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 2019  agosto 01 Giovedì calendario

Intervista a Italo Pompei, uno dei testimoni dell’uccisione di Mario Cerciello Rega

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È martedì sera, a Trastevere, e Italo Pompei, dopo qualche insistenza, accetta l’invito di Repubblica di tornare in via Cardinale Merry del Val, davanti al vecchio cinema Alcazar, nel punto esatto in cui, giovedì scorso, tutta questa storia ha avuto inizio. In testa ha un berretto nero dei New York Yankees, in mano stringe il guinzaglio del suo bulldog. Parla in maniera concitata, ricostruendo tuttavia con precisione i passaggi di quella notte. Almeno di quelli che lo hanno riguardato personalmente.
Pompei è uno dei testimoni chiave di come è cominciata la notte in cui è morto il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Ma è anche in una posizione piuttosto scomoda. Accusato da più parti di essere il pusher che avrebbe dovuto fornire la cocaina per i due americani. Per questo il suo racconto va contestualizzato con molta attenzione e, soprattutto, va preso per quello che è: una versione di parte.
Dai suoi ricordi – che in alcuni punti contraddicono le parole degli altri “attori” presenti sulla scena, mentre in altri confermano la ricostruzione ufficiale dei carabinieri – si evincono almeno tre elementi rilevanti: 1) i carabinieri in borghese che hanno fatto il primo controllo proprio in via Merry del Val, seguivano i due americani e i loro due accompagnatori (Sergio Brugiatelli e tale “Medi”) già da un po’, probabilmente dalla vicina piazza Trilussa (cinque minuti a piedi), la piazza dello spaccio trasteverino; 2) quel controllo non aveva l’aria di essere un controllo anti droga, nessuno è stato perquisito, né sono state cercate sostanze stupefacenti in terra; 3) Cerciello e Medi si conoscevano.
Come è iniziata?
«Noi eravamo proprio qua, un po’ imboscati dietro quest’albero. Sono arrivati i carabinieri in borghese su un Honda Sh e ci hanno detto, “buona sera, che state a fa?”».
Voi chi eravate?
«Io con il mio amico Tamer, Medi, Sergio (Brugiatelli) e quello, l’americano. Dicono che fossero in due, che l’altro americano era dall’altra parte della strada, ma io non l’ho mai visto».
Quando vi eravate incontrati?
«Io e Tamer avevamo incrociato gli altri per caso, due minuti prima, venivano da piazza Trilussa».
Per caso? Brugiatelli dice che l’ha chiamata. Che gli americani volevano 80 euro di cocaina e che lei gli aveva detto che ce l’aveva.
«Ho visto che è venuta fuori questa cosa del pusher. Ma non è vera. E denuncerò tutti. La verità è che ci siamo incrociati per caso e che io non avevo niente con me».
Nessuna telefonata?
«Più tardi mi sono accorto che avevo un paio di chiamate sul telefono da un numero che non conoscevo. Ma non ho risposto. E non avevamo alcun appuntamento».
Cosa volevano da lei?
«Non ho fatto in tempo a capirlo, perché i carabinieri in borghese sono arrivati subito. A sentire Medi, li stavano seguendo da Piazza Trilussa.
E appena quello (l’americano, ndr ) li ha visti è fuggito. Due carabinieri sono rimasti con noi, gli altri – non ricordo quanti erano – si sono lanciati all’inseguimento. Ma sono tornati indietro dopo poco. Io allora ho detto: “Oh, io con quello non c’entro niente, sono pulito se volete perquisitemi pure”. So come vanno certe cose…».
E invece?
«Non ci hanno perquisito. “Non ce l’abbiamo con voi… tranquilli…”.
Testuale. Spero che i carabinieri non si scordino di queste parole. Anche se sono certo che Tamer, il mio amico, lo può testimoniare. Comunque, hanno detto così, e poi se ne sono andati».
Senza cercare a terra niente?
«No. Per questo ho pensato da subito che non fosse un’operazione anti droga, che cercassero altro».
La storia della tachipirina come salta fuori?
«E che ne so? Io non avevo niente.
Forse Sergio per ripigliarsi…non lo so, inventa questa cosa… Medi è inattendibile, era ubriaco fradicio».
I carabinieri in borghese se ne vanno. E voi?
«Io e Tamer ce ne siamo andati.
Abbiamo fatto un giro verso via della Lungaretta poi siamo tornati verso piazza Mastai».
Brugiatelli non era con voi?
«Assolutamente no. L’ho perso di vista subito. Lo ritrovo a piazza Mastai dopo. Sta lì che sbraita: “M’hanno rubato er cellulare. Er borsello cor cellulare”. Dice che ha chiamato i carabinieri ma quelli gli hanno detto che non volevano intervenire. Io a quel punto lo saluto e me ne vado a letto. Di tutto quello che è successo dopo non so niente».
Ma Sergio e Medi chi sono? In che rapporti siete?
«Sergio è uno che si allena alle sbarre sugli argini del fiume. Ogni tanto vado là a fare una passeggiata, l’avrò incontrato una decina di volte in un anno. Medi è un povero disgraziato, lo chiamo ogni tanto per farmi dipingere le porte, per spostare i vasi. Ma è uno che è sempre ubriaco, e quando è ubriaco parla con gli alberi, ci sono pure i video. Al paese suo, per una storia di droga, gli albanesi gli hanno strappato due denti».
E quella sera?
«Io ero l’unico lucido. Medi era imbalsamato, ubriaco… Ma pure gli americani, erano strafatti, impasticcati».
I carabinieri che sono intervenuti li conosceva?
«Io no. Però l’altroieri ho incontrato Medi che mi ha detto che lui Cerciello lo conosceva, lo conosceva bene. Mi ha detto “è quello di Campo dei Fiori, della Farnese” (la caserma della vicina piazza Farnese, ndr )».
Secondo lei è attendibile?
«E che ne so? Quello stava con una birra in mano. Però Medi è uno che i carabinieri li conosce. Mi domando come abbiamo fatto quelli (i carabinieri, ndr ) a dare retta a quei due, e a impicciarsi per recuperare quel borsello».