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 2019  luglio 17 Mercoledì calendario

Sessant’anni fa la morte di Billie Holiday

Per delinearne i contorni da leggenda basterebbe l’incipit della sua autobiografia, Lady Sings The Blues: «La mamma e il babbo erano ancora due ragazzi quando si sposarono. Lui aveva diciott’anni, lei sedici, io tre». Un inizio folgorante, devastante, e poco importa che non corrisponda al vero, perché Billie Holiday nacque quando sua madre era già diciannovenne. In fondo, non è nemmeno vero che Edith Piaf era nata su un marciapiede, assistita da due gendarmes di passaggio. Capita che realtà e fantasia si mescolino, a volte fino a confondersi totalmente; succede quando la statura dell’artista è così gigantesca che la vita vera non basta, bisogna aggiungere una porzione di mito.

DROGA
Billie Holiday moriva esattamente 60 anni fa, il 17 luglio 1959, in un letto d’ospedale, distrutta dalla cirrosi, dai suoi demoni e da una vita dissoluta e infelice. Guardata a vista dalla polizia, che la controllava per problemi di droga e che aveva lasciato la sua stanza solo due ore prima della morte, quando era chiaro che ormai non sarebbe più scappata, nemmeno da se stessa. Sul conto in banca aveva 70 centesimi, lei che aveva arricchito impresari e discografici. Aveva 44 anni e ne dimostrava cento.
Billie Holiday è stata, per chi scrive, la più grande cantante afroamericana di sempre. Non la più brava per mobilità e dinamismo ritmico, Ella Fitzgerald è inarrivabile. La più grande. Perché non si limitava a cantare, ma si metteva dentro ogni verso e nota fino a trasformare ogni brano in un brandello di dolore. Mentre le altre cantanti interpretavano, lei portava in scena se stessa, marionetta che troppe volte aveva perso l’equilibrio sul grande palco della vita. Nella voce di Billie Holiday c’era tutta la sofferenza che potete immaginare, la rabbia, la tragedia e l’impotenza. Se andate a riascoltare i suoi dischi, spesso vi capiterà di commuovervi per canzoni tutto sommato banali o mediocri. Era la sua voce a magnificare tutto, perché accettava la fragilità (mentre tutte dispiegavano la potenza), era piena di fratture e di abbandoni, di sussulti e lacerazioni, soprattutto nella seconda parte della sua carriera. 

SENSO UNICO
Aveva provato a riscattare una vita terribile attraverso il jazz, poi, una volta capito che nulla, nemmeno l’arte, poteva cambiare un’esistenza a senso unico, aveva assecondato il dolore per provare a farselo amico. Invano. La sua strada era segnata, tutto quello che le era concesso era lastricare il cammino di canti immortali.
Abbandonata subito dal padre, trascurata presto dalla madre che gestiva un bordello, violentata a dieci anni, costretta a prostituirsi per sopravvivere, iniziata all’oppio e poi all’eroina dal primo marito, Billie Holiday aveva già vissuto mille vite prima ancora di cominciare la sua. Solo quando cantava, tutto era diverso. Si fermava il tempo. Persino i clienti dimenticavano che era nera e le perdonavano di non passare a ritirare le mance facendosi infilare le banconote tra le cosce, come si usava allora. Era orgogliosa e fiera, persino folle, come quando rischiò di distruggere la sua carriera incidendo un brano che nessuno voleva che incidesse, Strange Fruit, la descrizione di un albero dai frutti strani, perché quelli che pendevano dai rami erano i corpi dei neri linciati dai bianchi negli stati del Sud. Un brano ispirato alla storia di due ragazzi di colore, Abram Smith Thomas Shipp, massacrati di botte e poi impiccati a un albero di Marlon, Indiana, nel 1930.

IL SOPRANNOME
Fu ribattezzata Lady Day da Lester Young, forse l’unico uomo che amò in maniera disperata e assoluta. Girò l’America in lungo e in largo con Count Basie e Artie Shaw, che fece di lei la prima donna nera a lavorare con un’orchestra di bianchi, ma doveva entrare da un ingresso secondario e poi rimanere in camerino fino al momento dell’esibizione. Duettò con Louis Armstrong, consegnò alla storia quel brano senza tempo che è God Bless The Child. Venne anche in Italia, a Milano, pochi mesi prima di morire. Scritturata da un impresario che probabilmente nemmeno sapeva chi fosse, si esibì all’interno di una serata di avanspettacolo, insieme a Fausto Cigliano, a ballerini, giocolieri e funamboli. 

L’EQUIVOCO
Il pubblico del teatro Smeraldo, che all’epoca ospitava spettacolini di terz’ordine, costrinse Billie Holiday a lasciare il palco dopo cinque brani. Nessuno capì la bellezza spezzata della sua voce e confuse quelle incrinature nel canto come sintomo di mediocrità. Lady Day uscì distrutta da quell’esperienza. Per fortuna, tra il pubblico c’era un manipolo di amanti del jazz che organizzò appositamente per lei, qualche giorno dopo, un concerto che si dimostrò trionfale, al teatro Gerolamo. Era il 9 novembre 1958. Lady Day, con l’immancabile gardenia nei capelli, fece tutto quello che poteva fare in quegli anni impossibili, se eri nera, donna e se ti drogavi. Tutti le devono qualcosa, tutti l’hanno omaggiata. Persino gli U2, che hanno scritto Angel Of Harlem pensando a lei. Un angelo sì, che non ha volato a lungo sui cieli neri del jazz ma che in qualche modo continua a esserci, sessant’anni dopo.