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 2019  agosto 01 Giovedì calendario

L’autoritratto di Scalfari

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In una bellissima pagina dei suoi Saggi, Michel de Montaigne ci ricorda che «si può parlare di sé» anche quando «il soggetto» figura «tanto sterile e magro» (un’elegante sprezzatura per alludere al suo «autoritratto» e, nello stesso tempo, un avvertimento per ricordarci che ogni vita merita di essere raccontata). E se ciò è vero per «un uomo come gli altri», figuriamoci quanto la scrittura di sé sia «giustificabile in uomini rari e famosi, che per la loro fama avessero fatto sorgere qualche desiderio di conoscerli».
Eugenio Scalfari – che quest’anno ha festeggiato il suo novantacinquesimo compleanno – ha scritto pagine indubbiamente importanti della storia del giornalismo italiano. I suoi articoli e i suoi libri, dagli anni Settanta fino ai nostri giorni, non hanno lasciato indifferenti i lettori, provocando spesso reazioni estreme di simpatia o di antipatia, di adesione o di repulsione, di consenso o di dissenso.
Nell’ultimo suo lavoro (L’ora del blu, Einaudi), il fondatore ed ex direttore di «Repubblica» ci offre un ritratto («intimo») di sé attraverso abbozzi di momenti significativi della sua vita: dall’infanzia alla maturità fino a testimonianze più recenti, in cui si riflettono gli inquieti e contradditori stati d’animo di un infaticabile ultranovantenne. E apoditticamente convinto che i romanzi non narrino la verità («I romanzi raccontano la vita soprattutto l’amore/ e le sue stelle/ ma non dicono mai la verità»), Scalfari scarta questo genere letterario («Io non scriverò/ un romanzo sulla mia vita») per affidare invece alla poesia il tormentato racconto della sua esistenza («La vita è quasi sempre tormentata/ e talvolta è divina poesia»).
Così tra gioie e dolori («Il campo dei poeti coglie/ la gioia ed il tormento,/ l’inferno e il paradiso»), si rievocano momenti dell’infanzia, esperienze d’amore, dolci malinconie, fantasie, ossessioni, speranze e progetti, paure, acquisti e perdite, ma anche sapori, odori, colori, paesaggi, canzoni, musiche e passi di danza. Scalfari insomma, rinunciando a una forma rigidamente strutturata in una trama, ci invita attraverso rapidi guizzi a penetrare nelle pieghe della sua anima, offrendoci frammenti di ricordi, briciole di sensazioni, lampi di sensualità.
Ma si farebbe un grande torto a Scalfari nel considerarlo «poeta». Per quanto cosciente del suo ipertrofico Io (indiscusso protagonista in quanto soggetto e oggetto della narrazione: «Io lo chiamo Io,/ è il mio padrone ed Io di lui,/ cambiamo di continuo e sempre insieme»), lo stesso autore conosce benissimo la differenza che corre tra scrivere versi e fare poesia. Non ignora la distinzione tra «versificatori» e «poeti» (che da Quintiliano giunge, nel Rinascimento, fino a Pierre de Ronsard e a Giordano Bruno), brillantemente sintetizzata da Philip Sidney in una pagina del suo Elogio della poesia: «Non sono rime e versi a fare la Poesia».
L’ora del blu – il titolo deriva da un verso presente nella raccolta: «Era l’ora del blu/ mentre il sole tramontava/ fascia di rosso dorata/ e lontani orizzonti» – non è una sfida poetica: non c’è lavoro metrico, stilistico, musicale; non ci sono componimenti memorabili capaci di catturare l’indicibile in un’immagine, in una comparazione o in una figura retorica. Non c’è la «traspirazione» che valorizza l’«ispirazione». A Scalfari, insomma, non interessa presentarsi nelle vesti di un orefice capace di scolpire parole.
In questo libro, però, emerge la vigorosa passione che l’autore nutre e ha nutrito per la poesia. L’eco delle sue letture, infatti, pervade per intero L’ora del blu: dalle citazioni inserite in alcuni componimenti (Il corvo e l’anima mia, per esempio, si apre con i versi di Iosif Brodskij: «La mia specialità/ sono le metamorfosi/ chiunque io guardi, quello all’istante/ diventa me e questo a te conviene») fino alla sezione conclusiva, in cui l’antologia personale esprime gusti e amori coltivati nel corso di una lunga esistenza.
Con questi componimenti Scalfari si mostra «storico» di sé stesso. E facendo leva sulla dialettica tra passato e presente, espressione soprattutto delle molteplici mutevolezze del tempo, squarcia la sua armatura per consegnare al pubblico umori e riflessioni («pezzi di vita fuggitivi») che testimoniano l’intensa avventura di un importante protagonista del mondo giornalistico e politico italiano (racconto «a me stesso/ la vita che ho vissuto»). L’autore – riprendendo il verso di un sonetto di Shakespeare: «Tutti compiamo errori e io stesso lo mostro» – mette a «nudo» contraddizioni e tensioni interiori. Esprime i frutti delle sue sensuali visioni oniriche, come ricorda il frammento di Saffo che chiude l’intera raccolta («Questa notte ho parlato in sogno con Afrodite»). Scalfari, insomma, si presenta «disarmato». Finendo per «disarmare» anche i suoi lettori.