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 2019  agosto 01 Giovedì calendario

I collant compiono sessant’anni

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Le ballerine (nel senso di scarpe basse), le pinze per capelli, i collant: chissà perché ogni invenzione che alleggerisce la vita di una donna finisce subito in testa alle classifiche degli orrori stilate dal gusto maschile. Soprattutto «la calza con mutande», come qualche sadico esegeta delle autoreggenti definisce, sprezzante, i collant. Che però compiono sessant’anni in barba a improbabili reggicalze, giarrettiere e autoreggenti con tortura elastica incorporata.
Eppure quest’invenzione nacque nel nome dell’amore coniugale: come ha ricostruito lo Smithsonian Magazine, era il 1953 quando l’americano Allen Gant sr, allora a capo dell’azienda tessile Glen Raven Mills, si sorbì un pomeriggio di lamentele da parte della moglie Ethel Boone, costretta ad accompagnarlo in lunghi viaggi pur essendo incinta. Per lei destreggiarsi tra reggicalze e calze in nylon sul treno era un’impresa. «Ma perché non prendete due calze e le appiccicate a una mutanda?» sbottò la povera Ethel. Giusto, pensò il marito. Il quale pochi anni dopo, nel 1959, metteva sul mercato, accessibile a tutte, il salvavita delle donne che lavorano e che viaggiano. La normalità, no?
Dunque quella dei collant è stata solo un’invenzione nata da un matrimonio «sororale» e pacificato? Non proprio: in questo accessorio si rincorrono, imprevedibili, fili di comodità e sensualità, di comfort domestico e trasgressione. Per esempio, pochi anni dopo il lancio, la minigonna inventata da Mary Quant farà dei collant lo strumento primario dell’unica vera rivoluzione novecentesca del costume: provate a farlo con le autoreggenti.
E nei decenni precedenti erano state le calze di nylon (più pratiche ed economiche) a soppiantare quelle di seta grazie all’idea della fabbrica DuPont de Nemours. Nel solo 1936, l’anno successivo all’introduzione del nylon, furono vendute oltre 64 milioni di paia di calze. Poi arrivò la seconda guerra mondiale e il nylon serviva per fare i paracadute al posto della costosa seta cinese. Allora molte donne presero a colorarsi la pelle col mallo di noce e chi poteva permettersi una truccatrice esperta si faceva disegnare una riga nera dietro.
Quindi arrivò il collant a mettere assieme provocazione e comodità. In Italia, nel 1968, un paio costava circa mille lire. «Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre» dirà Truffaut in L’uomo che amava le donne, quasi dieci anni dopo. Woody Allen in James Bond 007 – Casino Royale sognava «essere il collant di Ursula Andress», mica il suo reggicalze. Ma l’altalena tra seduzione e «ziitudine» proseguirà con la stessa Kim Basinger: diventata famosa per una scena cinematografica da brivido in cui si sfilava le autoreggenti, accettò di fare da testimonial per una famosa azienda. Era il 1990, lei aveva 38 anni e le diedero 5 miliardi di lire per indossare la calza spegni-passione.
In quello stesso anno Julia Roberts-Pretty Woman ricorse all’accessorio con malizia: «Tesoro, mi si è smagliato il collant», diceva per poi aggiungere piano: «Io non lo porto il collant». Ed era sempre il 1990 quando Gorbaciov lanciò la grande riforma economica nel segno della Perestrojka. E che cosa prometteva? «Sapone, salame e collant», ricorda l’archivio del Corriere della Sera: sì, nell’Unione Sovietica che cominciava a sgretolarsi mancavano soprattutto dentifricio e comode calze da donna.
Presagio giusto: negli ultimi anni la comodità ha vinto sulla seduzione autoreggente e intorno ai collant fioriscono novità tecnologiche (dalla supermolecola hi-tech al tessuto antiproiettile), modaiole (Michelle Obama ha fatto discutere anche per le sue gambe calze-free) o di etichetta (stivali o scarpe basse?). Ma la domanda delle domande la lasciamo alla fine, per una seria discussione sotto l’ombrellone: color carne sì o no?