1 agosto 2019
La storia dei servizi segreti italiani
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QQSIEMENS
Notizie tratte da Andrea Vento In silenzio gioite e soffrite. Storia dei servizi segreti italiani dal Risorgimento alla Guerra fredda, Il Saggiatore, Milano 2011
• La Seconda guerra d’indipendenza è caratterizzata dal debutto sulla scena dell’Ufficio Informazioni e Operazioni militari [27]
• Giuseppe Govone (1825-1872), padre dei servizi segreti italiani [27]
• Il luogo di grande piazza dello spionaggio rappresentato dalla Svizzera [35]
Alla vigilia della Terza Guerra d’Indipendenza: «Assai gustosa e al contempo preoccupante è infine un’ultima rubrichetta proveniente dalle tasche di Edoardo Driquet (1824-1916) ovvero l’elenco dei sospetti emissari austriaci: una lista di monsignori “austriacantie reazionari”, commercianti israeliti,“dame di bell’asèetto”, “pessimi soggetti” di varia natura, rivoluzionari mazziniani e garibaldini doppiogiochisti e così via» [35].
vedi anche https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dei_servizi_segreti_italiani
vedi anche https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/storia-dintelligence/carte-segrete-dellintelligence-italiana-1861-1918.html
• L’Evidenzbureau, il servizio segreto austriaco
• «Volendo disordinatamente enumerare un breve catalogo delle principali scoperte e invenzioni di questo periodo si deve ricordare la realizzazione di nuovi crogiuoli per l’acciaio da parte della Krupp Gusstahlfabrik di Essen in Germania e della Vickers, Sons & company, a Sheffield nel Regno Unito, così come dei convertitori Bessemer, sempre a Sheffield con significativa applicazione nell’industria dei cannoni sin dagli anni Sessanta; la Krupp negli anni Settanta (dellOttocento) inizia a rifornire gli eserciti di tutta Europa con i propri innovativi obici a retrocarica; nel 1892 Rudolf Diesel brevetta il suo motore e successivamente conclude accordi con la Krupp per la messa in produzione: se ne farà ampio usio nei trasporti terrestri e marittimi. La Vickers è anche specializzata nella costruzione di propellenti marini dal 1872 e di corazzature in acciaio dal 1882; nel 1897 si fonde con la Maxim, produttrice già dal 1895 delle prime mitragliatrici; nel 1901 Vickers, Sons & Maxim varano l’Holland, primo sommergibile della Royal Navy che batte di qualche anno la concorrente Krupp, la quale avrà però la meglio nella produzione su vasta scala. In materia di acciai speciali, il primato va invece alla tedesca Siemens & Halske con la tecnologia Martin, affinata nel 1876; per quanto riguarda invece l’acciaio basico è l’inglese Sidney Gilchrist a imporsi nel 1879. Questi ritrovati vengono applicati prodigiosamente alle produzioni cantieristiche find agli anni Ottanta.
Non vi è solo l’acciaio a dominare la scena: il processo elettrolitico di Hall-Héroult dal 1886 permette di ricavare l’alluminio dalla bauxite, un sostituto industriale leggero dalle molteplici applicazioni militari. La produzione industriale di alluminio inizia nel 1888 a Pittsburgh, negli Stati Uniti, embrione della poderosa Alcoa degli anni a venire; nel 1859 viene introdotta la macchina semiautomatica pe rla fabbricazione delle bottiglie, mentre dagli anni Sessanta si sviluppano macchine per la creazione automatica di tubi nel settore della gomma; nel 1890 viene invece realizzato il primo forno rotante pe rla manifattura del cemento.
Anche la chimica dà i propri frutti: il metodo Solvay per la fabbricazione del carbonato di sodio è del 1863; la definizione della molecola del benzene del 1865; negli anni Cinquanta vi è lo sviluppo degli esplosivi al fulmicotone e alla nitrocellulosa; in particolare nel 1863 il tedesco Joseph Wilbrand prepara per la prima volta il Tnt, mentre nel 1867 Alfred Nobel inventa la dinamite; negli anni settanta e ottanta vengono sviluppate vernici e solventi nonché lastre e pellicole fotografiche.
Nel 1874 inizia l’applicazione dei grandi motori a espansione multipla nei trasporti marittimi, mentre dal 1884 vengono utilizzate le turbine a vapore di Charles Parsons; nel trasporto marittimo inizia a esservi bisogno di nafta e ne consegue lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio della Pennsylvania (1855), di Baku in Azerbaigian (1870), del Borneo (1898) e del Texas (1901); l’irrompere dell’elettricità, l’invenzione dell’accumulatore (1850), la realizzazione della prima centrale elettrica (1881), l’utilizzo dell’elettrotrazione e dell’elettrometallurgia (1878) sono un’altra grande novità; per quanto concerne le telecomunicazioni si assiste dagli anni Cinquanta allo sviluppo del telgrafo (già esistente quello di Morse dal 1838, messo in produzione in grande scala dalla Siemens nel 1847), del telefono (dal 1876 a opera di Bell), e della radio (dal 1896 grazie all’invenzione dell’italiano Guglielmo Marconi). Alla fine del secolo inizia anche la posa dei cavi telegrafici sottomarini. Il campo minerario non cede, da parte sua, terreno; si assiste ai ritrovamenti auriferi in Californi (1848), a Witwatersrand in Sudafrica (1887), Victoria (1887) e Klondike (1896); ma non è solamente l’oro a luccicare. Il rame torna a essere prezioso con il telegrafo e i grandi giacimenti del Cile e del Perù sostentano questa nuova necessità. Persino il guano peruviano domina la scena per cinquant’anni quale concime organico nelle produzioni agricole di tutto il mondo, e anch’esso riesce a scatenare guerre. Triste osservare che l’Italia è praticamente fuori da questa corsa tecnologico-industriale [...] Nello stesso periodo si stabilisce una nuova topografia, fatta di mezzi di locomozione, treni e piroscafi in primis, e di luoghi lussuosi quali i caffè, i grand hotel, casinò, bagni termali che sembrano fatti apposta per giocare allos cambio di informazioni. E l’Italia non è da meno a giudicare dal pullulare di spie. San Remo è un luogo di particolare interesse perché vi è un viavai di grandi personalità, a cominciare dalla sfortunata imperatrice Elisabetta d’Austria (Sissi) che scelse la località ligure per svernare già dal 1870. Lo stesso riguarda la zarina di Russia Marija Aleksandrovna (su cui vedi anche http://www.sanremonews.it/2017/04/27/leggi-notizia/argomenti/eventi-1/articolo/sanremo-la-visita-della-zarina-maria-aleksandrovna-nel-1874-nel-racconto-dello-storico-andrea-gando.html) . Queste sovrane giungono con tutto il proprio seguito di dame, ufficiali, uomini d’affari. I luoghi culto sono il Palazzo Bellevue - un albergo - e dal 1905 il Kursaal - futuro Casinò municipale. Più alternativa è in questi anni Capri, sede prediletta di rivoluzioanri e intellettuali russi del calibro di Lenin, Gorkij, turgenev, ma anche di fabbricanti di morte come il grane industriale tedesco Friedrich Alfred Krupp. Da non dimenticare infine il più rarefatto Lido di Venezia con i suoi Hotel des Bains e Hotel Excelsior, cinematograficamente da Luchino Visconti. [49-50].
• L’Italia degli anni Settanta (dell’800) non muta le direttrici dell’intelligence: fino al revirement diplomatico del 20 maggio 1882, con la firma della Triplice Alleanza da parte dell’ambasciatore a Vienna Carlo Felice Nicolis di Robilant [50]
• Archivi dello Stato Maggiore dell’Esercito
• L’ostilità nei confronti di Vienna, almeno sino al 1882, è contraccambiata dall’Evidenzbureau. Come spiega Rong, nel 1872 viene redatto a Vienna un “Avviamento al servizio d’informazione realizzato prestando una particolare attenzione al nemico meridionale, ovvero l’Italia. Accurata è la messa a sistema dell’attività di intelligence militare con quella di altri organi, come gli addetti militari presso le Legazioni o l’imperiale e regia polizia. Interessante il dato riportato da Ronge, secondo cui erano pochissimi, a partire dagli anni sessanta, i cosiddetti austriaci in Italia. Dalla potente ristrutturazione del servizio operata dai colonnelli Rudolf von Hoffingen (1871-1876) e Adolf von Leddihn (1876-1879) gli austroungarici ottengono eccellenti risultati, come le istruzioni per la mobilitazione italiana [9]. Ronge è preciso nel descrivere come l’Austria-Ungheria organizza la propria “difesa” in Trentino [53]
• Qualche cenno merita l’Istituo topografico militare di Firenze
• Erede di Depretis in questa prassi sarà sostanzialmente il siciliano Francesco Crispi, anch’egli già mazziniano e garibaldino che aggiungerà al trasformismo anche l’ingrediente di un certo accentramento dei poteri alla Presidenza del Consiglio. Al di là della valenza etica delle definizioni politologiche del trasformismo, non si possono dimenticare alcuni brillanti risultati del ventennio 1876-1896 nella costruzione dello Stato: si pensi alla gratuità dell’obbligo della scuola elementare (1877), l’abolizione della tassa sulle granaglie (1880), l’abolizione del corso forzoso (1881), l’ampliamento del suffragio elettorale (1882), le nuove leggi doganali improntate al protezionismo (1878 e 1887), la nuova legge sui comuni e le province (1884), la legge sulla sanità pubblica (1888), il nuovo codice penale con l’abolizione della pena di morte (1889), la legge di Pubblica sicurezza (grazie appunto a Crispi ministro degli Interni, 1890), la riforma del sistema creditizio (1893), la fondazione della Banca d’Italia (1893), il risanamento di bilancio e la lotta contro la rendita. e ancora, dal punto di vistra infrastrutturale, il completamento della rete e la convenzione con gli enti ferroviari (1885-1888), la galleria del San Gottardo (1882), la fusione di Rubattino e Florio nella Navigazione generale italiana (1881) e gli accordi per la realizzazione di nuove linee di navigazione (1884), il potenziamento dei porti e dei cantieri di Genova e Palermo, gli incentivi all’industria pesante con la creazione degli impianti siderurgici di Terni (1884) [53]
• Più articolata è nel 1881 la posizione del neoeletto giovane deputato Sidney Sonnino che afferma essere Trento innegabilmente italiana, mentre rivendicazioni su Trieste corrisponderebbero a un’«esagerazione del principio di nazionalità» [54].
• Quella del più giovane Pollio è invece una posizione di accanito triplicismo (al punto da diventare austrofila), innanzi tutto per la sua amicizia con il presidente del Consiglio Francesco Crispi, nonché per la frequentazione della corte di Umberto e Margherita, sovrani fortemente filotedeschi. Ma l’osservazione di Pollio è consolidata forse anche a ragione della permanenza a Vienna da 1894 al 1897 - aveva sposato l’aristocratica austriaca Eleonora Gormasz. L’ammirazione di Pollio nei confronti della capacità strategica austriaca traspare anche dalla sua pregevole monografia Custoza (1866) redatta nel 1903. Occorre però soffermarsi sull’anticipato richiamo del colonnello in Italia nel marzo 1897, le cui ragioni, certamente punitive, non sono ancora acclarate. Certo è che l’Italia crispina e umbertina ha vissuto l’anno prima la terribile sconfitta di Adua ed è altrettanto possibile che all’interno dell’establishment militare si stiano verificando alcuni regolamenti di conti. In questo frangente senbra infatti avvantaggiarsi un gruppo di ufficiali, guidato da Luigi Cadorna, che già nel 1894 ha ottenuto la greca di generale. Cadorna è il grande concorrente di Pollio. Anche il regicidio di Umberto I a Monza nel 1900 contribuisce a rallentare la carriera dell’ufficiale che preferisce quindi dedicarsi, con successo, alla storia militare e alle conferenze sulle relazioni internazionali. Torna poi in carreggiata nel 1908 con la nomina a capo di stato maggiore dell’esercito, accompagnata dalla sbandierata amicizia nei confronti del collega austroungarico, l’italofobo Franz Cosenz von Hötzendorf. Delle sue politiche “perdutamente” filoaustrotedesche e del subitanei e misterioso decesso, il 1° luglio 1914, tratteremo nuovamente [57].
• Nel 1883, per la prima volta in Italia - e su ispirazione di un’analoga legge francese - viene normato il reato di spionaggio a favore di potenze straniere con pene relativamente miti [58].
• ...Tutte opzioni che riflettono le garanzie culturali esercitate fin dal Risorgimento dalle istituzioni massoniche sulla formazione del quadro militare italiano e in particolare sugli appartenenti al Corpo di stato maggiore, temperandone professioni di fede eccessivamente tripliciste. Più disincantata invece l’analisi di D’Angelo (nel libro sulla morte di Pollio) secondo il quale il profilo morale del nostro corpo ufficiali al volgere del secolo sarebbe alquanto scadente: “Tale vischiosità di relazioni e di ondeggianti lealtà, cui si mescolano volontari tradimenti originati dalle più disparate ragioni, trovano terreno fertile nella situazione anche psicologica in cui versavano da tempo le Forze armate italiane [...] Questo arriva a insinuarsi nei gradi militari alti e meno alti, in ciò favorito anche dal progresso incessante della tecnologia, dalla maggiiore circolazione internazionale del grande capitale, dalla maggiore frequenza di contatti tra gli stati maggiori europei. Si aggiunga l’aumento dei matrimoni misti nell’alta ufficialità europea [...] la marcata mondanizzazione dell’ufficiale di carriera dopo il 1870, con l’aumento del suo tempo libero nel clima viziosamente allettante della belle époque che espone il militare, coniugato o meno, al sesso occasionale o passionale, al vizio del gioco e conseguentemente ai ricatti. Un ufficiale perciò ben lontano adesso dall’austera figura ed esistenza dei suoi colleghi di metà Ottocento, protaginisti di lotte ideali e dei risorgimenti nazionali. In lui si sono affievoliti gli slanci etico-romantici grazie alla lunga pace europea scoppiata dopo il 1871 [...] A ciò s’intreccia la frustrazione derivante dal frequente uso dei militari nei servizi d’ordine pubblico e dall’inadeguatezza degli stipendi all’aumentato costo della vita [...] La lentezza delle carriere era esasperante e avvilente [...] Carriere condizionate or apiù che mai da interventi politici, favoritismi dall’appartenenza o meno alla massoneria, dal costituirsi di gruppi di potere all’interno delle stesse gerarchie” [59].
• Gli ufficiali dell’intelligence all’approssimarsi del 1900. Per loro è d’obbligo la conoscenza del francese accompagnata, quando è una seconda lingua, prevalentemente dal tedesco. Rarissima è invece la conoscenza dell’inglese, al tempo prerogativa degli ufficiali di marina [59].
• Eugenio De Rossi ci permette di gettare uno sguardo su una serie di organizzazioni e associazioni fiorite durante la belle époque dagli scopi innocui, ludici, o ricreativi, che hanno rapprersentato una perfetta cornice per l’attività dei nostri agenti e fiduciari. si tratta per esempio del Tiro a segno nazionale, che nasce nel 1861 a opera di esponenti garibaldini, con lo scopo di avviare i cittadini all’uso delle armi. Dal proprio canto la Società geografica italiana, nata a Firenze nel 1867, opera per il progresso delle conoscenze geografiche. Vi sono poi il Club alpino italiano (1863), il Touring club italiano (1894), l’Automobile club d’Italia (1905) e il Club aviatori (1907) che promuovono tali forme di turismo [61].
• Le scelte tripliciste del governo (primo decennio del Novecento): «Sull’orma politica, il mondo militare italiano si disinteressò di quanto concerneva l’Austria e quindi il Trentino, non ancora redento, e la vigilanza su die esso era quais nulla [#...] Correvano i tempi in cui il nostro Stato maggiore si arrovellava a compilare i grafici e i piani per il trasporto (in caso di guerra contro la Francia [...] di una armata su tre corpi d’armata (via Trentino-Tirolo) destinata, in base alla convenzione triplicista, a operare in aiuto degli austro-tedeschi contro la fortezza francese di Verdun [...] Eppure non vi credetti mai» (Tullio Marchetti) [61].
• Sia De Rossi che Marchetti soffriranno le difficoltà di comunicazione con la casta dello Stato maggiore [63].
• In Italia al volgere del secolo la minaccia non proviene solamente dall’estero, sotto la regia del Deuxième Bureau di Parigi o in misura minore dall’Evidenzbureau di Vienna, ma può avere natura domestica. Dopo gli attentati anarchici degli anni precedenti nel 1892 nasce il Partito socialista italiano dalla forte cultura antimilitarista [63].
• Si è invece già detto del nucleo di controspionaggio attivato dal 1890 presso l’Ufficio informazioni, e composto prevalentemente da Reali carabinieri; per il momento la divisione dei compiti appare chiara: gli uomini del ministero dell’Interno si occupano di antagonismo “domestico”, mentre quelli del ministero della Guerra di spie straniere. L’instabilità riflessa nel Regio esercito permane almeno sino al 1911, ben oltre i tumulti della Lunigiana del 1894 e le cannonate di Bava Beccaris del 1898. È un segno di malessere non solo nelle classi di coscritti influenzati dalle teorie antimilitariste, ma anche in un ceto di ufficiali e sottufficiali poco motivato, assai retrivo e in ultima analisi mediocre. Due brillanti ufficiali - Arturo Olivieri di San Giacomo e Felice De Chaurand - si soffermano non banalmente su questi temi e sulla necessità di una grande riforma dello strumento militare. Quale segno dell’agitazione tra gli ufficiali, anche di Stato maggiore, nasce negli anni zero la corrente, quasi una setta, dei “neo-modernisti” molto attenta alla libertà di coscienza e ai meccanismi decisionali collettivi. Al di là della carica eversiva, si tratta di antesignani nella direzione di un moderato riformismo in ambito militare (sui neomodernisti si veda Carlo De Biase, L’aquila d’oro. Storia dello stato maggiore italiano 1861-1945 Edizioni del Borghese Milano 1969, pp. 294-205, che osserva un forte riavvicinamento nella seconda metà degli anni Zero tra istituzione militare e Chiesa).
Tornando all’azione militare anarchica è invero impressionante la scia di sangue che i militanti italiani lasciano dietro di sé in pochi anni: il 24 giugno 1894 Sante Geronimo Caserio pugnala il presidente francese Marie François Sadi Carnot a Lione; il 22 aprile 1897 Pietro Acciarito tenta di accoltellare il re d’Italia Umberto I a Roma; l’8 agosto 1897 Michele Angiolillo Lombardi uccide il presidente del consiglio spagnolo Antonio Canovas del Castillo, nella stazione termale di Sant’Aguida; il 10 settembre 1898 sul lungolago di Ginevra l’imperatrice Sissi d’Austria viene colpita a morte con una stilettata da Luigi Lucheni; il 29 luglio 1900 Gaetano Bresci scarica tre colpi di pistola uccidendo Umberto I a Monza: il 15 novembre 1902 Gennaro Rubino tenta di uccidere con colpi di revolver Leopoldo II re del Belgio. Molti di questi attentatori provengono dalle grandi comunità di italiani all’estero che nell’ultimo ventennio hanno assunto dimensioni impressionanti negli Stati Uniti, in Francia, in Belgio. È da rilevare che l’ambiente anarchico non è stato in vari periodi esente da forti infiltrazioni dei servizi di sicurezza e polizia politica [65].
• Con l’apertura del Canale di Suez avvenuta in pompa magna il 17 novembre 1869 diviene chiaro che il Mar Rosso e le coste eritree rappresentano uno sbocco naturale. [...] Per più di vent’anni assistiamo agli sforzi di missionari spretati, naturalisti ed altri scienziati, esploratori, filantropi, trafficanti d’ogni risma, razziatori, soldats perdus, ufficiali che vogliono fare grande l’Italia, jeunesse dorée alla ricerca d’avventura [67].
• Preoccupazioni nell’autunno 1869 per l’intenzione francese di stabilire ancoraggi nella zona dello stretto di Baab el-Mandeb ovvero l’ingresso meridionale del Mar Rosso [67]
• Vita di Giuseppe Sapeto in 68 e seguenti
• Vita di Orazio Antinori in 69 e seguenti
• Negli anni Ottanta l’Africa orientale continua ad attirare avventurieri d’ogni tipo. Non sono solo i guadagni facili, legati a fantastici commerci a portare in queste terre un’avanguardia assai pittoresca: uno degli stereotipi riportati sul territorio metropolitano consiste nella presenza di sensualissime veneri nere pronte a soddisfare le voglie dei civilizzatori bianchi. Come vedremo, questo sarà il leitmotiv anche di molkte imprese novecentesche che inaugurerà una lunga tradizione di progenie mista. Un esploratore di questi anni, Luigi Pennazzi, descrive Massaua quale luogo di perdizione ‘l’atmosfera pregna di elettricità e voluttà [#...] che vi sale al cervello, vi inebria e vi culla, come se aveste fumato hashish”. certo è che oltre all’hashish e alle belle donne, non c’è viaggiatore che non provi a masticare le rinomate foglie di qat. Bianchi è ancora più esplicito sull’argomento sessuale: “...il tempo passa veloce. Me ne accorgo anche nel fottere queste abissine: le fottevo meglio quattro o cinque anni fa». L’ingegnere e conte Luigi Salimbeni viene inviato nella regione del Goggiam nel 1884 per costruire un ponte : gli viene fornito omaggio una schiava galla dalla quale avrà una figlia [77-78].
• Nel dicembre 1885 il generale Carlo Genè giunge a sostituire il colonnello Tancredi Saletta quale comandante di Massaua
• Secondo alcune fonti il colonnello Felice Eusebio De Chaurand de Saint Eustache, artigliere e studioso dell’arte militare, riceve già nel 1897, dal capo di stato maggiorem l’incarico di riformare e dirigere l’intelligence italiana. È comunque circostanziato il fatto che dal settembre 1900 al giugno 1902 egli sia i primo capo di un potenziale Ufficio I, che rimane comunque poca cosa rispetto ai colossi del tempo: l’austrungarico Evidenzbureau, il francese Deuxème Bureau, il britannico Military Operations 3 (MO3, antesignano del celebre Military Intelligence 6 o MI6), il tedesco Nachrichtendienst Abteilung IIIB e, non ultima, la russa Ochrana cje, pur essendo polizia politica civile, opera anche all’estero. De Chaurand conta su una forza effettiva risibile: è affiancato da Arturo Cittadini, capitano con funzioni di segreteria, e da un tenente dei carabinieri a capo della sezione di controspionaggio, Giulio Blais, che mieterà notevoli successi negli anni a venire [...] Vi sono poi una serie di ufficiali di collegamento presso i comandi di Armata. È questo il caso del capitano Tullio Marchetti, a Milano presso i locali comandi di Armata, nei prestigiosi locali di Palazzo Cusani in via Brera, che furono residenza di Radetzky. Per converso Marchetti ci lascia una testimonianza desolante sulla sede principale dell’Ufficio I, a Palazzo Colonna in Roma. Si tratta di “quattro locali quasi indecorosamente ammo biliati, in un ammezzato del ministero della Guerra, prospicienti un cortiletto interno, con un soffitto così basso da dare il senso della soffocazione e così oscuro che vi si teneva la luce accesa anche in pieno meriggio” (Marchetti Ventotto anni nel Servizio informazioni militari (Esercito) Museo Trentino del Risorgimento e della Lotta per la libertà, Trento 1960) [91]
• La pressione dei ceti liberali e democratici dopo la sconfitta di Adua e i moti milanesi, la successione al trono di Vittorio Emanuele III, alcune frizioni balcaniche con l’alleato austroungarico, riguardanti in particolare l’Albania e le rinnovate attenzioni economiche e infrastrutturali della Francia, portano a una serie di fondamentali cambiamenti di rotta in ambito diplomatico, che il primo ministro di Berlino, Bernhard von Bülow definisce, tra il bonario e lo sprezzante, “i giri di valzer” dell’Italia. Ci si riferisce alle lettere inviate dal ministro degli Esteri Emilio Visconti Venosta ai colleghi francesi nel 1899 e 1900 e agli accordi dei suoi successori Giulio Prinetti con l’omologo parigino Camille Barrère nel 1902. A questo révirement si aggiungano le rinnovate attenzioni della Consulta e della Casa Reale nei confronti della Russia, che sfoceranno negli Accordi di Racconigi del 1909. Le aperture al Quai d’Orsay vanno di pari passo con il rinnovo della Triplice alleanza del 1902. Questa complicatissima serie di pesi e contrappesi della diplomazia italiana è nota come Sottosistema Prinetti ed è tutta mirata a ottenere il riconoscimento dell’interesse italiano in Tripolitania e Cirenaica dal maggior numero di potenze. Per venire incontro a Prinetti, Agenor Maria Goluchowski, insediato alla Ballhausplatz come ministro degli Affari esteri austroungarico, si affretta anch’egli a riconoscere le aspirazioni italiane alla “quarta sponda”. Dal proprio canto la Francia riesce nel corso del primo decennio del Novecento ad essere molto allettante oltre a riconoscere il “naturale” interesse italiano per il bel suol d’amore tripolitano, Parigi tratta l’abbassamento delle tariffe doganali nei confronti delle nostre esportazioni, invoglia l’investimento dei capitali nei titoli di stato emessi dal Tesoro italiano, mentre sono progettate nuove importanti infrastrutture come il traforo del Sempione, inaugurato in occasione dell’Expo del 1906 a Milano. E proprio l’Expo 1906 è occasione di nuovi affari co il capitale d’oltralpe [4]. Più complesse saranno le condizioni nelle quali si arriverà a firmare l’ultimo rinnovo della Triplice nel 1912, voluto da pochi in un paese ormai riguadagnato alla simpatia per la sorella latina. Nel 1912 gli sponsor del rinnovo sono innanzitutto il ministro degli Affari esteri Antonino Paternò-Castello, marchese di San Giuliano, e il capo di stato maggiore Alberto Pollio. Anche questa firma può contare sul riconoscimento da parte di Vienna della sovranità italiana su Libia e Dodecaneso. L’Italia procede quindi nella progressiva mutazione da paese triplicista ad alleato dell’Intesa. Gli uomini dell’intelligence sembrano incarnare a pieno questo risveglio risorgimentale come testimonia un protagonista del calibro di Max Ronge, responsabile del controspionaggio e futuro capo dell’Evidenzbureau: “Preoccupante era la condotta dell’Italia, nostra alleata., che aveva deviato contro di noi il suo servizio di spionaggio, fino al 1902 diretto contro la Francia, in prevalenza, e che esercitava con zelo moltiplicato la sua propaganda irredentistica. Ufficiali italiani viaggiavano troppo spesso nei territori di confine austriaco; la sorveglianza promossa dall’attache militare a roma provò un’attività incontestabile di spionaggio tanto che si dovette procedere ad arresti. Ma i colpevoli venivano lasciati subito liberi per evitsare complicazioni e malumori da parte dell’alleato» [93-94]
• 1904, primo caso di spionaggio in Italia, il capitano di fanteria Gerardo Ercolessi e sua moglie Guglielmina Zona hanno venduto ai francesi i piani di mobilitazione, gli ordini relativi a itinerari ferroviari e il sistema di fortificazioni dello Stretto.Famiglia numerosa e stipendio insufficiente, moglie assolta lui cinque anni e dieci mesi [94]
• L’Ufficio I diretto dal colonnello Silvio Negri tra il luglio 1905 e il settembre 1912. Interesse per l’Africa e per l’Albania [95]
• L’Istituto Geografico De Agostini di Novara masce nel 1901 anche grazie a capitali e tecnologie cartografiche tedesche [95].
• Con la guerra di Libia dell’autunno 1911 vi è la novità di un primo gruppo di aerei (due Blériot, tre Nieuport, due Farman, due Etrich) utilizzati non solo in rudimentali bombardamenti ma anche nell’assai importante fotografia aerea finalizzata alla rilevazione del terreno e alla ricognizione di truppe nemiche [96]
• Tra le ultime note operative, dalla metà degli anni Zero diviene prassi la redazione dei promemoria. Si tratta di brevi relazioni numerate in ordine ascendente dall’inizio alla fine dell’anno, su temi precisi, e normalmente indirizzate al Capo di Stato maggiore dell’Esercito e agli uffici operazioni competenti. In alcuni casi, prevalentemente quelli riguardanti l’oltremare, la loro visione è estesa anche agli ufficiali di collegamento del Servizio informazioni della Regia marina [96]
• Sulla presenza dell’economia tedesca in Italia Charles Loiseau pp. 18-19 L’equilibre adriatique. L’Italie et la question d’orient Perrin et c.ie Paris 1901
• il mutato atteggiamento dell’inizio del nuovo secolo nei confronti dell’Austria-Ungheria ha radici lontane, che abbiamo definito a più riprese “risorgimentali”‚ ma si tratta anche di nuove fiooriture, dovute alla necessità di rivisitare geopoliticamente il cosiddetto “equilibrio Adriatico”, che non volge a nostro favore in materia strategica ed economica. Del resto, l’attenzione di molte cancellerie è rivolta ora alla polveriera dei Balcani. L’Italia non vuole essere da meno andando a sfidare Vienna in quella sfera d’influenza che la Ballplatz arroga come sua esclusiva, ovvero la costa orientale dell’Adriatico, da Cattaro (Cotor) a Igumenizza (Igoumenitsa), naturale estensione della direttrice Trieste-Pola-Fiume-Spalato-Ragusa. Curiosamente non esistono altrettanti motivi d’attrito con Berlino: la finanza tedesca continua a investire in Italia e Roma è assai condiscendente nel realizzare infrastruttre compatibili con il sistema economico germanico. Si pensi al traffico ferrviario del San Gottardo, opera svizzera e italiana, o a quello del Brennero realizzato dagli austriaci ma sicuro sfogo per le merci e gli interessi tedeschi. e ancora agli investimenti riguardanti il porto di Genova, dove numerose sono le linee tedesche di navigazione del Norddeutscher Lloyd, che serve l’Estremo Oriente passando per Napoli e Palermo, alla Hamburh Amerikanische Gesellschaft, sulla tratta Geoba-San Paolo-Buenos Aires. Vediamo quindi quali sono le rivalità di tipo economico nei confronti di Vienna e Budapest, iniziando dall’esame del campo marittimo: è evidente che all’inizio del secolo, grazie alla Lloyd di Trieste, l’Adria e l’Hungaro-Croate di Fiume, la Ragusei di Ragusa, l’Adriatico sembra ormai un lago austroungarico. Timida è la presenza della Navigazione generale italiana, i cui porti di riferimento rimangono Genova e Palermo, e a rappresentare i colori italiani rimane la piccola, seppure agguerrita Puglia, che serve in particolare modo le innovative tratte da Bari e Brindisi ai porti dell’Albania e del Montenegro [12].
Per “illirismo” (http://www.treccani.it/enciclopedia/illirismo/)si intende una scuola di pensiero geopolitico italiano, che va a definirsi negli anni Novanta dell’Ottocento nei circoli diplomatici, militari e commerciali. In verità già è presente nei piani dello Stato maggiore nel lontano 1877-1878, quando si pensa all’Albania o all’Epiro quale compensazione dell’occupazione austroungarica della Bosnia-Erzegovina. L’illirismo concilia gli interessi verso l’Albania, l’Epiro e il Montenegro con l’adesione alla Triplice.
I padri di questo movimento sono numerosi: si può per esempio citare lo stesso Francesco Crispi che, forte della propria appartenenza alla minoranza arbëreshë investì molto nel cementare le relazioni a cavallo del Canale di Otranto; vi è poi il principe di Napoli, futuro Vittorio Emanuele III, che sposa nel 1896 la principessa Elena Petrovic Njegos, figlia del re Nicola I del Montenegro. Un poliedrico studioso bolognese, infine, Antonio Baldacci, è l’uomo forte della presenza italiana nella regione, amico di Crispi, e dai non pochi addentellati con l’intelligence. È Baldacci, negli anni zero docente di Geografia politica all’Università di Roma, il propugnatore più significativo dell’illirismo, il quale giunge a teorizzare la necessità di formare una confederazione tra albanesi e montenegrini. Al contempo l’eclettico studioso bolognese che è anche mazzininao convinto, è un sostenitore dei movimenti di liberazione minori che si vanno a formare in questi anni nell’Impero ottomano, da quello macedone a quello delle minoranze romene della regione.
Torniamo agli arbëreshë, una minoranza albanese presente in Italia dal XV secolo, quando le milizie di Giorgio Castriota Skanderbeg preferiscono emigrare in Italia servendo Alfonso V d’Aragona, re di Napoli, piuttosto che cadere sotto il dominio ottomano. Insediati nelle regioni di Calabria, Basilicata, Molise, Puglia e Sicilia, gli arbëreshë hanno dato negli ultimi duecento anni un importante contributo alla vita politica, culturale e amministrativa italiana. grazie a Crispi, e anche dopo il suo ministero, l’Italia prende coscienza ed esercita la propria naturale influenza sull’Oltradriatico [96-97].
• La cosa però che innervosisce maggiormante al volgere del secolo i nostri decisori è certamente la mobilitazione contro le scuole statali italiane, quindi laiche, a Scutari da parte del clero, prevalentemente francescani di origine croata ed erzegovina ivi stabilitisi. In Italia si fa cenno, nelle corrispondenze, a un pericolo di croatizzazione [15]. Altri malumori sono dovuti agli esiti degli incontri tra il Kaiser Guglielmo II e l’imperatore Francesco Giuseppe avvenuti nel maggio 1900: in questa occasione vengono fatti precisi riferimenti circa le aspirazioni austroungariche nei confronti dell’Albania [16] [98].
Si è fatto cenno al matrimonio di Vittorio Emanuele III con Elena di Montenegro. Questa scelta dinastica, solo apparentemente periferica, apre a un imparentamento fondamentale con i Romanov di Russia: le belle Milica e Anastasia, sorelle di Elena, sono infatti sposate con i cugini dello zar, gli influenti arciduchi Pietro e Nicola. Può essere solo una coincidenza, ma nel primo decennio del Novecento si moltiplicano gli ambiti di riavvicinamento tra il nostro Paese e la Russia. In questo periodo non mancano cronisti che magnifichino come la Russia si sia dimostrata favorevole alla nascita dell’Italia durante il risorgimento. È in parte il frutto propagandistico dei riallineamenti del momento, se non ci si rcorda dell’impegno sardo in Crimea contro la Russia o dell’ospitalità offerta da Torino ai patrioti polacchi tra il 1848 e il 1866 [99].
• Effettivamente, per quanto riguarda il Trentino, si assiste in questi anni a un significativo aumento degli investiementi di provenienza tedesca e austriaca [100].
• Nonostante quanto dichiarato nelle sue memorie, De Rossi si occupa anche di controspionaggio nell’autunno 1904, in collaborazione con Blais. Sul piano professionale vi è poi un successo minore. Nella primavera del 1907 viene bloccato dal capo della polizia a Lubiana il nuovo capo dell’ufficio I Silvio Negri, presumibilmente senza essere riconosciuto. De Rossi e Blais sono quindi chiamati a compiere un’operazione speciale. Grazie ai propri informatori nell’ambiente alberghiero, bloccano al Lido di Venezia un giovane ufficiale austroungarico, agente dei servizi di Vienna e partner omosessuale del colonnello Alfred Redl, direttore reggente dell’Evidenzbureau. Le pressioni su Redl, in verità già compromesso con l’Ochrana russa, portano all’immediata liberazione di Negri [25] [103]
• Nel luglio 1907 lo Stato maggiore austroungarico realizza grandi manovre alpine dalla Carinzia al Tirolo, con epicentro a Klagenfurt. si tratta di una curiosa prova di radunata generale, in realtà la simulazione di un conflitto contro l’Italia. A queste manovre, differentemente da quanto accaduto in passato, non sono invitati gli addetti militari italiani a Vienna, ma il maggiore De Rossi riesce abilmente a insinuarsi. In questa occasione, il nostro testimonia, con malcelata soddisfazione, l’agente del servizio della Regia marina riconosciuto dai poliziotti austroungarici. Ma le sue scoperte sono fondamentali e le possiamo trarre dalla “Relazione segreta” redatta per il capo di stato maggiore: “La scucitura apparente di queste grandi esercitazioni, per le quali si è fatta una grande preparazione ferroviaria, quasi si trattasse di concentrare non poco più di trentaseimila uomini ma più armate, dipese dal volere un pretesto ai lavori in parola. Ripeto che le grandi manovre di quest’anno sono state un paravento per celare una formidabile preparazione ferroviaria per un concentramento fulmineo contro di noi. Insisto quindi nel richiamare l’attenzione dell’Ufficio Informazioni su questa clandestinità dei lavori, i quali rimangono vero e tangibile risultato delle grandi manovre austroungariche: ossia più chilometri di piani caricatori, raddoppi, parchi di vagoni rifornitori, deepositi di macchine ecc. Talché da Klagenfurt a Villach si è trasformata in una sola, immensa stazione di sbarco [104].
• Secondo il generale Angelo Gatti, storiografo ufficiale del Comando supremoi durante la Prima guerra mondiale, il nostro Stato maggiore aveva già elementi della mutata strategia del maresciallo Franz Conrad von Hötzendorf, capo di stato maggiore dell’esercito imperiale. In particolare “sapeva che in un memoriale presentato all’imperatore Francesco Giuseppe il 6 aprile 1907, Conrad aveva proposto la guerra senza dichiarazione all’Italia”. Per cogliere impreparati gli italiani, l’azione avrebbe dovuto aver luogo entro il 1908 poiché, altrimenti, l’Italia avrebbe rinnovato radicalmente il proprio parco di artiglieria. Nei circoli viennesi un altro fautore della “guerra preventiva” contro l’Italia è l’arciduca Franz Ferdinand, peraltro teorico di un analogo attacco contro la Serbia. Altre evidenzse che l’esdtate del 1907 fosse veramente4 calda le dà il nostro viceconsole a Trieste Carlo Galli, che mantiene uno stretto contatto con l’Ufficio I del colonnello Negri, ragguagliandolo su ogni movimento di truppe, graie a un’articolata rete di informatori sulla fontiera orientale, da Monfsalcone a Villach, e da qui a Klagenfurt. Altri elementi erano provenuti dal deputato repubblicano Barzilai, particolarmente legato all’ambiente irredentista, che aveva consegnato una copia del vademecum redatto dall’Imperial e regio esercito per le truppe destinate a occupare il Veneto, corredato di frasi convenzionali in italiano [28]. L’analisi di De Rossi viene confermata dallo stesso Conrad nelle sue memorie: il rafforzamento del nodo ferroviario di Klagenfurt aveva come principale scopo quello di poter ribaltare dal fronte orientale a quello italiano, in pochissimi giorni, un numero di battaglioni di fanteria, batterie di artiglieria e reggimenti di cavalleria, talib da forzare il sistema difensivo italiano. Dopo aver invitato il governo ad attaccare l’Italia una nuova volta nel 1909, in occasione del terremoro calabro-siculo, Conrad riesce a vedere applicato il suo piano solo nel 1916 in occasione della Strafexpedition (spedizione punitiva) che fortunatamente non ha esito dirompente per il fronte italiano. L’accorato appello di De Rossi in materia di investimenti infrastrutturali austriaci porta comunque a un significativo risultato poiché negli anni dal 1908 al 1913 si moltiplicano gli investimenti sulla linea difensiva italiana, nel rinnovo del parco di artiglieria (che diverrà fiore all’occhiello italiano nella Prima guerra mondiale), e negli investimenti nella rete ferroviaria del nordest. La “Relazione segreta” ha anche il pregio di smuovere le acque al punto che De Rossi viene dispacciato in tutta fretta nell’ottobre 1907 ai confini orientali dell’Impero, tra Galizia, Rutenia e Transilvania, per analizzare la rete ferriviaria e l’utilizzo che i militari ne stanno facendo. Per questa missione, volta alla ricognizione di migliaia di chilometri di ferrovie, il maggiore dei bersaglieri non può fare uso dell’amata bicicletta. Visita quindi in poche settimane i nodi di Cracovia, Tarnow, Przemsyl, Lemberg, Czernowitz, Presburgo, Budapest. Nonostante il delirio ferroviario (dal vago sapore carducciano o marinettiano) al quale l’agente italiano si deve prestare, non manca l’esaltazione del fattore umano e di un certo Genio. Egli individua infatti possibili informatori privilegiando una rete di fornitori italiani di vino, che hanno tra i propri clienti anche importanti piazzaforti nemiche. Dal consumo del vino, De Rossi è in grado di comprendere il numero esatto di truppe esistenti. Altre fonti privilegiate sono le osterie, spesso gestite da connazionali. La frequentazione di osti e camerieri, in Francia come a Venezia, dimostra l’eclettismo del nostro. Che De Rossi sia un bon viveur è chiaro da questa e altre avventure. Il 1908 si apre nel migliore dei modi. A gennaio De Rossi è promosso tenente colonnello ed è trasferito all’11° reggimento bersaglieri, ad Ancona dove deve costituire una rete di indicatori nell’entroterra giuliano e in Dalmazia, per l’osservazione di truppe e navi. Già nel 1903, De Rossi aveva stabilito ottime relazioni con pescatori marchigiani, dalla solida esperienza di contrabbando con la costa carnarina e dalmata. Alcuni di questi marinai avrebbero preso posizioni politiche estremistiche. È interessante evidenziare come nella storia dell’intelligence il capoluogo marchigiano ricorra come base avanzata delle nostre attività dalmate, così come già nel lontano 1866. Il 1908 è anche l’anno di un’altra provocazione austro-ungarica, ossia l’annessione della Bosnia-Erzegovina senza informarne l’Italia [104-106]. (Bosnia-Erzegovina su Archivio Corriere con bilanci comparati spese militari nostre e austro-ungariche).
• Ecco perché nel giro di pochi anni gli alpini prendono velocemente il sopravvento all’interno dell’Ufficio I. Risulta certamente utile l’appartenenza alla Società alpinisti tridentini (Sat), fondata qualche decennio prima dallo zio Prospero Marchetti e ora guidata da Guido Larcher e Giovanni Pedrotti. Molti degli informatori sono membri della Sat, ma questo sodalizio viene sciolto dalle autorità austriache a seguito di un’indagine della Polizia politica. Siamo negli anni di Saletta capo di Stato maggiore che non manca di rispolverare il vecchio piano Cosenz, secondo cui, in caso di conflitto con l’Austria-Ungheria, occorre agire aggressivamente sul saliente delle Valli di Sole, di Non e di Vestino, occupandole prima di attaccare a oriente, sull’Isonzo. Per compiere le necessarie rilevazioni topografiche, tattiche e logistiche, Marchetti si coordina co altri ufficiali terminali di reti nella regione, come il trentino Aristide Manfrin e il capitano dei carabinieri Giacinto Santucci. Quest’ultimo narra con precisione il ruolo delle stazioni dei carabinieri lungo la linea del Garda e la valle dell’Adige dal 1906 in poi. Santucci giunge alla considerazione che l’attività di intelligence di numerosi ufficiali e sottufficiali dell’Arma sia stata “spontanea” ovvero non sollecitata dai vertici dell’Esercito, ancora triplicisti [115].
• Ma chi è il nemico e come opera? Va innanzi tutto detto che il servizio imperial regio da molto tempo opera in maniera integrata con la diplomazia e la Staatspolizei, senza soffrire di quella competizione che, nel cason italiano, ne riduce le potenzialità. Nato nel 18509 dalla trasformazione dell’Evidenthaltungsgruppe già esistente contro Napoleone I, l’Evidenzbureau si dedica innanzi tutto ai vicini che attentato all’integrita austroungarica. Come spiega Ronge, i vicini ai quali viene dedicata maggiore attenzione nel primo decennio del secolo scorso sono Russia, Serbia e Italia. D’altro canto non sfugge a Ronge la sempre più evidente ostilità dell’Ufficio I. Per esempio ricorda che Roma offre ospitalità ad agenti operanti in Austria-Ungheria per conto della Russia. “Tuttavia c’è da dire che fu rinforzato il controspionaggio per la collaborazione della Guardia di Finanza e per la sistemazione di “commissari di finanza” a ciò incaricati. Per rendere più fitta la rete del servizio offensivo fu istituito a VGraz, nel 1903, un posto di informazioni presso il III Comando di Corpo d’Armata. Vi spiegarono grande attività l’ufficiale di stato maggiore Franz von Kerchelich e più tardi il capitano Vittorio von Bilimek, figlio dell’antico direttore dell’Evidenzbureau [54].” Uno dei successi austriaci del 1905 è la controinformazione nei confronti dell’addetto militare italiano a Vienna, tenente colonnello Cesare Delmastro: l’Evidenzbureau predispose un finto informatore, Charles Jenival, e una serie di dossier artefatti che vengono consegnati a Lugano al capitano Arturo Cittadini, già segretario dell’Ufficio I e ora responsabile informativo di Milano, e lautamente remunerati. Questa e altre leggerezze del colonnello Delmastro portano all’arresto, da parte della Polizian politica, di una rete di informatori, questa volta autentica, guidata a Vienna dal connazionale Pietro Contin. Negli annib successivi la sezione che si occupa d’Italia all’Evidenzbureau viene rafforzata con un nuovo ufficio a Innsbruck che si affianza a quello di Graz. Nel 1911 Ronge ottiene l’arrivo di un gruppo di ufficiali che conosce assai bene l’italiano: si tratta di Carlo Adrario, Giovanni Valentin, i baroni von Silvatici e von Pascottini. Nel 1912 entra in quella squadra anche l’ufficiale Alfredo Mazza, addetto all’analisi di artiglieria, aviazione e automobilismo nel Regio esercito. Un altro nemico giurato è infine Andreas Figl, comandante del gruppo cifre e intercettatore e decrittatore dei nostri messaggi. Il Gruppo cifre nel periodo bellico sarà ridenominato Servizio intercettazione austo ovest. Ronge ha sempre osservato con malcelata soddisfazione il fatto che l’Italia sia sempre stata assai “permeabile” alle spalle dell’Evidenzbureau, così come ricorda la facilità nello sgominare alcune delle nostre reti. Tra il 1908 e l’inizio del 1910 vi è comunque il successo dell’Ufficio I nell’assicurarsi i servigi a Vienna di un impiegato civile del ministero della Guerra, Kretschmar. Quest’ultimo è sensibile non solo a lauti premi in denaro ma anche ai favori di alcune avvenenti giovani donne. Saranno in particolare i servizi tedeschi a identificare l’intermediario di Kretschmar con il nostro Ufficio I, una piacevole e compiacente donna italiana residente in Germania e amica della moglie del colonnello Negri [55] [116-118].
vedi Max Ronge “Spionaggio” Editrice Tirrena Napoli 1930
• Nell’ottobre 1912 è designato alla guida dell’Ufficio I il colonnello Rosolino Poggi che, al momento della nomina, chiede al capo di Stato maggiore Pollio un significativo aumento della dotazione finanziaria per gli informatori all’estero, pari a 200.000 lire (un miliardo e 139 milioni di lire del 2000). Non è l’unico potenziamento richiesto da Poggi, che vuole l’aumento dei centri periferici nel resto d’Italia e degli uffici presso le grandi unità, così come più sezioni del cosiddetto servizio di confine ai principali valichi di frontiera. Le necessarie autorizzazioni giungono solo convulsamente nell’autunno 1914, grazie ai venti di guerra, con la nuova firma del nuovo capo di stato maggiore Luigi Cadorna. Sempre a Poggi si devono nuove norme e codici per le corrispondenze dei fiduciari e istruzioni agli addetti militari, in particolare dei Balcani.
Non è dimostrabile se l’Ufficio I abbia avuto un ruolo politico negli undici mesi che vanno dall’attentato di Sarajevo (giugno 1914) all’ingresso in guerra dell’Italia (maggio 1915). Tuttavia vi sono evidenze di un certo attivismo di alcuni elementi della comunità dell’intelligence italiana che iniziano, dall’autunno 1914, a prendere parte attiva a favore dell’Intesa. Un’azione che deve essere stata assai discreta a giudicare dall’ampia e diffusa presenza di ambienti triplicisti o neutralisti all’interno di Palazzo Baracchini, della Consulta e del Viminale. qualcosa comunque muta radicalmente con la misteriosa morte, dalle circostanze mai acclarate, del generale Pollio, che avviene in una camera dell’Hotel Turin Palace, in via Sacchi 7 a Torino, la mattina del 1° luglio 1914, tre giorni dopo l’inizio della Prima guerra mondiale. Sono tracce di un mistero che rimarrà tale: nulla può infatti suffragare l’omicidio politico del generale sessantunenne, campione del triplicismo italico, ed è d’altro canto noto che Pollio soffra da tempo di cuore. La morte crea comunque forte rammarico a Berlino e a Vienna, e suona quale campanello d’allarme dei prossimi révirements diplomatici. Pollio negli ultimi 24 mesi non ha mancato di dimostrare le proprie simpatie: ha influenzato il rinnovo anticipato della Triplice nel 1912, ha inviato messaggi di solidarietà verso Vienna nell’aprile 1913, quando si prospetta per la prima volta un conflitto austro-serbo, ha partecipato alle manovre tedesche dell’agosto 1913, e ha infine rassicurato dal novembre 1913, a più riprese, Berlino della disponibilità di due divisioni sul Reno in caso di conflitto contro la Francia. I funerali di Pollio sono imponenti e la sua successione viene considerata naturale a Roma dato il curriculum del sessantaquattrenne tenente generale Luigi Cadorna, mentre a Vienna fanno impressione i natali risorgimentali del generalissimo [57] [118-119]
• Nota 57 al capitolo IV. Della morte di Pollio tratta in maniera interessante Giovanni D’Angelo (vedi). Sull’ampia attivitàtriplicista di Pollio da capo di Stato maggiore, Carlo De Biase (1969) pp. 266-268. Dall’eccellente ricostruzione di D’Angelo si possono isolare misteriosi indizi riguardanti le reticenze di alcuni attendenti di Pollio collegati all’intelligence, così come l’ambiguità delle cure impartite al generale nelle ultime ore di vita dal dotto Carlo Quadrone. Ma l’elemento più interessante è quello riguardante le informative sulla contessa Eleonora Siemens Fecia di Cossato moglie tedesca del generale Luigi Fecia di Cossato e amica di Eleonora Gormasz Pollio. Sarebbe dismostrato che la contessa Siemens trafugò dalla cassaforte di Pollio, nelle ore successive il decesso, una serie di documenti segreti trasmettendoli ai propri servizi. D’Angelo (ivi pp. 138.143 e 150-155). In questa situazione complessa, dopo la morte di Pollio, agli austriaci rimane comunque qualcuno su cui contare: come Antonino Paternò-Castello, marchese di San Giuliano, grande amico del ministro degli Esteri di Vienna Leopold Berchtold. Apprezatissimo da Giolitti e dai suoi deputati (è il gran suggeritore della guerra di conquista della Libia), il titolare della Consulta intesse, con successo, la partita della dichiarazione di neutralità dell’Italia dell’agosto 1914. La diplomazia austro-tedesca tira un sospiro di sollievo. Anche di San Giuliano muore alla sua scrivania, nella Consulta, il 16 ottobre 1914, mentre in anticamera alcuni ambasciatori attendono di essere ricevuti. il ministro, affermano le cronache del tempo, è malato di artrite e gotta ed è profondamente addolorato per la morte della moglie (avvenuta nel 1896, ossia 18 anni prima). Non si può negare che di San Giuliano avesse un fisico debilitato dal troppo lavoro ed è dimostrato storicamente che nel dibattito del governo Salandra, il ministro degli Esteri si era convinto che, in caso di esito negativo dei negoziati con Vienna, non sarebbe rimasto all’Italia che un intervento a fianco dell’Intesa. Succederà alla guida della Consulta Sidney Sonnino, l’architetto del Trattato di Londra. Un altro protagonista del triplicismo nel regio esercito è il generale Carlo Caneva, definito dal deputato irredentista Eugenio Chiesa, “il tenentino austriaco” a ragione del fatto di essere stato un giovane ufficiale austriaco prima dell’unità d’Italia. Caneva esce di scena in maniera meno radicale a ragione dei suoi insuccessi in Libia, ed p comunque anch’egli in Germania nell’estate del 1913
(sull’Evidenzbureau vedi la voce di Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Evidenzbureau