La Stampa, 1 agosto 2019
Dante, la baratteria e l’esilio
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Che Dante sia vissuto a lungo in esilio lo sanno tutti, anche perché lui stesso non smette di lagnarsene, spiegando quanto sia duro salire «l’altrui scale», e «quanto sa di sale lo pane altrui», rispetto a quello toscano notoriamente sciapo. È un esule senza colpa, e lo ripete continuamente, in tono lamentoso e a volte anche un po’ imbarazzante: come quando indirizza al governo fiorentino una lettera di scuse, supplicando d’essere perdonato, e la intitola Popolo mio, che cosa ti ho fatto? Ma ci sono anche momenti in cui uno scatto d’orgoglio lo rende fiero di non appartenere a nessuno e di non avere più una patria: «ho per patria il mondo come i pesci hanno il mare», dichiara nel De vulgari eloquentia. Meno noto, forse, è che Dante era stato condannato con un regolare processo; regolare, s’intende, nelle forme, anche se in realtà si trattò d’un processo politico celebrato in circostanze tutt’altro che serene. Si era all’indomani del colpo di Stato con cui la fazione dei Neri, capeggiata dal feroce Corso Donati e spalleggiata da papa Bonifacio VIII, aveva preso il potere a Firenze, costringendo a dimettersi il podestà e i sei priori che formavano il governo del comune, e scatenando senz’altro la persecuzione contro i rivali della fazione dei Bianchi, a cui apparteneva Dante. Nei primi giorni i vincitori avevano bastonato e ammazzato, mentre il popolaccio saccheggiava le case degli sconfitti.Dante se l’era cavata perché in quel momento era di ritorno da un’ambasciata a Roma, e non era ancora rientrato in città; sua moglie Gemma fece appena in tempo a mettere in salvo in un convento di frati una cassa piena delle sue carte, in cui, come vuole la leggenda, saranno poi ritrovati i primi sette canti della Commedia. I poderi di famiglia a San Marco al Mugnone e a San Miniato a Pagnolle erano stati raggiunti da spedizioni punitive e incendiati; ancora mezzo secolo dopo in uno di quei poderi c’erano delle case bruciate e mai più ricostruite. Ma dopo quei primi giorni, il nuovo regime decise di regolare i conti con gli sconfitti in forme più legalitarie. In passato non ce n’era bisogno: bastava stilare le liste di proscrizione e dichiarare con un provvedimento esecutivo che tutti quelli il cui nome risultava negli elenchi erano banditi per sempre dalla città. Ma al tempo di Dante la cultura politica dei comuni italiani era ormai troppo sofisticata: per legittimarsi davanti all’opinione pubblica, il regime dei Neri aveva bisogno di proclamare che la legalità era stata ripristinata e che tutto ormai procedeva a norma degli statuti. Non si facevano vendette, si faceva giustizia, per punire la corruzione e le malversazioni di chi aveva governato fino al giorno prima. Il podestà imposto dai Neri, il famigerato messer Cante de’ Gabrielli da Gubbio, era entrato in carica portando con sé un’intera squadra di giudici e poliziotti. Uno di quei giudici, messer Paolo da Gubbio, fu incaricato di processare i casi di baratteria, il termine con cui si indicavano corruzione, concussione e peculato. La baratteria era l’incubo della vita politica italiana (nel Medioevo, s’intende) e Dante la stigmatizza rabbiosamente nell’Inferno, dove riserva una bolgia ai barattieri, costringendoli a nuotare nella pece bollente. Nel gennaio 1302, però, fu lui a essere processato. Obbedendo ai suoi mandanti, messer Paolo istruì una serie di processi contro i priori che erano stati in carica negli ultimi anni, e in una di queste istruttorie prese di mira Dante, priore nel bimestre giugno-luglio 1300. Dato il clima, e dato che l’accusato era Dante, si dà sempre per scontato che il processo fosse una montatura, e le accuse inventate. Sarà davvero così? I priori erano un collegio di sei, in carica per due mesi; Dante dunque aveva avuto cinque colleghi, ma di quel collegio l’unico a essere imputato fu lui. Contro di lui e altri tre coimputati, priori in momenti diversi, e tutti contumaci, il giudice procedette d’ufficio, con l’accusa di aver commesso baratterie ed estorsioni, e in particolar modo di aver accettato bustarelle per manipolare l’elezione dei loro successori e di altri ufficiali del comune, e di aver speso fondi pubblici in misura maggiore del consentito. Non essendosi presentati, tutti e quattro gli imputati vennero considerati rei confessi e condannati alla colossale multa di 5000 lire ciascuno: come dire un milione di euro. Messer Cante de’ Gabrielli pubblicò la sentenza il 27 gennaio 1302: se i condannati non avessero pagato entro tre giorni, tutti i loro beni immobili dovevano essere confiscati e le case abbattute. I loro nomi dovevano essere trascritti negli statuti cittadini, a memoria del fatto che in quanto falsari e barattieri erano esclusi in perpetuo da qualunque ufficio del comune. Nessuno dei condannati si sognò di venire a patti. Erano tutti fuori dalla città, furibondi e galvanizzati, si stavano radunando in tanti, con armi e cavalli, e credevano che in poco tempo sarebbero riusciti a tornare in città con la forza; lo credeva anche Dante, che per qualche anno accettò incarichi di governo nell’associazione degli esiliati. Perciò il 10 marzo 1302 l’implacabile Cante de’ Gabrielli pronunciò una nuova sentenza contro i quindici condannati per baratteria nei processi dei mesi precedenti, tra cui Dante. Siccome nessuno di loro si era presentato, il podestà dichiarò che se fossero caduti in potere del comune di Firenze sarebbero morti sul rogo. Fu un processo iniquo? Senza dubbio: il nuovo regime si vendicava dei suoi nemici. Ma si svolsero regolari istruttorie, e diversamente dai processi staliniani, dove le condanne si basavano su confessioni estorte con la tortura, qui nessun imputato venne costretto a confessare: erano tutti contumaci. E soprattutto, le epurazioni colpirono in modo selettivo: la maggior parte dei priori in carica in quegli anni vennero lasciati tranquilli. È inevitabile concludere che si vollero trascinare in giudizio soprattutto quelli che potevano essere condannati con qualche verosimiglianza. Dante barattiere, per lucro privato? Certo no; ma un Dante che trovandosi al governo accetta di coprire qualche transazione poco legale, nell’interesse del partito, e quindi a fin di bene, per evitare che un certo incarico vada alla persona sbagliata, o per garantire un finanziamento agli amici, be’, questo francamente non appare proprio impossibile. Anche queste cose le abbiamo riviste nella politica italiana in tempi ben più vicini a noi