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 2019  agosto 01 Giovedì calendario

Il corpo di Dillinger verrà riesumato

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L’ultima rocambolesca fuga di John Dillinger: dal cimitero. I nipoti, Michael Thompson e Jeffery Scalf, ne sono convinti. Il cadavere, che da ottantacinque anni giace nella tomba di Crown Hill, a Indianapolis, potrebbe non essere quello del prozio gangster. E per scoprire la verità sono pronti a riesumarlo. Perché, secondo la loro tesi, a essere stato ucciso dagli agenti federali davanti a un cinema di Chicago, il 22 luglio 1934, non sarebbe stato il rapinatore gentiluomo, così educato da ringraziare sempre le sue vittime dopo essersi impadronito del denaro. Quel "nemico pubblico numero uno", secondo la definizione dell’allora direttore dell’Fbi, John Edgar Hoover, suo nemico giurato. Considerato invece come una sorta di Robin Hood dai poveri: per quella sua abitudine, nel pieno della Grande Depressione, di dar fuoco dopo ogni rapina ai registri su cui erano annotati debiti e ipoteche. A morire al suo posto, sarebbe stato un sosia. Un disperato, assoldato per indossare gli abiti del boss, permettendogli di scappare indisturbato.
Per scoprire se le cose andarono davvero diversamente da come ce le hanno raccontate, i nipoti hanno dunque chiamato le ruspe e le telecamere di History Channel . Il corpo sarà esumato e analizzato il prossimo 16 settembre e poi riseppellito in giornata, come stabilito dal giudice che ha rilasciato il permesso. Sempre che ce la facciano. Sì, perché scoperchiare la tomba potrebbe rivelarsi molto difficile. La bara è schiacciata da quattro lastre di cemento e ferro, messe lì dalla famiglia. Nel timore che qualcuno potesse profanare la fossa o, piuttosto, per impedire di scoprire un’altra verità?
A sostenere che Dillinger non è morto — perlomeno non quel giorno — è una studiosa locale, Susan Sutton, direttrice del dipartimento di digitalizzazione dell’Indiana Historical Society. È lei ad aver rilanciato la tesi, sussurrata per anni, secondo cui il gangster amante della moda, celebre per i suoi abiti di sartoria e i cappottoni lunghi fino ai piedi, non venne tradito dalla prostituta Ana Cumpana, come si è detto finora. La donna in rosso, vestita di colori sgargianti per meglio farlo identificare dagli agenti fuori dal cinema dove si proiettava Manhattan Melodrama , con Clark Gable e Myrna Loy — storia di due fratelli, uno gangster e l’altro poliziotto — in realtà avrebbe spifferato tutto a John. Permettendogli l’ennesima fuga. Secondo la teoria, che però non si fonda su nessun documento, Hoover, consapevole del trucco ma non interessato a svelarlo, la punì: rispedendola in Romania.
Dillinger, d’altronde, era un mago della fuga. Evaso nel 1924 dalla prigione di Michigan City con l’aiuto di alcuni uomini della sua banda, era poi fuggito nuovamente dieci anni dopo — nel marzo del 1934 — dal carcere di Crown Point, in Indiana. Qui aveva minacciato le guardie con una pistola finta, fatta di legno e sapone, allontanandosi con la macchina rubata al direttore del carcere. Fu proprio quello smacco, che Hoover non gli perdonò mai, a scatenare la leggendaria caccia all’uomo, immortalata più volte da Hollywood in almeno quattordici pellicole. Da Lo sterminatore del 1945 a Nemico Pubblico , girato da Michael Mann nel 2009, con Johnny Depp protagonista. E chissà che film resta ancora da girare: se davvero il mitico gangster riuscì a fuggire anche dalla sua ultima prigione. Il cimitero.
Il bandito Al centro, John Dillinger nel 1934; a sinistra il "wanted" emesso dalle autorità Usa nei suoi confronti. Il corpo del gangster verrà riesumato per nuove analisi