione politica. Anche gli studenti venivano reclutati. Allora pubblicò le Trentatré lezioni su Lenin, che si concludevano con l’appello alla lotta armata”. […] Ricorda Ventura: “Ci fu addirittura una conferenza stampa di Negri, Piperno e Scalzone che si concluse con l’annuncio della lotta armata. I giornalisti prendevano appunti, i giornali pubblicavano e nessuno faceva niente”» (Cesare Martinetti). «Per entrare in Potop – scriveva ancora nel 1998 Toni Negri – occorreva passare degli esami, informali ma non meno rigidi, e la materia non era dogmatica, ma di metodo. V’era una soglia comune che doveva esser raggiunta, molto alta dal punto di vista della teoria e della militanza. Poi, una volta entrato, ognuno faceva quel che voleva in maniera assai gioiosa. Una specie di massoneria mozartiana, questo era Potop»» (Filippo Ceccarelli). «La vicenda giudiziaria […] comincia nell’aprile del 1979, quando, nel clima infuocato del terrorismo, il giudice di Padova Guido Calogero, ordinò l’arresto di molti intellettuali di Autonomia organizzata. Il magistrato riteneva che al centro dell’attacco terroristico contro i poteri dello Stato vi fosse Toni Negri e altri suoi amici, aggregatisi dopo lo scioglimento di Potere operaio in un’unica organizzazione denominata Autonomia. L’inchiesta di Calogero […] fu trasferita a Roma per competenza territoriale. Negri fu anche accusato, dai giudici romani, di aver partecipato al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro. A lui fu attribuita la famosa telefonata nella quale si annunciava che la sentenza a carico del leader democristiano sarebbe stata, presto, eseguita. Questa accusa è completamente naufragata dopo le rivelazioni dei pentiti, infatti era stato Morucci a fare quella telefonata da una cabina della stazione Termini. Il teorema Calogero è stato completamente ridimensionato durante i due processi, e molte accuse sono naufragate. Il 7 aprile è risultata una banda armata ma con obiettivi di profilo più basso della rivoluzione e della guerra civile, indicati dal giudice padovano. Al processo di primo grado, Toni Negri fu condannato a 30 anni di reclusione. In appello, caduta con formula piena l’accusa di insurrezione armata, caduta l’accusa del sequestro Saronio, gli sono rimasti i reati di banda armata, associazione sovversiva, la partecipazione, sotto il profilo del concorso morale, alla rapina di Argelato che costò la vita al brigadiere dei carabinieri Andrea Lombardini; la pena fu ridotta a 12 anni di reclusione. Per Oreste Scalzone, condannato in primo grado a 20 anni di reclusione, la pena venne ridotta a 8 anni. Gran parte degli imputati ottennero in appello il riconoscimento dei benefici stabiliti dalla legge sui dissociati dal terrorismo, mentre alcuni di loro, come ad esempio Emilio Vesce già condannato a 14 anni, ottennero l’assoluzione per insufficienza di prove. […] La Prima sezione penale della Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, al termine di una camera di consiglio durata otto ore, ha confermato la sentenza» (Franco Scottoni). «Negri uscirà dal carcere nel 1983, grazie all’elezione in Parlamento con il Partito radicale. […] L’operazione viene preparata con cura e riesce: i radicali ottengono 800 mila voti, e Negri viene eletto. La Dc chiederà al presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro, di non farlo entrare, inutilmente. Si apre subito la partita dell’autorizzazione a procedere, che alla fine viene concessa, anche se la richiesta di sospensiva spacca la sinistra e non passa proprio a causa dei 10 voti del Partito radicale. E a un Pannella “guru traditore” Negri riserverà ben altri trattamenti più tardi, fino ad apprezzare lo sputo in faccia a Pannella da parte del Pci Giancarlo Pajetta: “Ha fatto bene”. Paradossi di una vicenda complicata che si conclude […] con la fuga in Francia, “l’evasione” su una barca dal porto di Punta Ala fino in Corsica. Per questo Negri dovrà affrontare la delusione di molta sinistra, fino a essere considerato un traditore da molti dei suoi ex compagni. In Francia, però, riesce a reinventarsi una vita di studi e di nuova elaborazione politica, “un aggiornamento dell’operaismo” con i seminari al Collège International de Philosophie e la fondazione della rivista “Futur antérieur”» (Salvatore Cannavò). «Il professore sostiene di essere fuggito per salvaguardia personale: lui stesso stava per diventare vittima delle Br dopo che se ne era dissociato, quando “dichiarai che la guerra era finita”» (Mirella Serri). «Sconfitto eppure mai pentito, era tornato spontaneamente in Italia il 2 luglio del ’97 facendosi arrestare a Fiumicino, come l’ultimo giapponese. […] "Per un intellettuale – chiosò in quella occasione – fare autocritica è difficile, significa ammettere l’errore delle idee". Un anno dopo, […] aveva ottenuto il permesso di lavorare all’esterno» (Silvana Mazzocchi). Uscito dal carcere già nel 1999 grazie ai benefici di legge, «Toni Negri è libero dal 2003, […] ma non gli è permesso di prendere parte alle elezioni né di insegnare. A parte gli inviti a convegni e incontri pubblici, in cui raramente manca di generare polemiche» (Paolo Bracalini). Tuttora venerato maestro a Parigi, continua a pubblicare, oltre a una quantità di testi autobiografici, saggi di teoria e analisi politica (spesso scritti a quattro mani con il collega statunitense Michael Hardt) molto controversi: idolatrati da certa stampa soprattutto transalpina (il Nouvel Observateur giunse ad annoverarlo tra i maggiori pensatori del secolo), sono invece fortemente ridimensionati da altri commentatori, anzitutto in patria. «Per la cultura e l’intellighentia francese, il ruolo di Toni Negri negli anni di piombo, la sua lettura del terrorismo italiano e della reazione “terroristica” dello Stato sono dettagli del passato rispetto alla vasta opera di saggi critici che spaziano da Spinoza a Hegel, da Kant a Cartesio e che proiettano il pensiero di Toni Negri nella problematica dell’agire politico al tempo della mondializzazione. La consacrazione intellettuale non è peraltro un’esclusiva francese: segue il successo internazionale di Impero, il libro scritto con Michael Hardt che, secondo il settimanale americano Time, collocò il pensiero di Negri fra i maggiori innovatori dell’anno 2001» (Massimo Nava). «La trilogia composta dalle opere Impero, Moltitudine e Comune non si distingue molto da quella prolifica vena di saggistica anti-capitalista, anti-globalizzazione e antiamericana che ha conosciuto un boom almeno dai tempi della rivolta di Seattle contro l’Organizzazione del commercio mondiale, nel 1999. Risale a quelle giornate di guerriglia urbana la rinascita di un movimento di contestazione radicale, che si voleva erede del Maggio Sessantotto, delle lotte operaie e studentesche degli anni Settanta. In qualsiasi libreria italiana o francese, tedesca o spagnola, la trilogia di Negri-Hardt si perde in mezzo a una montagna di opere simili, e similmente ripetitive» (Federico Rampini). «Se il pensiero di Negri interessa poco, interessa invece quando è ridotto da lui stesso e da altri a quelle quattro o cinque formule, più terminologie che teorie, che ben rimescolate aiutano il pensatore a girare per il mondo. […] “Un marxismo poco ortodosso, che colloca ‘Marx oltre Marx’, insegna che la storia e il pensiero stanno nel movimento. Al militante spetta reinventare l’azione politica”. Frasi spavalde con un vago sentore di muffa. Leggere i libri di Negri e del suo Venerdì Michael Hardt vuol dire ricavare sempre questo e non più di questo. Il vecchio Hobsbawm definì la scrittura di Negri “una specie di stenografia concettuale”. Il tragitto da teoria a prassi viene compiuto a passo di corsa. Non ci sono più classi sociali, ma una potente (potenziale?) Moltitudine che diventa Comune (comunità? comunismo?) per forza di soggettivo Desiderio… I cultori di Negri […] hanno molta paglia da ruminare, in attesa dell’apocalisse e del prossimo scontro con la polizia» (Alfonso Berardinelli) • «Eletto deputato radicale nel 1983, dall’età di 60 anni, cioè dal 1993, ha ricevuto un vitalizio di 3.108 euro mensili, cinque volte la pensione d’un operaio medio, per aver frequentato la Camera per due mesi (e nove sedute in tutto) per poi fuggire in Francia. […] Però Toni Negri […] è uno dei sei ex parlamentari a cui l’Ufficio di presidenza della Camera […] ha revocato il privilegio, avendo subìto una condanna definitiva superiore ai due anni. Niente più vitalizio: dopo averlo incassato per 23 anni, però» (Bracalini) • Tre figli: un maschio e una femmina (Anna, regista) dal matrimonio con Paola Meo; un’altra femmina dalla successiva relazione con Donatella Ratti. Da tempo è sentimentalmente legato all’accademica francese Judith Revel • Fervente milanista. «Ho partecipato alla creazione delle Brigate rossonere, che non hanno nulla a che vedere con le Brigate rosse: fu prima, negli anni Sessanta» • «Poco credibile espressione fra sorriso e pianto, che neppure Johann Kaspar Lavater, il mistico inventore della fisiognomica, riuscirebbe a decifrare agevolmente. Se posso permettermi, direi che è l’espressione di un sadico mentale nell’atto di sodomizzare concettualmente il mondo. Solo Bin Laden aveva una faccia simile, ma intenzioni più precise» (Berardinelli) • Nell’ottobre 2016 esultò per l’assegnazione a Bob Dylan del premio Nobel per la letteratura, definendola «un colpo politico molto bello, da leggersi anche contro Trump. […] Direi che questa scelta corrisponde un po’ alla stanchezza del neoliberismo» (ad Angela Mauro). «Tutta colpa del neoliberismo. Al banchetto delle banalità approntato per il Nobel assegnato a Bob Dylan si sono accomodati in molti. Hanno parlato di letteratura. E di politica. Pochi di cultura pop. Si sa come vanno queste cose: chi non risica, rosica. Anche Toni Negri si è compiaciuto. […] Dylan non si è mai impancato a menestrello di una qualche rivoluzione. Ha cantato l’infelicità, la desolazione e la malinconia, ma le risposte le ha chieste al vento. Al “cattivo maestro” non è mai venuto in mente che il ’68 non è stato un momento aurorale, ma la pietra tombale che l’ideologia ha messo sui Fabulous Sixties?» (Aldo Grasso) • Grande apprezzamento espresse nel 2005 per le rivolte violente nelle banlieue parigine. «Si bruciano macchine di gente inerme, e si picchiano persino handicappati. Non proprio il nostro immaginario di lotta sociale, no? “Dinanzi a queste spinte epocali, cosa sono un pugno di macchine bruciate? E poi, hanno bruciato le macchine perché la gente non è scesa in strada a difenderle. Mi creda: la gente, in quei quartieri, non è così contraria a quei ragazzi”. Molti sono intimiditi. Un pensionato di 61 anni è stato ucciso proprio perché difendeva quelle macchine. Parlare di “insorti” non significa dar loro una legittimità che non hanno? “Non sono cinico. Né machiavellico. Ho per chiunque viene ucciso tutta la compassione umana e il dolore. Ma non mi turberei davanti al fatto che in un incendio di queste proporzioni ci sono solo due morti”. […] Negri, lei crede ancora nell’uso della violenza politica come soluzione ai problemi della crisi postindustriale nelle società occidentali? “Con Michael (Hardt, ndr) abbiamo cercato di immaginare un esodo da questa società in crisi. Nell’esodo, come Mosè aveva Aronne, bisogna avere delle retroguardie, che usino anche le armi, ma per difendersi. La resistenza è questo, perché la realtà è fatta così, il mondo è fatto così; e la Moltitudine opera in questo mondo”» (Jacopo Iacoboni) • Non minore l’entusiasmo per le gesta del movimento francese dei «gilet gialli»: «Questo movimento mi ha riempito di speranza, perché mette in atto una forma di democrazia diretta. Sono convinto da cinquant’anni che la democrazia parlamentare sia destinata al fallimento. […] I gilets jaunes hanno fatto apparire una domanda reale di partecipazione da parte degli individui. Con i mezzi tecnici di cui noi oggi disponiamo, possiamo costruire una democrazia radicalmente differente. […] I gilets jaunes devono restare su questo terreno di lotta, piuttosto che diventare un partito politico, essere inghiottiti dal sistema e trovarsi nell’incapacità di agire nella digestione che il potere farebbe di loro. Spero che rimangano un contro-potere. I gilets jaunes non vogliono leader. Se il sistema parlamentare è in crisi, la crisi sarà superata con nuove forme di organizzazione. Non abbiamo bisogno di un Cohn-Bendit. L’ideale sarebbe di arrivare a una democrazia diretta nella quale non ci sarebbero intermediari. Gli intermediari impediscono la trasparenza» (ad Amélie Poinssot) • Assai scarsa, invece, la simpatia per il Movimento 5 stelle. «All’origine, nei Cinque stelle si trovavano delle persone provenienti dai movimenti autonomi, dalle lotte per i beni comuni, ma anche, più tardi, dei critici della riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi. Era contrassegnato a sinistra. […] In seguito, con la loro abilità, il comico Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno cominciato a fare un lavoro elettorale su queste mobilitazioni. Il potere si è progressivamente spostato verso coloro che padroneggiavano le tecniche politiche. Dal momento in cui ha tentato di governare, sotto la direzione di Luigi Di Maio, il movimento Cinque stelle è stato completamente fuorviato. […] Ciò che il Movimento Cinque stelle fa al governo è rivoltante. Il reddito di cittadinanza universale che aveva promesso […] durante la campagna elettorale è diventato una legge sulla povertà: il reddito è attribuito solo a una parte dei disoccupati ed è soggetto a obblighi disciplinari. Così, alla terza offerta di impiego, il beneficiario è obbligato di accettarlo, quale che sia la distanza alla quale esso si trovi dal suo domicilio. I Cinque stelle sono stati sopraffatti dall’avidità, dalla bramosia del potere. Si sono alleati con dei veri fascisti (la Lega), che sono, allo stesso tempo, dei profondi neoliberali. Il fascismo è il volto politico del neoliberalismo in crisi» • Nel gennaio 2018, intervistato per Vanity Fair poco prima delle elezioni politiche italiane, dichiarò: «“Mi auspico [sic] che Bruxelles prenda le redini dell’Italia dopo il 4 marzo. Non lo desidero: per me la burocrazia europea è il grande nemico. Però è meglio avere qualcosa che il nulla più completo. Angela Merkel, fatti avanti…”. […] Lei chi voterebbe? “Nessuno, mi fa schifo votare questo sistema di partiti. Spero che un Gentiloni o un Padoan di turno prendano in mano il governo. Altrimenti salta anche l’euro italiano”» (Francesco Oggiano). «Tanta passione per la stabilità, e in particolare quella della moneta, commuove in un uomo che, calandosi il passamontagna, sosteneva di “sentire il calore della comunità operaia”. D’altra parte, va detto, i nemici ideologici di Negri sono da tempo “la proprietà e il confine”, nel senso dello Stato nazione: posizione legittima, per carità, anche se c’è il rischio, diciamo così, che, preparando – ormai sempre più a chiacchiere – la rivoluzione mondiale, si finisca per fare intanto da stampella al governo mondiale. Ogni eroe, d’altronde, ha bisogno d’un antagonista per (r)esistere come personaggio, soprattutto se, dannunzianamente, confonde la vita con l’arte» (Marco Palombi) • In più occasioni ha espresso solidarietà a Berlusconi per le sue traversie giudiziarie: «Pur essendo Berlusconi un mio avversario politico, io sono solidale con lui e con chiunque venga condannato ad anni di carcere da una magistratura come quella italiana, che si è di volta in volta alleata con la destra e con la sinistra. Le operazioni giudiziarie, condotte contro di me e contro l’Autonomia negli anni Settanta con la complicità della sinistra, sono state una premessa alle successive cospirazioni giudiziarie contro i socialisti ieri e contro i berlusconiani oggi» • «Pensatore della “moltitudine” bizzarramente equiparato nientemeno che ad Aristotele, Machiavelli e Antonio Gramsci» (Pierluigi Battista). «Apostolo di idee sbagliate. […] Non so se predicare certe teorie, ritenute dalla maggioranza pericolose, o addirittura criminali, sia o meno un reato: ma sono sicuro che Herr Rosenberg e il dottor Goebbels hanno avuto una certa influenza nella eliminazione degli ebrei. Certo il ministro della Propaganda, e il presunto filosofo razzista, non accudivano ai forni di Buchenwald, ma i baldi e biondi giovani delle S.S. avevano interpretato realisticamente le loro lezioni» (Enzo Biagi). «Forse i veri comunisti dovrebbero querelarlo, per appropriazione indebita. Ci troviamo di fronte, infatti, non a un comunista, bensì a un piccolo borghese anarcoide: esponente di quel “ribellismo estremizzante” che l’antropologo Carlo Tullio-Altan ha eretto a “sottofondo” latente della nostra storia. A seconda dei frangenti, questa corrente carsica ha assunto coloriture ora di destra ora di sinistra, finendo sempre, paradossalmente, per puntellare l’ordine costituito. […] Inoltre, il vittimismo civettuolo di Toni Negri suona parecchio irritante. È vero: il “teorema Calogero” – secondo cui l’Autonomia operaia di Negri sarebbe stata il “cervello” di un progetto d’insurrezione armata, condiviso con le Br – non ha avuto piena accoglienza in sede processuale. Però non va dimenticato che lo stesso Negri, con tre distinte sentenze, è stato condannato in via definitiva a una pena complessiva superiore ai 16 anni di reclusione, per reati sia di natura associativa sia specifica. […] Ridimensionata sul piano giudiziario, la pista investigativa del magistrato padovano Pietro Calogero ha in ogni caso depositato fecondi semi storiografici, come testimoniano alcune ricerche di Alessandro Naccarato e Carlo Fumian. Gli storici, infatti, a differenza dei giudici, non accertano solo le responsabilità penali, ma anche quelle morali e culturali, decisive per illuminare il contesto» (Raffaele Liucci) • «Lei leader di Autonomia operaia. La differenza rispetto alle Br? “Le Br avevano una concezione leninista del potere e una nozione di classe di stampo vecchio-operaista. Autonomia operaia era invece aperta alle nuove soggettività, il suo era un respiro federalista”. Autonomia Operaia e le Br, entrambe “offensive”. “L’assassinio politico delle Br, organizzate militarmente, è assassinio delle lotte. Ecco perché lo contrasto”. La violenza contrassegnò anche Autonomia operaia, no? “Autonomia operaia – di sicuro non un’avanguardia di anime belle – non contemplava l’omicidio. La sua violenza, in risposta alla violenza padronale, la violenza che non è legale, ma legittima, andò dalle occupazioni di case agli espropri”. Le è capitato di distinguere fra estremismo e terrorismo su Le Monde, annoverando le Br nell’estremismo… “A definire il terrorismo sono le bombe. Dagli anarchici dell’Ottocento alle stragi di Stato”» (Bruno Quaranta) • «Il Parlamento è l’unica banda clandestina nella quale sia mai entrato» • «Prendere il potere non è rivoluzionario. Ciò che è rivoluzionario è essere capaci di distruggere il potere, o, al limite, di riformarlo». «Oggi il nostro problema è ricominciare a identificare una classe sociale di sfruttati, ma è evidente che la ricostruzione di un movimento passerà necessariamente attraverso fasi di lotta dura». «Un movimento va oltre la legge: ne costruisce di nuove. È sempre una ricerca di espansione del legale, del diritto». «Considero il capitalismo una malattia della civiltà. Le lotte operaie sono il meglio dell’umanità, tra valori, bisogni, speranze. Il comunismo e il ’900, due pagine in assoluto: la rivoluzione sovietica e la battaglia di Stalingrado, che arginò il nazifascismo. […] Sono certo che la più grande crisi scoppierà nel Paese per eccellenza del capitalismo, gli Stati Uniti. E tutto potrà essere» • «Il fatto che un tale pensatore sia “internazionalmente riconosciuto come uno degli intellettuali contemporanei più influenti” è una cosa che fa pensare. Anzi, è la sola cosa di lui che faccia pensare qualcosa» (Berardinelli) • «Ah, quel maledetto Toni Negri, quel maledetto aizzatore dei sentimenti dei giovani. […] Per un Paese non c’è nulla di peggio che i cattivi maestri. Come punirli? Bisognerebbe impiccarli. Ripeto, impiccarli» (Indro Montanelli).