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 2019  agosto 01 Giovedì calendario

Siddhartha, il re del caffè indiano s’è suicidato

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L’ha fatta finita con un tuffo dal ponte. E alle prime luci dell’alba le acque del Netravati, il fiume sacro che scorre lento nello stato indiano di Bangalore, hanno restituito il suo corpo. A compiere il gesto estremo non è stato l’ennesimo contadino strangolato dai debiti ma uno degli uomini più ricchi del Subcontinente: il re del tè V. G. Siddhartha. Un pescatore ha notato il suo corpo, riaffiorato senza vita ieri mattina. Era scomparso misteriosamente lunedì sera dopo aver chiesto al suo autista di fermarsi vicino al fiume perché voleva fare una passeggiata. Del resto per rilassarsi questo imprenditore visionario, che ha creato negli anni ’90 i primi Internet café indiani ben prima dell’arrivo di Starbucks, era solito fare lunghe camminate lungo le sue sterminate piantagioni di caffè, eredità di famiglia. Questa volta però Siddhartha non era alla ricerca di se stesso come il protagonista del romanzo di Hesse, piuttosto in fuga dal macigno che sentiva sulle sue spalle: il giogo sempre più stretto della finanza e le pesanti pressioni dei creditori.
«Ho combattuto a lungo ma ora lascio, non posso più reggere le pressioni di una società partner di private equity che insiste perché riacquisti delle azioni» scriveva in una lettera struggente indirizzata al cda della Coffee Day dove ammetteva per la prima volta di aver compiuto transazioni finanziarie clandestine all’insaputa del board e dei manager e prendendosi tutta la responsabilità per questo. L’autenticità del testo è ancora da provare, nel frattempo la società ha annunciato indagini.
Nella missiva Siddhartha si dice «perseguitato dal fisco» che ha torchiato le sedi della società con una raffica di controlli. Un «accanimento» che stava facendo sgretolare un impero costruito in 30 anni di lavoro. Un impero di 12 mila ettari di piantagioni, centinaia di impianti di stoccaggio e torrefazione, macchine da bar e locali. «Non ho mai voluto rubare o ingannare, ho fallito come imprenditore» scriveva il magnate. Eppure è stato un pioniere, un innovatore: nel 1996 ha fondato a Bangalore il suo primo Coffee Day, con web gratis ed aria condizionata come non se n’erano ancora visti in India, il primo di una catena tra le più grandi al mondo con 1700 locali. Creando una «Starbucks indiana» nel regno del tè, Siddhartha ha intuito – ben prima del rivale americano sbarcato qui nel 2012 – che il caffè poteva diventare un nuovo business in un’India in rapida trasformazione sul volano delle liberalizzazioni economiche.
Un successo stroncato dal fisco che dal 2017 lo aveva messo alle strette. Forse per questo il suocero, S.M. Krishna, ex ministro degli Esteri fino al 2012, ha lasciato dopo decenni il partito del Congresso per passare proprio nel 2017 ai rivali del Bjp, i nazionalisti indù del premier Modi che ha fatto della lotta dura all’evasione fiscale un cavallo di battaglia: «Non capivamo il motivo di questo salto della quaglia, ora è chiaro che stava cercando protezioni per il genero» dice in via confidenziale al Corriere un imprenditore indiano.
Pare che Siddhartha avesse avviato negoziati con la Coca Cola per salvare la società. Ma le sue speranze si sono spente nelle acque del Netravati.